Sbrocca Italia dai 4 comitati

Il decreto Sblocca-Italia è legge. Convertito definitivamente in legge dal Parlamento il 5 novembre scorso, è un autentico “mostro” politico e giuridico, che tradisce anchelo spirito neoliberista che anima l’azione del Governo. Il Senato ha votato la fiducia al testo modificato alla Camera, senza poter esaminare il decreto. Quarantacinque articoli su edilizia, infrastrutture, ferrovie, appalti, bonifiche, dissesto idrogeologico, cassa in deroga e altro ancora. Un intricato e ambizioso decreto legge 133/2014. Approvato dal governo a fine agosto e pubblicato in gazzetta il 12 settembre scorso, doveva essere convertito entro l’11 novembre, altrimenti il testo avrebbe perso efficacia di legge. Esso apre ad un modello di sviluppo economico non più sostenibile. edilizia, corruzione, inceneritori, inquinamento, trivellazioni, progressiva dismissione del patrimonio pubblico: questo è il futuro che ci attende! Per la fretta, però, ci sarebbero alcune norme traballanti sotto il profilo dei conti pubblici: ad esempio, in materia di deroghe al patto di stabilità per le bonifiche. L’obiettivo dichiarato è quello di sburocratizzare e “sbloccare” il Paese nei più disparati settori. Sono stati ascoltati decine di enti e associazioni, e prodotti in commissione della Camera 2200 emendamenti (poi ridotti a 700) al testo. Numeri che dimostrano i tanti conflitti e questioni sollevate da un testo di legge, che ha un forte impatto sul nazionale. Matteo a luglio aveva promesso che con lo Sblocca Italia sarebbero stati sbloccati 43 miliardi per il 1 settembre. Passati due mesi, i numeri però si sono sgonfiati, arrivati all’approvazione del decreto i soldi trovati e destinati a grandi “opere cantierabili in date certe” sono 3,9 miliardi. A queste considerazioni si aggiungono quelle dei tecnici del servizio Bilancio della Camera che hanno chiesto al governo come intenda far fronte alle coperture delle spese, essendo state utilizzate «risorse inerenti opere infrastrutturali strategiche già approvate». Sommando le previsioni tra i diversi progetti, si ottiene che ben il 47% andrà a strade e autostrade, il 25% a ferrovie e solo l’8,8% a reti tramviarie e metropolitane». Lo Sblocca-Italia apre conflitti di interesse, fra l’ambito dei poteri riconosciuti, di incidere su interessi di enti e comunità locali, in particolare il comma 4, in cui viene stabilito che nelle decisioni da prendere, in caso di dissenso da parte di un’amministrazione pubblica, l’ultima parola spetta al Commissario straordinario. Per il presidente dell’anticorruzione il rischio è che in questo modo si «verrebbe a creare un commissariamento di scelte politiche locali da parte dell’amministratore di una società per azioni, anche se pubblica». L’obiettivo che si pone lo Sblocca Italia, attraverso deroghe, dei cantieri riaperti e semplificazioni è portare a termine più velocemente i lavori, e per raggiungerlo, sono previste deroghe al codice degli appalti e semplificazioni delle procedure concorsuali. In questo modo il rischio è di abbassare i livelli di trasparenza e di lotta alla corruzione. Il provvedimento introduce per tutti gli interventi che rientrano nella definizione di “estrema urgenza” – e che riguardano la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la riduzione dei rischi idraulici e geomorfologici, l’adeguamento della normativa antisismica, la tutela ambientale e del patrimonio culturale – la possibilità di usufruire di «ulteriori disposizioni di carattere acceleratorio per la stipula del contratto, in deroga a quelle del Codice e permette alle imprese coinvolte nei lavori di non dover fornire alcuna garanzia a corredo dell’offerta, tale disposizione potrebbe portare gli operatori economici a non rispettare gli impegni assunti, senza subire per questo alcun danno. Un altro aspetto poco chiaro (al comma 2) sta nella possibilità di avviare “procedure negoziali” senza dover pubblicare un bando, invitando almeno 10 operatori economici, anche per importi molto elevati (l’attuale soglia comunitaria è infatti di 5 milioni e 800 mila euro). Misure urgenti anche per patrimonio culturale e