Sbarco a Corigliano

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La nave Bruno Gregoretti della guardia costiera sabato sera alle 23,50 attracca al porto di Calabro. A bordo vi sono 467 raccolti nel canale di Sicilia, al largo di Lampedusa dove navigavano su cinque gommoni e un barcone. Uomini donne e bambini, per lo più giovani, profughi da varie zone in guerra come l’Eritrea e la Siria, fuggiti per cercare un futuro migliore, dal Mali e dal Senegal. L’ennesima disgrazia del mare è evitata, ma quei volti stanchi, infreddoliti, scioccati, pongono delle domande sulle modalità di questi salvataggi, sulla gestione dell’accoglienza. Innanzitutto viene da chiedersi come mai, il viaggio, dal salvataggio in mare a Corigliano avviene pure quello in una modalità di sofferenza e disaggio. A bordo sono stivate pigiate l’un l’altre/i, compreso 39 minori e 6 donne incinta, una con perdite di sangue. Riesce difficile pensare se siano stati più fortunati quelli in coperta al freddo o pigiati nel sottostante ponte.

Le operazioni di durano ore, a dieci o quasi, alla volta passano la passerella e subito il controllo della temperatura. Prima i malfermi, molti in ipotermia, qualcuno febbricitante. Nonostante le affermazioni del prefetto di Cosenza e della stampa accreditata, sul funzionamento della macchina dell’accoglienza forti sono le perplessità su un dispiegamento di uomini armati, un dispositivo di sicurezza di vari furgoni di celere, carabinieri, guardia di finanza, cani antidroga, vigili del fuoco atti ad “accogliere” uno spicchio di umanità in fuga! Mai vista tanta grettezza da parte di polizia, operatori sanitari, che hanno inteso effettuare le operazioni di accoglienza bardati di mascherine e guanti di lattice fino. Gli occhi dei migranti sulla fregata erano increduli e sbigottiti, impauriti, mentre interminabili proseguivano le operazioni di attracco. Oltretutto i giornalisti stavano dietro una serie di transenne, lontani decine di metri dalle persone che venivano portate a terra. Viene da chiedersi se davvero non si considera lesivo della dignità delle persone questo tipo di accoglienza. Una massa di zotici che per sentirsi protagonisti indossano oggetti atti a creare una barriera tra le persone, privando l’azione di aiuto di qualsiasi connotato “umano”. I bambini che stavano a bordo della nave i quali, dopo un viaggio massacrante in alto mare, dopo essere sfuggiti alla violenza e alle bombe, accolti dal “civile” occidente da centinaia di mostri mascherati, accecati dai flash di avvoltoi bardati fino agli occhi, mani di plastica prive di ogni calore umano! Certo, si dice che vi siano alcuni casi di scabbia, veri o presunti che siano, viene da chiedersi quanti dei presenti entreranno davvero in contatto coi migranti? Anche questa è barbarie! La vera umanità la mostrano loro, i migranti. Dopo il primo controllo, appena fuori dal molo attracco, qualcuno piange, pochi i sorrisi, solo chi proviene dalla Palestina e dalla Siria, con più energia evidentemente. Chi proviene dall’Eritrea è malfermo, magro, debilitato, uno sembra cadere, anzi no, s’inginocchia e bacia l’asfalto. Nel proseguo passa dal gazebo ristoro, per una cioccolata calda e riceve una sacchetto con dentro frutta, arance e clementine della zona, brioche e panini col formaggio, panettone, acqua. Poi sempre un po’ alla volta nelle tende, finalmente i visi contratti si rilassano, cominciano a chiacchierare fra di loro, qualcuno ritorna indietro con più fiducia verso le tende dove stanno i dottori, fra croce rossa e pronto intervento, per lamentare vari malanni. La maggior parte sono scalzi, le attraversate sui gommoni avvengono senza calzature, per risparmiare peso, sono quelle/i senza bagaglio e solo con i propri indumenti. Poveri e pochi bagagli, comunque lasciati sulla fregata. Infine avviene l’identificazione, la divisione negli autobus verso “centri d’accoglienza nel centro nord, finanche in Lombardia. Chissà se Salvini e Moroni sono stati avvisati. Qualcuno dei fantasmi in tuta bianca che gestisce l’accoglienza, parla con gli altri dice che rischia di finire la roba da mangiare e che vi sono diversi problemi.

La poderosa macchina dell’accoglienza, non ha mediatori culturali, pochi e improvvisati, grazie alla solidarietà delle deboli, ma presenti strutture antirazziste, con persone di madre lingua solidali da diverso tempo sul territorio, arrivati spontaneamente al porto di Corigliano. Il sindaco (di destra) della cittadina che già all’arrivo del primo mercantile, trainato da rimorchiatori nei giorni scorsi, aveva espresso le sue rimostranze, fin anche a minacciare di chiudere il porto, oggi afferma che l’accoglienza e le migrazioni sono un problema dello stato e dell’Europa che deve dare un adeguato apporto. Finché il riconoscersi dell’umanità avverrà attraverso mascherine e divise non vi sarà nuova umanità.

Orestes