Tre lunghe giornate

Mercoledì 15 ottobre. Manganellate preventive
All’angolo tra corso Giulio Cesare e corso Emilia ci sono una trentina di persone.
I primi arrivati per un giro antifascista che dovrebbe attraversare il quartiere in risposta alla marcia convocata da “Fratelli d’Italia” contro il “degrado” del quartiere.
Scintilla dell’ennesima iniziativa dei fascisti contro occupanti di case, poveri e disoccupati, una vetrina spaccata e una scritta al LIDL di via Aosta, dove qualche giorno prima, i guardioni avevano pestato qualcuno sorpreso a rubare. In quel discount, frequentato solo da poveri, è una prassi normale. Ti pesco con un pezzo di formaggio non pagato? Calci e pugni. Anche in faccia, così resta il segno.
Patrizia Alessi, l’esponente di Fratelli d’Italia, consigliere di circoscrizione è ancora una volta la protagonista di una crociata contro i poveri.
I fascisti si sono dati appuntamento a Ponte Mosca, circa duecento metri più in su del presidio antifa, ma, alle 19 non c’è ancora nessuno.
A sorpresa la polizia arriva di corsa con i blindati: quelli dell’antisommossa si allacciano il casco e prendono il manganello mentre stanno già correndo. Una parte degli antifascisti viene sospinta contro un’edicola, gli altri si radunano dall’altro lato del corso e, in solidarietà con i fermati, attuano un blocco. Nuova carica che obbliga gli antifascisti a raccogliersi più in giù, nei pressi di via Alessandria.
Dopo quasi un’ora la polizia lascia andare i compagni bloccati all’edicola, che raggiungono gli altri.
Più tardi gli antifascisti faranno un breve giro nel quartiere, dove le luci blu dei lampeggianti sono ovunque. I fascisti non li ha visti nessuno.
Sotto il porticato dell’edificio all’angolo, l’anziana senza tetto che ci dorme sta raccogliendo le borse di plastica con le sue poche cose. Forse non sa di essere nel mirino di Patrizia Alessi.
L’esponente di FdL si batte da mesi per cacciare lei e gli altri senza casa verso un angolo più buio, dove la miseria non offenda nessuno.
Mercoledì 15 ottobre – Una notte al
Nella tarda serata scatta lo sciopero dei facchini di alcune delle 32 cooperative che gestiscono i
lavoratori che caricano e scaricano ai mercati generali.
Strada del Portone è l’emblema del nulla metropolitano. Arrivando si superano gli stabilimenti Fiat, silenti di abbandono, si passa davanti all’inceneritore, e ad alcune piccole fabbriche.
In maggio i facchini erano riusciti a strappare una vittoria dopo una lunghissima e durissima notte di lotta. A ottobre è subito chiaro che la musica è cambiata. Lo sciopero nazionale della logistica,
nonostante l’ambizione di bloccare tutto per tre giorni annunciata con enfasi qualche giorno prima, a è decisamente in salita. La questura ha a disposizione 1500 uomini in più per fronteggiare la tre giorni di manifestazioni prevista dal 16 al 18. La fila di camionette si allunga a perdita
d’occhio. Gli uomini in armi piazzati di fronte ai propri mezzi sono circa 500. I facchini e i solidali sono la metà. Il Si. Cobas annuncia che la gran parte dei lavoratori è rimasta a casa, in sciopero. Di fatto, a rendere reale lo sciopero, cercando di bloccare i mezzi ci sono ben pochi facchini.
La determinazione allo scopo è tuttavia molto forte. A più riprese lavoratori e solidali tentano di bloccare i mezzi in arrivo. La polizia risponde con cariche molto dure. Un facchino colpito all’inguine viene portato via dall’ambulanza. Un paio di volte per breve tempo qualche mezzo viene
intercettato alla rotonda prima dei cancelli di ingresso. Intorno alle quattro e mezza, un padroncino, dopo un alterco verbale con i manifestanti, muore d’infarto. La stampa main stream strumentalizza immediatamente l’episodio, la polizia porta via ammanettate quattro persone per sentirle in quanto
testimoni: verranno tutti denunciati per oltraggio a pubblico ufficiale. Gli ultimi rimasti sul piazzale vengono identificati e trattenuti a lungo mentre l’alba comincia a bucare la notte.
Le nella logistica, il sistema linfatico che garantisce le grandi catene di distribuzione, hanno spesso messo in difficoltà i padroni e i gestori delle cooperative/caporali che gli mettono adisposizione la manodopera a basso costo e spesso anche in nero. Le di maggio erano state la
campana d’allarme che anche a Torino, il tam tam delle lotte avesse portato sapori di rivolta. Nella notte del CAAT la questura di Torino ha calato le sue carte. Carte pesanti.