ambiente, la cosa più preoccupante è la trasformazione «della deroga in regola». L’Articolo 25 consente «ai Comuni di rilasciare l’autorizzazione edilizia in aree sottoposte a vincolo paesaggistico anche in assenza del parere della Soprintendenza, al momento, invece, vincolante», o l’articolo 26 che facilita il recupero degli immobili non più utilizzati del patrimonio pubblico (caserme, scuole e palazzi) semplificando la procedura per determinare la loro diversa finalità d’uso», ma prevedendo «che questa sia stabilita nell’ambito di trattative ‘private’ tra enti», con la chiusura «della partecipazione e al dibattito e non garantendo la trasparenza». Si allargano le maglie del patto di stabilità interno per i Comuni, ma si restingono per le Regioni. Da una parte si favorisce l’aumento della spesa degli enti locali (+250 milioni di euro), dall’altra però per settori fondamentali come il diritto allo studio e il lavoro dei disabili si richiama al risparmio (-500 milioni). Gli articoli in questione sono il numero 4 e il 42. Nel primo lo Sblocca Italia ha previsto che i pagamenti relativi alle opere segnalate dai sindaci, in risposta alla lettera del presidente del Consiglio, sono esclusi dal patto di stabilità, entro limite di 250 milioni di euro il 2014. L’articolo 42 invece stabilisce che “le regioni si impegnano a realizzare misure di razionalizzazione e contenimento della spesa che permettano un risparmio complessivo di 500 milioni di euro”. Risorse recuperate sospendendo l’esonero dal patto di stabilità interno di diverse voci che colpiscono soprattutto l’istruzione. Il che significa, che non ci sarà più l’obbligo di vincolo per la destinazione dei fondi. Nel mirino ci sono appunto i 150 milioni per le borse di studio universitarie, i 100 milioni per le scuole paritarie (sui 220 complessivi), gli 80 milioni per i libri di testo e i 15 milioni per il sostegno agli studenti disabili. A rischio c’è l’erogazione di circa 48.214 borse di studio (l’importo medio di una borsa lo scorso anno è stato di 3360 euro). Un’enormità se si pensa che già oggi siamo fanalino di coda nell’Ue: nel 2013 l’Italia ha erogato solo 141.310 borse, contro le 305.454 in Spagna, le 440.217 in Germania e addirittura le 629.115 della Francia. Queste riduzioni di spesa hanno provocato le proteste degli studenti che sabato 10 ottobre sono in scesi in tutta Italia gridando «tagliare i fondi non è una buona scuola».

Foto1573 Altra questione cruciale in cui si preannunciano forti battaglie svincolata nello Sblocca-Italia è quella sugli inceneritori. Nell’articolo 35 del decreto, infatti, al governo viene consentito di individuare “gli impianti di smaltimento dei rifiuti urbani o speciali, esistenti o da realizzare per attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti“. Le regioni con più inceneritori nel proprio territorio (Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto) hanno chiesto lo stralcio dell’articolo. Nel testo si legge che “negli impianti deve essere data priorità al trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio nazionale” e ”autorizzati a saturazione del carico termico (ndr, cioè portati alla capacità massima). Il risultato, è la caduta delle quote di bacinizzazione regionale e l’arrivo dei rifiuti da bruciare da tutta Italia, con il rischio qualità dell’aria nel territorio. L’intera procedura, inoltre, prevede il dimezzamento dei termini previsti “per la valutazione di impatto ambientale e l’autorizzazione ambientale degli impianti“. L’articolo 35 è stato poi modificato, comprendendo una maggiore partecipazione degli enti locali coinvolti. L’ultima decisone spetta però ancora al ministero dell’Ambiente. Al comma 6 viene confermata la possibilità che nelle regioni con più impianti ci sia il “trattamento di rifiuti urbani prodotti in altre regioni“, ma la priorità viene data a quelli prodotti nel proprio territorio “fino al soddisfacimento del relativo fabbisogno“. Con il comma 7 viene previsto un contributo di 20 euro che ”i gestori degli impianti sono tenuti a versare alla regione“ per ogni tonnellata di “rifiuto urbano indifferenziato di provenienza extraregionale“. La