Berlinguer non era una brava persona

Il seguente articolo verrà pubblicato sul numero 21 anno 94 di Umanità Nova

Sfatare i miti

non era una brava persona

 

L’undici giugno ricorreva il trentesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer, segretario del dal 1972 alla morte, avvenuta durante un comizio a Padova nel 1984.

La figura di Berlinguer nel corso degli anni è trascesa dal piano storico a quello mitologico, finendo per essere evocata come un santo cattolico ogni volta che un’occasione lo concede.

Figura oramai mitizzata, assunta allo stato di idolo, difficilmente può essere sottoposta a critica storica senza scatenare una marea di polemiche.

Nonostante questo, anzi, proprio per questo, è necessario sezionare la genealogia del “mito Berlinguer” per ricondurre la discussione ad un piano storico-materiale. Non tanto per perpetuare l’antica, e per certi versi nobile, arte degli spari sui carri funebri ma per capire come questa mitologia si inserisce nell’attuale stato delle cose e quale è stato il ruolo storico del segretario del PCI più amato di tutti i tempi.

berlinguerFormatosi negli anni della stretta osservanza stalinista del PCI togliattiano, fin dal 1949 ricoprì importanti ruoli dirigenziali, come segretario della FGCI e di rappresentanza internazionale come segretario della federazione di tutte le organizzazioni giovanili dei partiti comunisti stalinisti. Per tutti gli anni sessanta fece carriera all’interno del partito, finendo per affiancare, nel 1969, Longo, all’epoca segretario, di cui prenderà il posto nel 1972. In questi anni vi è il suo smarcamento dalle posizioni filosovietiche più ortodosse, cosa per cui ora viene ricordato come grande innovatore. Contemporaneamente nasce la politica del compromesso storico con la DC morotea e alcuni settori del grande capitalismo italiano. È anche il periodo di grande affermazione delle COOP rosse e della creazione di quella ragnatela di interessi rappresentato dalla Legacoop e l’”imprenditoria rossa” nelle regioni del centro-nord a guida PCI.

Ma è anche il periodo delle grandi lotte sociali, quelle che partono dall’autunno caldo del 1969 e vanno avanti fino agli anni ottanta.
Lotte sociali di cui il PCI a guida berlingueriana fu tra i principali nemici, non adeguatamente ricambiato. Il PCI fin da inizio anni ’70 si pose nell’ambito della difesa dello status quo o, al più, della ricerca di uno status quo differente e più favorevole agli interessi della propria dirigenza e
di riflesso per alcuni settori della classe lavoratrice.

In questi anni il PCI da il suo sostanziale avallo alle politiche repressive dei vari ministeri dell’interno, compresa la famigerata legge Reale[1], non procede mai ad un’esplicita denuncia della strategia stragista messa in campo dallo stato italiano da Piazza Fontana in poi preferendo la divulgazione dell’oscena teoria degli opposti estremismi. Teoria, questa, che permetteva di colpire indistintamente tutto quelli che si muoveva a sinistra del PCI accusandoli di essere degli “oggettivi provocatori” al soldo della reazione e nei fatti comparandoli alle varie organizzazioni neofasciste stragiste operanti in quegli anni. L’apice di questa politica autenticamente antiproletaria in quanto tesa a colpire tutti coloro che si muovevano sul terreno dell’autonomia di classe e dell’autogestione, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, si raggiunge nella seconda metà degli anni ’70, grazie all’alleanza con alcuni settori del policefalo apparato dell’antiterrorismo, ovvero dei promotori del terrore di stato. E qua possiamo assistere al ministro dell’interno ombra del PCI, Pecchioli, che cede le informazioni sulla sinistr extraparlamentare, molto dettagliate e costituite da decine di migliaia di schedature, al generale Dalla Chiesa e all’approvazione dell’invio dei blindati a Bologna per sedare la rivolta del marzo 77. Inoltre dopo le crisi petrolifere vi è una forte crisi dell’economia italiana con compressioni del salario e inflazione galoppante. La risposta del PCI, il partito che in via teorica rappresenterebbe gli interessi dei decine di milioni di proletari? Adesione alle politiche di austerity volute dalla DC, stretta sul controllo dell’apparato sindacale della CGIL, blande proposte di miglioramenti della scala mobile. Timido riformismo davanti ad un pesante attacco alle condizioni di vita dei lavoratori.

Il cerchio è chiuso: il PCI si accredita per poter entrare nella stanza dei bottoni. E così sarebbe stato se non vi fosse stato l’affaire Moro, che elimina il principale interlocutore del PCI in campo democristiano. L’adesione del PCI al “partito della non trattativa” e la fine della corrente morotea dentro la DC, segnano la fine del compromesso storico e apre la strada al governo Andreotti e Cossiga prima e poi all’egemonia del PSI craxiano che perdureà per tutti gli anni ottanta.

Il PCI berlingueriano ha bisogno di riaccreditamento a sinistra e questo spiega il perchè dell’adesione al ciclo di lotte sindacali dei primi anni ottanta che ebbero il loro fulcro nella vertenza, fallimentare, alla FIAT che vedeva gli operai metalmeccanici opporsi alla ristrutturazione aziendale che prevedeva tagli decine di migliaia di posti di lavoro.

Un’esperienza, quella berlingueriana, che anche in un ottica partitica andrebbe definita come fallimentare, quindi. Figuriamoci in un ottica di classe.

In questa prospettiva è evidente che Berlinguer è stato un nemico delle istanze di classe, nella migliore tradizione stalinista (e non contateci degli strappi con l’URSS e dell’Eurocomunismo che sono stati più virtuali di quanto si pensi, dato chei cordoni della cassa del PCI fino alla fine stettero nelle mani di Mosca).

Il recupero della sua figura, la sua beatificazione laica, degli ultimi anni è puramente funzionale alla creazione di un immaginario pacificato in cui le questioni molto materiali che la barbarie capitalista ci pote davanti quotidianamente vengono sussunte in presunti questioni morali (ricorda qualcuno?) e di onestà.

In un’ottica di oratorio, rosso o bianco, Berlinguer sicuramente sarà stata una brava persona, non risulta che si sia mai intascato una mazzetta (anche se non possiamo rilevare che costui abbia sempre vissuto e campato all’interno di un apparato separato quale il PCI mentre pretendeva di parlare a nome degli sfruttati). In un ottica anarchica e di classe Berlinguer è stato sicuramente un nemico. Lo è stato allora con la sua opera e lo è ora con il mito costruito su di lui.

lorcon

[1] Il PCI votò inizialmente contro l’approvazione della legge in parlamento ma diede indicazione di votare no al referendum abrogativo proposto nel 1978

Un commento su “Berlinguer non era una brava persona

  1. l’ unica cosa che stona, in quest’ articolo e’ la foto…

    berlinguer non ha scusanti, difficile parlare infatti con tutti quei compagni che – inconsapevoli mi piace pensare – danno credito alla figura sua e di molti altri, cio’ che non capisco e’ come si puo’ mettere sullo stesso piano berlinguer e mussolini.

    se come capisco, l’ obbiettivo dell’ articolo e’ quello di dare risalto alla verita’ di cio’ che fu, mettere sul piano la verita’ come credete di farlo, con una foto che lo ritrae a testa in giu, con la frase del “non e’ una brava persona” ?

    saluti..

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