Libertà o dittatura?

Nel settembre del 1917 la Russia era minacciata da un disastro. Non era solo il risultato della disfatta militare, nel luglio si era risolta in un totale fallimento l’”Offensiva Kerenskij” lanciata dal governo repubblicano su pressione delle potenze dell’Intesa (Francia e Gran Bretagna), era soprattutto il risultato del boicottaggio dei capitalisti, dell’aristocrazia fondiaria e di quella finanziaria contro il crescente operaio, influenzato in gran parte dagli anarchici, che si era andato sviluppando dopo la del febbraio 1917 e la cacciata dello zar Nicola II.

In quei giorni, nel suo rifugio in Finlandia, Lenin scrive un articolo dal titolo “La catastrofe incombente e come lottare contro di essa”. In questo articolo, poco conosciuto, e che segue di qualche settimana il più famoso “Stato e rivoluzione”, Vladimir Ilic’ Ulianov espone il programma economico del futuro governo provvisiorio: “controllo, sorveglianza, censimento, regolamentazione da parte dello Stato, ripartizione razionale della manodopera nella produzione e nella distribuzione, risparmio delle forze del popolo, soppressione di ogni loro sperpero, economia di queste forze. Con  trollo, sorveglianza, censimento: ecco da che cosa si deve incominciare per lottare contro la catastrofe e la carestia.”

Scopo di Lenin è definire i compiti di un governo democratico-rivoluzionario, contrapponendolo al programma pratico immediato, antistatalista e autogestionario, degli anarchici. Questi compiti comprendono:

1) Fusione di tutte le banche in una sola banca e controllo delle sue operazioni da parte dello Stato, oppure nazionalizzazione delle banche.

2) Nazionalizzazione dei cartelli capitalisti, cioè dei monopoli capitalisti più importanti (cartello dello zucchero, del petrolio, del carbone, della metallurgia, ecc.).

3) Abolizione del segreto commerciale.

4) Cartellizzazione forzata (cioè obbligo per tutti gli industriali, commercianti e padroni in generale di raggrupparsi in associazioni e unioni).

5) Raggruppamento obbligatorio della popolazione in società di consumo, o incoraggiamento a tale associazione, e controllo di queste società.”

Si tratta di un programma che prevede un forte potere centralizzato, in uno scritto dello stesso periodo Lenin aveva affermato: “quando lo Stato sarà proletario, quando esso sarà lo strumento della violenza del proletariato sulla borghesia, noi saremo completamente e incondizionatamente per un potere forte e per il centralismo.” Al tempo stesso sono provedimenti che non prevedono alcuna misura di dei mezzi di produzione, né di autogestione da parte dei lavoratori: tendono piuttosto ad una regolazione della vita economica e ad uno stretto controllo dello Stato sulle operazioni bancarie, industriali e commerciali; tutte misure, come riconosce Lenin, da tutti gli Stati coinvolti nella prima guerra mondiale.

Il programma delineato ne “La catastrofe incombente” punta all’organizzazione di un capitalismo di Stato, in uno Stato che viene definito “veramente” democratico rivoluzionario, ch distrugga in modo rivoluzionario tutti i privilegi e non tema di attuare in modo rivoluzionario la democrazia più completa. La garanzia dell’evoluzione di questo capitalismo di stato verso il socialismo sta nel potere centralizzato, nella dittatura “del proletariato”, e nel controllo operaio.

Il controllo operaio sulla produzione, nella concezione di Lenin, è una difesa contro il sabotaggio delle classi privilegiate, priama causa della catastrofe economica, ed è uno strumento che mira a limitare (ma non ad abolire!) il potere padronale, la gestione privatistica dell’aziend capitalistica. Solo all’interno di uno Stato centralizzato, il può compiere il lavoro di organizzazione tracciato dai soviet, di consigli dei delegati.

Qual è stato il destino di questo scritto, delle proposte di Lenin sulle soluzioni economiche della crisi russa?