Lombardia (maggiormente coinvolta), che ha presentato a settembre un ricorso alla Consulta contro il decreto, si è opposta all’arrivo di rifiuti da smaltire nel proprio territorio. Aumenta l’estrazione per “aumentare la sicurezza delle forniture di gas” e per “valorizzare le risorse energetiche nazionali” il decreto concede il carattere di “interesse strategico” e di “pubblica utilità” – con semplificazioni e incentivi annessi – ai gasdotti, rigassificatori, alle infrastrutture della rete nazionale di trasporto del gas naturale (come il Trans-Adriatic-Pipeline (Tap) in Puglia) e alle coltivazioni di idrocarburi e di stoccaggio sotterraneo di gas. Il risultato è il raddoppio di estrazione di petrolio e gas. L’accusa a questi provvedimenti è di concedere lo sfruttamento di terra e mare a favore delle multinazionali del settore. L’effetto dell’articolo 37 sarà quello di una enorme bolla speculativa del gas, nascosta dietro la solita motivazione emergenziale, che porterà non già ad aumentare la sicurezza di approvvigionamento, ma a moltiplicare le infrastrutture senza una valutazione a monte delle necessità e delle priorità. Lo scorso agosto Matto Renzi, durante la presentazione delle linee guida dello Sblocca Italia, aveva elencato i numeri del progetto per sviluppare le risorse geotermiche, petrolifere e di gas naturale, la disciplina di semplificazione energetica, in particolare nella parte concernente la regolamentazione in merito alle attività estrattive di idrocarburi, al fine di coinvolgere, formalmente e sostanzialmente, un coinvolgimento di Regioni ed enti locali. Inoltre, e anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, uno dei territori maggiormente coinvolti dal provvedimento, con cittadini e associazioni in mobilitazione, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi.

L’articolo 17 del testo presenta “misure per il rilancio dell’edilizia” che prevedono l’estensione dell’accezione di manutenzioni straordinarie, i permessi di costruire anche in deroga agli strumenti urbanistici e i contributi per il rilascio dei permessi. Chi costruisce un nuovo quartiere può realizzare stralci funzionali invece dell’intera urbanizzazione, determinando un impatto negativo sui bilanci dei Comuni. L’Anci, inoltre, si è espressa negativamente riguardo l’articolo 33 che introduce una nuova procedura amministrativa straordinaria per le bonifiche ambientali e la rigenerazione urbana delle aree di interesse nazionale. La norma, infatti, scrivono i Comuni «esautora il ruolo degli Enti locali, i quali in nessuna fase potranno esprimersi in merito alla realizzazione degli interventi». Accelerazioni e sburocratizzazione che, scrivono vari commentatori critici, va a discapito della partecipazione dei territori. Ecco perché l’articolo 24 – “misure di agevolazione della partecipazione delle comunità in materia di tutela e valorizzazione del territorio” – che consiste in “pulizia, manutenzione, abbellimento di aree verdi, piazze o strade” tramite esenzioni o riduzione tributarie da parte del Comune inerenti al tipo di attività svolta. Non più una comunità che si fa carico del proprio territorio, ma solo singoli che si occupano del decoro del proprio habitat, in base a uno scambio meramente economico.

Dalla nostra non possiamo che ribadire e lo continueremo a fare nelle lotte con i vari comitati, (non sono 4, #Renzi stai sereno) che solo le comunità possono conservare e migliorare la qualità ambientale del proprio territorio ed il benessere degli individui che la compongono. Tale capacità, o diritto, è una priorità assoluta, indiscutibile, non barattabile con alcun tipo di interesse, istituzionale o privato, nè compensazione economica che tenga. Non vi sono valori superiori al diritto di vivere bene in un luogo e di gestire la propria esistenza in un rapporto qualificato con il sistema naturale e sociale in cui si svolge. Quando il prelievo di una risorsa, la trasformazione di un’area, la costruzione di un infrastruttura danneggia l’equilibrio di un territorio, e peggiora quindi le condizioni di vita delle persone che compongono la comunità, esso non va attuato e va bloccato.