Forza e minoranze agenti

aAl fine di riprendere ed approfondire la categoria “forza” che ho cercato di tratteggiare in un mio precedente articolo utilizzerò un lungo brano tratto da un testo di un compagno, circolato in poche copie dattiloscritte nel 2010 e che sviluppa, a mio avviso, una critica acuta proprio della categoria, che rivendico, di minoranza agente come elemento costitutivo della forza.

“Della modestia che si conviene al lottatore sociale ovvero una lettera ai compagni

Nessuno metterà in dubbio che il grosso delle attività che abbiamo portato avanti insieme in questi anni erano (e sono rimaste) fortemente caratterizzate dalla volontà di essere “in strada”: presidi, volantinaggi, cortei, etc.

A cosa mirano queste presenze organizzate? Che cosa si spera di fare quando, ad esempio, si scrive un volantino e lo si distribuisce alla cosiddetta “gente”? Ognuno di voi, credo, mi risponderebbe che ogni presenza pubblica “comunicativa” mira a diffondere una prospettiva di lotta, ad allargarla ed a potenziarla, cioè, detto in soldoni, a convincere “la gente”…..

Alla base vi è una concezione secondo la quale – non dirò ancora “ai proletari”, perché ci dobbiamo ancora arrivare, ma – alla “gente” mancherebbe qualcosa, e questa cosa che manca loro sono i “rivoluzionari” a potergliela e dovergliela dare (la coscienza, la controinformazione etc.). Ci si concepisce come la mediazione tra “la gente” – che poi sarebbero i proletari – e la rivoluzione, tra l’essere e la coscienza, perché tra di essi appare una cesura totale, un fossato. I pretesi “rivoluzionari” vogliono essere il ponte su questo fossato. Da ciò il lavoro di Sisifo di gruppi e gruppuscoli i quali, trovandosi davvero alla “periferia” dell’essere (cioè della classe), vogliono apparire quali stregoni e mediatori di questo congiungimento con la coscienza. …..

Dicevo di una discontinuità tra l’essere e la coscienza che deve essere mediata; ma com’è possibile pensare una siffatta cesura che valga per altri e non per sé? O tale rottura esiste incolmabile per tutti, e quindi la coscienza è impossibile, oppure la rottura non è a priori così radicale e non vale per gli altri più di quanto valga per me.

Questo discorso, che vale per tutti i vani tentativi di “importare” una coscienza, vale ugualmente per la cosiddetta controinformazione.

Si comunica realmente sempre e solo riguardo a ciò che si ha in comune. Al di fuori di una condizione comune effettivamente vissuta, di una comunità di lotta già esistente, la diffusione di un’informazione qualsivoglia (“esiste questa lotta in quel tal posto”, “hanno arrestato tizio per quel tal motivo” etc.) è del tutto inutile: non sarà nient’altro che un dato in più nel flusso inarrestabile e superfluo che ci inonda quotidianamente.

Le nozioni stesse di “intervento” o di “presenza pubblica” tradiscono la percezione di un’esteriorità allo spazio-tempo in cui si svolge la contraddizione di classe.

Vogliamo forzare gli altri a fare qualcosa che non fanno? Ma questa è precisamente l’essenza della politica…..

La politica come professione nasce e prolifera a partire da un certo grado di divisione sociale del lavoro: il mestiere di radunare gli uomini in vista di determinati fini prospera solamente dove essi sono divisi e costretti nelle loro occupazioni parcellari.

Da ciò nasce la forma mentis politica, sia essa la disposizione (attiva) a organizzare gli altri o quella (passiva) a farsi organizzare. “

La descrizione, corrosiva quant’altre poche, dei “difetti” tipici della militanza che si coglie in questa riflessione merita, a mio avviso, non una frettolosa liquidazione ma una disamina.

Apparentemente il compagno coglie un problema irrisolto. Noi, in quanto libertari, rifiutiamo in radica la separazione fra proletariato e coscienza di classe e la pretesa di chiunque di incarnare questa coscienza.

Nello stesso tempo agiamo come corrente, area, gruppi, un tempo si sarebbe detto partito anche se questa definizione è stata abbandonata per gli equivoci che inevitabilmente ingenera.

Se noi, però, non siamo espressione, come pretendono i marxisti ortodossi, di una coscienza generale della classe e di una “scienza” che ne definirebbe i caratteri , su cosa si base il nostro agire comune?

Nella sterminata produzione teorica che i nostri compagni hanno dedicato all’argomento si possono ritrovare molte ed interessanti risposte.

In molti casi l’accento viene posto sulla dimensione etica dell’ cosa che rischia di produrre nuovi paradossi non foss’altro che perché la definizione di cosa sia giusto è quantomeno problematica e ha, almeno a mio avviso, un valore essenzialmente individuale.

Se, infatti, è ragionevole affermare che un rivoluzionario è tale prima di tutto perché o anima una passione ed una scelta sovversiva è ben difficile formulare su questa base un programma ed un’identità.

Una pista di ricerca interessante al fine di andare si trova in un breve testo di Enrico Malatesta, Il programma anarchico, quando l’autore rileva che il principale fattore di effettiva sovversione dell’esistente sta nella contraddizione fra capacità, qualità, propensioni di parte delle classi subalterne e loro effettiva collocazione e consumo nella società statale e mercantile.

In altri termini, vi è una contraddizione fra forze produttive, la prima delle quali è un assieme di donne e di uomini, e rapporti sociali di produzione.

Questi uomini e queste donne sono quello che, in un linguaggio classico, chiamiamo minoranze agenti, quello strato di proletari immediatamente incompatibili con l’istituito, la platea sociale a cui si rivolge, o meglio dovrebbe rivolgersi la nostra proposta.

Nello stesso tempo va colto il fatto che la classe non è un generico aggregato di individui ma un prodotto storico delle lotte, esperienze, forme organizzative che l’hanno caratterizzata nel tempo.

Ne consegue che le minoranze agenti sono predisposte a incontrare sulla loro strada le tradizioni sovversive del passato, a farle proprie, a rielaborarle, a sottoporle a verifica.

Da ciò la necessaria sintesi fra energia e critica, fra esperienza della lotta e memoria, fra prassi e teoria che non sono l’incontro, effettivamente impossibile, fra un’astratta coscienza generale e una classe inconsapevole ma una dialettica vivente interna alla stessa classe nelle sue ricche e complesse determinazioni e, in termini più ampi, il formarsi, al di là dell’appartenenza di classe di una soggettività sovversiva propriamente umana.