Venerdì 17 ottobre. Lo sciopero della , gli scontri tra studenti e polizia
Migliaia di metalmeccanici in sciopero attraversano il centro cittadino rispondendo all’appello della
maggiore organizzazione del settore.
In piazza Castello, militarizzata in vista del vertice dei ministri del lavoro del Consiglio d’Europa
che prenderà avvio nel tardo pomeriggio, sta cominciando il comizio del segretario Landini, quando
tra i due e trecento tra studenti e attivisti della sinistra radicale torinese e non, entrano in piazza e spostano le transenne che delimitano la zona vietata. Lanci fittissimi di lacrimogeni rendono irrespirabile l’aria, mentre per una decina di minuti vanno avanti gli scontri. Il bilancio è di sei fermati, a tre dei quali vengono confermati gli arresti, il furgone di un centro sociale sequestrato, alcuni contusi. I video della giornata mostrano un ragazzo bloccato da otto esponenti della Digos, che gli tengono la testa schiacciata in terra con un ginocchio prima di portarlo via in malo modo. Lo studente, nei pochi istanti in cui alza la testa, mostra un volto da bambino. Durante gli scontri Landini incita le migliaia di metalmeccanici che ascoltavano il suo comizio a stare alla larga dai “provocatori”. Parole che suscitano qualche malumore tra i suoi, che però in buona parte assistono senza intervenire agli scontri. Nel tardo pomeriggio, circa trecento manifestanti fanno un giro che lambisce il centro, per concludersi alla Cavallerizza occupata.
Sabato 18 ottobre. Dal centro alla periferia
Il corteo indetto per la giornata conclusiva della tre giorni parte dal piazzalino antistante il palazzo delle Facoltà Umanistiche quando il vertice del Consiglio d’Europa si è concluso da qualche ora. Nonostante ciò il centro cittadino è completamente militarizzato.
Quando i circa 500 manifestanti arrivano in piazza Castello tutte le strade sono chiuse. Con scelta
felice si decide di continuare la manifestazione comunicativa dirigendosi verso il mercato di Porta
Palazzo per chiudere al Balon, nel piazzale della Mongolfiera.
Un gruppo di attivisti rumeni, solidali con la lotta delle popolazioni di Rosia Montana contro una
miniera d’oro, in piazza Carignano, dove c’è il ministro del lavoro di Bucarest, aprono uno
striscione con la scritta “Salvati Rosia Montana”. Al mercato viene letta una lettera aperta ai
lavoratori della Fiom, che tenta un’interlocuzione al di là delle parole del segretario Landini, giunto ad accusare i manifestanti di essere al servizio del governo. Una vecchia strategia: chi non è in linea con certa “sinistra” è sicuramente al servizio del governo di turno.
Queste tre lunghe giornate sono il segno del governo Renzi. Nessuna forma di ammortizzazione del
conflitto, ma dispiegamento di truppe per militarizzare il territorio e bloccare la contestazione.
Un altro dato sul quale sarà opportuno riflettere è la trama un po’ logora dei controvertici, occasioni forse ghiotte per chi cerca (ed ottiene) visibilità ma difficili da gestire di fronte ad un governo che punta in modo secco sulla repressione. Non solo. L’ingovernabilità diffusa può essere un obiettivo interessante per ri-territorializzare lo scontro con i padroni e il governo, ma deve trovare tempi e ritmi propri, meno prevedibili, meno controllabili, e, soprattutto, maturati nelle assemblee di base, negli spazi di lotta, nei quartieri stretti nella morsa sempre più feroce del controllo. Il dibattito è aperto.
Eufelia

Di seguito il testo del volantino distribuito in piazza dagli anarchici della FAT.

Senza servi, niente padroni
Renzi ha calato le sue carte. Carte pesanti che incideranno nel profondo nella carne viva di chi, per
vivere, deve lavorare.
Il vertice sul lavoro convocato proprio a Torino – dove i numeri dei disoccupati, dei precari, dei
senza casa, dei senza futuro – non sono statistica ma innervano il tessuto sociale, attraversando le
vite dei più, è uno schiaffo a mano aperta a tanta parte della nostra città.
Le reti familiari, smagliate e indebolite, non ce la fanno più a reggere il peso della solidarietà
sociale, sempre forte, nonostante l’appeal degli slogan del Presidente del consiglio.
Il suo gioco è volgare ma abile. Dopo decenni di erosione di libertà, quei pochi che ancora ne
godono possono essere dipinti come “vecchi” privilegiati. Chi è nato precario, chi a trent’anni ha
una laurea e risponde al telefono, chi a 29 si ritrova ad essere un apprendista licenziato per sempre, non ha mai conosciuto le tutele dell’articolo 18.
