Il nemico del nostro nemico è nostro amico?

In un famoso romanzo di Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, ambientato nella Cuba precastrista alla fine degli anni ’50, in un colloquio fra il Capitano Segura, capo della polizia politica del dittatore Batista e Mr Wormold, il personaggio principale, lo stesso Segura afferma:

“Una delle ragioni per cui l’Occidente odia i grandi Stati comunisti sta nel fatto che essi non riconoscono le distinzioni di classe. A volte torturano persone che non dovrebbero essere torturate.

Altrettanto fece Hitler, naturalmente, e scandalizzò il mondo. Nessuno si preoccupa di ciò che accade nelle nostre carceri, o nelle carceri di Lisbona o di Caracas, ma Hitler era troppo promiscuo. Era un poco come se, nel suo Paese, un autista avesse dormito con una nobildonna.»

«Cose del genere non ci scandalizzano più»

«Corrono tutti gravi pericoli quando mutano le cose che scandalizzano»”

A mio avviso la distinzione fra “torturabili” e “non torturabili” proposta da Segura può essere tranquillamente estesa a quella fra assassinabili e non assassinabili.

Mentre stendo queste note i media continuano a discutere, analizzare, enfatizzare i fatti di Parigi.

Credo si debba fare uno sforzo per lasciare da parte la repulsione per una strage non perché non meriti repulsione ma perché l’assassinio di innocenti, realizzato in forme diverse, non è l’eccezione ma la regola nell’universo nel quale viviamo e non è accettabile che vi siano crimini che meritano la condanna e crimini che si possono tacere.

Alle porte stesse dell’Occidente laico, democratico, civile ogni giorno muoiono migranti costretti, per entrare in Europa, ad affrontare situazioni di gravissimo rischio, ogni giorno le guerre che si svolgono nelle periferie del mondo, guerre alle quali le grandi democrazie occidentali non sono certe estranee.

Con la strage di Parigi la guerra, quella guerra che, quando si svolge in Africa o nel vicino oriente, non impressiona più che tanto le popolazioni dell’occidente sviluppato, viene portata sul territorio metropolitano, cosa peraltro già avvenuta negli USA, come l’attacco alle due torri, in Gran Bretagna, in Spagna ecc..

Leggo, a questo proposito, diverse raffinate analisi di carattere dietrologico sulla strage di Parigi. Sembra che a molti paia impossibile accettare il fatto che è perfettamente plausibile che un gruppo di giovanotti possa aver fatto tutto da sé e che esista, alle loro spalle e come loro riferimento, una corrente politico/religiosa non “occidentale” che è seriamente intenzionata ad occupare uno spazio nell’attuale equilibrio dei poteri.

Semplicemente c’è chi non vuole capire che siamo, ed è assolutamente normale che sia così, in un mondo multipolare dove, per dirla in parole semplici, operano diversi attori politici in concorrenza fra di loro e che non tutto può essere spiegato con manovre del Grande Satana statunitense o, è una variante diffusa, con la congiura ebraica.
Per di più, ai terzomondisti d’envergure ripugna l’attribuire la parte del vilain a qualcuno che non sia la CIA o il Mossad.

Sembra impossibile che molti, troppi, che si vogliono nemici dell’attuale ordine del mondo non ritengano evidente che una società superiore, una società di liberi e di eguali, non può affermarsi riducendo le libertà attuali e assumendo modelli oscenamente regressivi e che, anzi, abbia come suo obiettivo proprio l’estensione delle libertà e il conseguente passaggio dall’eguaglianza politico/formale a quella sociale/reale.

Si tratta, a mio avviso e in primo luogo, di prendere atto che un ordine del mondo unipolare, quello che sembrava in procinto di affermarsi dopo il crollo del blocco sovietico, semplicemente non esiste e non può esistere.

A petto dell’innegabile egemonia militare statunitense, si sono sviluppate importanti potenze regionali, Cina, Russia, Brasile, India ecc. alcune delle quali, in particolare la Cina, hanno sviluppato una concorrenza sul piano economico con l’imperialismo statunitense assolutamente efficace.

Lo stesso rapporto tra USA ed Europa, in particolare a ma non solo, con la Germania è tutt’altro che armonico visto che scontri di interesse sono presenti e rilevanti.

E’ in questo scenario che la stessa idea di un’onnipotenza statunitense nel complicato scenario del vicino oriente non ha alcun serio fondamento.

Certamente, infatti, gli USA hanno usato l’islamismo in funzione antisovietica in occasione della guerra in Afghanistan e non solo ma è bene ricordare che prima la caduta dello Scia in Iran, poi la vittoria di un partito islamico in Turchia e la conseguente fine di due importanti alleati in quell’area, dimostrano che quanto avviene non è riconducibile a schemi semplici e rassicuranti con gli USA, e magari la lobby ebraica, nella parte dei cattivi.

Esistono soggetti politici importanti, veri, radicati che non sono riconducibili all’egemonia statunitense. Esistono, soprattutto, culture, modelli sociali, potenze economiche, in primo luogo l’Islam, diversi, radicalmente diversi, da quello egemone nelle metropoli capitalistiche.

Ciò pone problemi nuovi e importanti alla teoria politica, la religione che molti di noi avevano considerato come un fattore politico tendenzialmente residuale riprende un peso inimmaginabile sino a qualche decennio addietro.

Morte le due principali religioni laiche della modernità, il nazionalismo/fascismo e il comunismo, le grandi religioni tradizionali, in particolare islam, cattolicesimo e induismo ma anche, in funzione anticattolica, un protestantesimo ateologico che si diffonde massicciamente in particolare nell’America latina, riprendono un ruolo importante come fattori di tenuta della società contro l’impatto distruttivo del mercato e del nichilismo individualista dell’occidente.

E’, ad esempio, evidente che l’iniziativa politica e culturale della chiesa cattolica oggi e straordinariamente superiore a quella di qualche decennio addietro e che soprattutto si pone come alternativa al modello occidentale così come si è determinato.

Da ciò derivano due conseguenze:

– in primo luogo la necessità di tenere ritta la barra, di evitare di schierarsi in un ruolo subalterno nei due partiti che oggi si disegnano in Europa, quello maggioritario che chiama all’unità contro i barbari nelle sue versioni di destra, fascista/leghista, e di sinistra progressista e quello, minoritario, terzomondista, antiamericano fascistoide se non fascista;

– nello stesso tempo ripensare la nostra teoria e la nostra pratica in una prospettiva meno eurocentrica, provinciale, occidentale misurandoci con le trasformazioni in atto e con le correnti politiche che si vanno affermando in questa fase.