Dal 17 al 22 ottobre si tiene a Pietrogrado la prima conferenza panrussa dei comitati di officina alla quale sono presenti, oltre a 86 delegati di ispirazione bolscvica, 13 anarchici delegati dei propri comitati d’officina. Questi delegati testimoniano il peso che la concezione anarchica della trasformazione economica aveva nel movimento e che sarebbe ulteriormente cresciuta nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione d’Ottobre.

Il movimento più avanzato del proletariato non attese certo i decreti del governo provvisorio, né si limitò al semplice controllo: nello sfacelo economico i comitati di fabbrica si impegnanrono direttamente nella direzione delle singole fabbriche, risolvendo il problema dell’occupazione delle maestranze. Non era raro il caso in cui i proprietari e i consigli di amministrazione affidassero spontaneamente la gestione della fabbrica ai comitati operai. In questa situazione il movimento anarchico era l’unica componente del movimento operaio che aveva una propria teoria rivoluzionaria, che faceva leva sulla spinta delle masse per risolvere i problemi creati sia dal sabotaggio dei capitalisti, che dall’inefficienza e dal centralismo del govrno provvisorio; una tendenza che quindi incentivava il movimento spontaneo delle masse, e dall’altra trovava sempre più credibilità fra di esse.

Il governo provvisorio, costituitosi in seguito alla rivoluzione d’ottobre del 1917, promulgò un decreto sul controllo operaio, con lo scopo di frenare il movimento di massa, dando alcuni contentini ai comitati operai, ma conservando la proprietà privata dei mezzi di produzione e il carattere capitalistico del processo produttivo. Il decreto rimase lettera morta: respinto da industriali e tecnici, criticato dai sindacati, avversato dai comitati di fabbrica. Quale fosse il peso della tendenza espressa dal movimento anarchico, è data dal fatto che un mese dopo la pubblicazione del decreto il Consiglio panrusso dei comitati di fabbrica, organismo controllato dai bolscevichi, pubblica sulle Izvestija le istruzioni generali sul controllo operaio, per correggere le istruzioni diffuse dal consiglio centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, sempre pubblicate dalle Izvestija, nelle quali, in contrasto con le indicazioni ddei bolscevichi, si identificavano controllo e gestione.

Nel tentativo di frenare il movimento di massa, i bolscevichi si rivolsero allora ai sindacati, ancora controllati in prevalenza dai menscevichi: dal 7 al 14 gennaio 1918 si tenne a Pietrogrado il I Congresso panrusso dei sindacati, da cui Lenin e i suoi compagni speravano di ottenere misure concrete di disciplinamento delle energie sociali e del movimento di classe, in funzione rafforzamento del potere del governo provvisorio, misure a cui il movimento dei comitati di fabbrica si era sempre opposto. Al congresso i dirigenti bolscevichi dei sindacati si batterono per sottomettere il movimento dei comitati di fabbrica alla disciplina sindacale, ma al tempo stesso rivendicarono l’indipendenza dei sindcati nei confronti del potere politico. Zinoviev replicò, esprimendo anche la posizione di Lenin, che la rivendicazione dell’indipendenza dei sindacati era o una figura retorica, o un aiuto oggettivo ai sabotatori, visto che i sindacati erano già una parte della struttura dello Stato. Anche se i bolscevichi erano divisi per i rapporti sindacati-governo-Stato, essi marciavano uniti conto la tendenza espressa dal movimento narchico, per l’irreggimentazione del movimento di massa, per la difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione e la difesa del carattere capitalistico della produzione stessa.

Nonostante la vittoria al congresso dei sindacati, la posizione dei bolscevichi era tutt’altro che solida, di fronte al crescere dell’iniziativa spontanea delle masse.

Sarà solo la pace di Brest-Litovsk e la presa di posizione di gran parte del movimento anarchico per la continuazione della guerra al fianco dell’Intesa, sotto la nefasta influenza di Pietro Kropotkin, a far girare il favore popolare decisamente a favore del governo provvisorio.

Le conquiste della rivoluzione russa saranno progressivamente snmantellate dai governi comunisti, fino alla definitiva restaurazione del capitalismo, come gli anarchici avevano previsto.