Dopo aver demolito un sistema di garanzie costruito in decenni di lotte – quando l’ammortizzazione
del conflitto era l’unico modo per contenere la lotta di classe – oggi il PD targato Renzi, sta
chiudendo gli ultimi conti, cercando di contrapporre i figli disoccupati ai padri costretti a lavorare sino alla tomba.
E’ la fine di ogni finzione socialdemocratica. I figli della crisi stanno imparando ad attraversarla,
agendo forme di conflitto che provano a di ri-definire un terreno di lotta che getti la questione
sociale nel tessuto vivo delle nostre città. Una strada ancora in salita in cui la violenza della polizia si intreccia con la rassegnazione di tanti. Ancora troppi.
Il movimento di lotta per la casa, i facchini che bloccano i gangli della circolazione delle merci,
ultimo nodo materiale, nella smaterializzazione e parcellizzazione delle produzioni e dei contratti,
sono i segni – per ora ancora troppo deboli – di un agire che si emancipa dal piano meramente
rivendicativo e scende sul terreno della riappropriazione diretta.
La crisi e la macelleria sociale che ci è stata imposta ci offrono possibilità inesperite da lungo
tempo, seppellite nelle pieghe della memoria della lotta di classe, dello scontro con la struttura
gerarchica della società e della politica.
La perdita irreversibile di un ampio sistema di garanzie e tutele, la fine dello scambio
socialdemocratico tra sicurezza e conflitto, potrebbe offrirci nuove possibilità.
La retorica dell’antipolitica, il populismo più becero, la paura del grande complotto, alibi per le
destre di ogni dove, comunque si coniughino nella geografia dei giochi parlamentari, seducono
sempre meno, mostrando una trama già logora
Il sindacalismo di Stato, la CGIL, la CISL e la UIL, sono nel mirino del rottamantore: quando la
repressione prende il posto della concertazione, il grande corpo flaccido del sindacato statalizzato
deve rassegnarsi ad una secca perdita di status, pena la fine dei lucrosi spazi di cogestione che gli
sono stati regalati negli ultimi vent’anni. Camusso che minaccia lo sciopero generale ma organizza
una passeggiata romana, è come il pastore che grida al lupo quando le pecore sono già morte tutte.
Sempre meno lavoratori si rassegnano al recinto del sindacalismo di Stato, saltando lo steccato.
Gli scioperi tardivi della Fiom non devono farci dimenticare che il precariato e il caporalato legale, sono stati sdoganati con gli accordi del 31 luglio 1993 e del 3 luglio 1994. I vent’anni di tabula rasa di diritti e tutele che sono seguiti li hanno sempre visti in prima fila.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi di reti territoriali, che intrecciano legami solidali nella pratica quotidiana, nella relazione diretta, nella costruzione di percorsi di esodo conflittuale dall’istituito.
La scommessa è costruire nel conflitto, fare dell’esodo, della fuoriuscita dalla morsa delle regole del capitalismo e dello Stato, il punto di forza per l’estendersi delle lotte.
Uno spazio pubblico strappato alla delega democratica, che in alcune occasioni si è creato nelle
lotte per la difesa del territorio, è stato laboratorio di idee e proposte radicali. Aumentano coloro che riconoscono l’incompatibilità tra capitalismo e salute, tra capitalismo e futuro, offrendo spazi all’emergere di un immaginario, che mette all’ordine del giorno, come necessità di sopravvivenza, la rottura dell’ordine della merce.
Le lotte contro gli sfratti e per l’occupazione di spazi vuoti spesso non si limitano a cercare disottrarre alcuni beni al controllo del mercato, ma negano legittimità alla nozione stessa di proprietà privata.
La fine delle tutele apre uno spazio – simbolico e materiale – per riprenderci le nostre vite,
sperimentando i modi per garantir(ci) salute, energia, cura degli anziani e dei bambini fuori e contro il recinto statuale. La scommessa è tentare percorsi di autonomia che ci sottraggano al ricatto del “peggio”, ai processi di servitù volontaria (leggi, ad esempio, lavori/tirocini/stage non pagati etc.), alla continua evocazione dell’apocalisse che abbatte chi non segue i diktat della politica nell’epoca del liberismo trionfante, della finanza anomica, della logica del fare per il fare, perché chi fa mette in moto l’economia, fa girare i soldi, “crea” ricchezza.
Sappiamo che questa logica “crea” solo macerie.
Lasciamo che Renzi e i suoi le spalino, noi abbiamo un mondo nuovo nei nostri cuori, nelle nostre
teste, nelle nostre braccia.

Eufelia