PM chiede un anno di reclusione

Questa mattina si è tenuta in maxi aula tre del tribunale di la requisitoria della PM Emanuela Pedrotta al processo per il presidio alla trivella di Venaria. In quell’occasione il camion che portava le luci per le perforazioni notturne rimase alcune ore fermo tra centinaia di .
Pedrotta ha chiesto un anno di reclusione per 25 dei 27 imputati. Per gli altri due ha chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto.
La PM ha dichiarato, in linea con la Procura torinese, di perseguire un reato “comune” e non le opinioni dei No Tav. Si è subito smentita facendo parlando diffusamente delle nostre identità politiche con esplicito riferimento agli anarchici.
Nulla di nuovo per il tribunale di Torino.
Lunedì 26 gennaio la parola è passata ai difensori per le arrighe, che proseguiranno anche il 30.
I vari avvocati del pool No Tav hanno smontato un’ipotesi accusatoria basata sull’appartenenza politica degli imputati, e denunciando il carattere di emergenzialità che caratterizza i procedimenti nei confronti del movimento contro il super treno. Capita così che una normale manifestazione si trasformi in un procedimento per violenza privata, senza che le “parti lese” abbiano neppure sporto denuncia.
Prima della requisitoria due No Tav torinesi – Maria ed Emilio – hanno fatto dichiarazioni spontanee.
Di seguito il testo letto in aula.
Nel gennaio del 2010 LTF, il general contractor per la realizzazione della Torino Lyon, annunciò una novantina di sondaggi tra Torino, Grugliasco, Collegno, Venaria e diversi paesi della Val Susa.
Buona parte di questi rilievi erano previsti in zone già sondate più volte ed erano quindi inutili. Si rasentò il ridicolo con ben sei sondaggi nell’immondizia della discarica di Basse di Stura.
Era chiaro a tutti che si trattava di sondaggi politici: per la prima volta dopo cinque anni dalla rivolta popolare che, nel dicembre 2005 aveva fermato l’opera, il governo intendeva riprovarci.
I 90 carotaggi – ma ne vennero fatti meno della metà – servivano a saggiare la forza del movimento No Tav.
Ogni trivella era accompagnata da centinaia di uomini armati.
I sondaggi furono un pretesto per fare un’esercitazione militare.

In zone abitate ne erano previsti pochi. Uno di questi era quello annunciato nei pressi di alcuni condomini di via Amati a Venaria

Nel pomeriggio del 26 gennaio si sparse la voce che stavano piazzando la trivella a Venaria: salimmo in auto e ci dirigemmo in via Amati.
Siamo in una zona di grandi palazzi stesi lungo la tangenziale, fiancheggiati da tralicci dell’alta tensione. Qui l’opposizione al Tav si legge, oggi come allora, nelle bandiere appese ai balconi.
La trivella non era, come previsto, tra le case, ma sul prato vicino al muro di cinta della scuola materna della zona.
Quando arriviamo c’è ancora poca gente. Prendiamo lo striscione “No Tav, No Trivelle” e assieme ad altri lo apriamo nel prato di fronte ad uno schieramento di finanzieri in assetto antisommossa.
In strada l’apparato di polizia è imponente: poliziotti, carabinieri e uomini della polizia politica, la Digos invadono via Amati rendendo difficoltosa la circolazione.
Poco a poco cala il buio. Nell’ora successiva arrivano tanti No Tav, sia dalle case di via Amati, sia da Torino, che dalla Val Susa. Il prato si riempie, viene montato un gazebo, la gente è tanta che finisce per riversarsi anche in strada.
Intorno arrivano altre truppe: la strada è tutto un lampeggiante blu.
Bidoni, legna, qualcosa da mangiare. La gente scende dalle case e porta del cibo da condividere, tanti thermos di the e caffè caldi.
A questo punto, dopo due ore con i piedi nella neve, ci concediamo una lunga sosta al bar più vicino.
Al nostro ritorno vediamo che in mezzo alla strada c’è un camioncino fermo. E’ quello che porta le torri faro perché la trivella possa perforare giorno e notte.
Ci riferiscono che l’autista non vuole tornare indietro. Lo vediamo che confabula al telefono. Resterà lì un paio d’ore, prima di andarsene senza alcun problema.
Nel frattempo la strada si è ormai completamente riempita di gente di Venaria. Intorno alle 21, nonostante un’abbondante nevicata, all’assemblea spontanea tra il prato e la strada partecipano centinaia di persone.
Nell’assemblea emerge chiara l’ampiezza dell’opposizione popolare al Tav.
La gente di Venaria è preoccupata per il proprio futuro, in questa periferia stesa tra la città e il niente delle auto in corsa oltre la barriera antirumore. I tralicci sfrigolano a due passi dalle case: vivere qui non è facile.
La gente sa bene che il Tav a Venaria correrà in mezzo alle case, fuori o in galleria: saranno dieci anni di cantieri, polvere, disagi per un’opera inutile e dannosa.
In nottata il presidio si sciolse, ma un gruppo di No Tav rimase dando vita ad un presidio di informazione; che rimase lì per tre giorni finché in fretta e furia il cantiere venne smontato. Il sondaggio doveva durare 15 giorni, ma venne finito in meno di tre.
L’accusa che ci viene rivolta è fatta di nulla. Questo è uno dei tanti processi al movimento No Tav, ad una lotta popolare forte anche nelle periferie urbane, dove sempre più le persone non sono disponibili a barattare la propria salute, il futuro dei propri figli alla logica del profitto, di chi, per farsi ricco, ci fa correre sempre più in fretta verso l’autodistruzione.

Di fronte alla criminalità di chi devasta, saccheggia, militarizza il territorio ribellarsi è un’urgenza morale. Una spinta che anima un intero movimento. Un movimento fatto di gente che sa prendersi cura di quello che conta davvero, un bene che non ha prezzo, la libertà di decidere in che mondo vivere.
                                                                                                            Euf.

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