Tutto fa brodo pur di respingere

«A seconda delle fonti, ci viene segnalato che ci sono tra i 500mila ed un milione di migranti pronti a partire dalla Libia». Parola di Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere.

La dichiarazione, rilasciata un paio di settimane fa, è rimbalzata su tutti i media suscitando prevedibili reazioni di panico più o meno interessato. In questo particolare momento storico, con le terrificanti notizie sulle imprese criminali dello Stato islamico e i continui aggiornamenti su guerre e crisi umanitarie che flagellano l’Africa e il Medioriente, le parole di Leggeri (che ha persino insinuato il sospetto che sui barconi dei disperati possano annidarsi anche terroristi infiltrati) non potevano passare inosservate, specialmente per la loro irresponsabilità.

Al di là dell’indeterminatezza delle “fonti”, non si capisce perché il direttore di Frontex si sia preso la briga di sparare una dichiarazione del genere. Talmente irrealistica da costringere il ministro degli esteri italiano, Paolo Gentiloni, a rassicurare l’opinione pubblica invitando Frontex a non alimentare inutili allarmismi.

Dal nostro dibattito interno, sono emerse alcune riflessioni sulla natura di queste illazioni, strettamente connesse alla funzione di Frontex. All’inizio di quest’anno, infatti, proprio l’agenzia europea aveva diffuso delle notizie riguardo a presunte “navi fantasma” (prive di equipaggio e senza nessuno al timone) comprate dai trafficanti di esseri umani per riempirle di immigrati da lasciare in balia delle onde. Una inchiesta giornalistica dell’emittente tedesca Ard ha poi smascherato la bufala: queste navi, semplicemente, non esistono. Perché, dunque, Frontex se la sarebbe inventata? Per i giornalisti tedeschi tutto si spiega con la propaganda: inventare la storia dei migranti lasciati in mezzo al mare solleverebbe le istituzioni europee dalle loro oggettive responsabilità sulle tragedie legate all’immigrazione. Questa malafede aveva già fatto capolino pochi giorni prima, allorché il direttore della divisione operativa di Frontex, Klaus Roesler, scriveva al direttore dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell’interno, Giovanni Pinto, richiamando la sua attenzione sui ripetuti interventi da parte della guardia costiera italiana: «Le azioni di soccorso in zone poste fuori dall’area operativa di Triton – scriveva Roesler – non sono coerenti con il piano operativo e purtroppo non saranno prese in considerazione in futuro perché non necessarie né convenienti sotto il profilo dei costi».

Insomma, si gonfiano le cifre senza fondamento per creare allarmismo, si inventano modalità si trasporto degli immigrati ancora più criminali di quelle già usate, e ci si lamenta addirittura che vengano salvati troppi migranti.

Sulla questione è tornato a battere un colpo anche l’Acnur, l’alto commissariato Onu per i rifugiati con alcune proposte indirizzate all’Unione europea: istituire un’operazione di ricerca e soccorso europea nel Mediterraneo, sul modello dell’italiana “Mare Nostrum”; realizzare un sistema europeo per compensare le perdite economiche subite dalle compagnie di navigazione coinvolte nel salvataggio in mare di persone in pericolo; trovare una soluzione europea che preveda una equa distribuzione dell’impegno per il sostegno ai rifugiati.

Pare quindi che “Mare Nostrum” sia, un po’ per tutti, un modello di riferimento: osteggiato da alcuni perché troppo efficiente nel salvare vite umane e nel consentire, quindi, l’ingresso in territorio europeo; rimpianto da altri proprio per gli stessi motivi. In queste pagine abbiamo più volte affrontato l’argomento cercando di non cedere anche noi alla tentazione di fare propaganda fine a se stessa. Che Mare Nostrum sia servita a evitare ulteriori stragi del mare è un dato oggettivo, ma questo non significa che l’approccio militare al fenomeno dell’immigrazione rappresenti una risposta adeguata.

Le istituzioni internazionali si concentrano volutamente sugli effetti piuttosto che sulle cause. Ci si può (e ci si deve) ingegnare su come garantire canali di accesso legali e sicuri per i migranti in fuga da guerre e persecuzioni (basti pensare ai siriani, sempre più numerosi, che bussano alle porte dell’Europa in fuga da un conflitto che dura ormai da cinque anni), ma se tutto rimane inquadrato nella solita cornice di penenne emergenzialità senza incidere minimamente sulle cause delle migrazioni, allora non si arriverà mai a una soluzione razionale.

Sarebbe anche il caso di smetterla con la narrazione degli “italiani brava gente” che fanno di tutto per aiutare i migranti scontrandosi con un’Europa sorda e cattiva. Basti pensare all’ultima trovata del ministro Alfano che ha proposto ai suoi colleghi dell’Ue di «coinvolgere direttamente i paesi terzi affidabili nella sorveglianza marittima e nelle attività di ricerca e salvataggio», con «meccanismi di cooperazione operativa ad hoc». A chi si riferisce il ministro? Alla Tunisia, per esempio: secondo questo schema d’intervento, le navi tunisine, dopo aver soccorso i migranti, dovrebbero portarseli in Tunisia. Una volta a terra, l’Unione europea, con suoi rappresentanti e il supporto dell’Acnur e dell’Oim, assisterebbe le autorità locali nella gestione dei flussi migratori, nell’avvio delle procedure internazionali di protezione e nell’assistenza alle persone maggiormente in difficoltà.

L’ipotesi è talmente campata in aria da sembrare demenziale. Forse ad Alfano sfugge l’esistenza del principio di non respingimento, secondo il quale non si possono rimandare i migranti in paesi che non garantiscono il rispetto dei diritti umani. Può darsi che noi non siamo aggiornati, ma non ci pare che lo stato tunisino brilli particolarmente in tal senso. Senza contare che la Tunisia non è esattamente la meta preferita da una persona che scappa da Aleppo o dal Corno d’Africa.

Ma tutto fa brodo, pur di impedire le traversate nel Mediterraneo. Tutto, fuorché la cosa più importante: lavorare concretamente alla risoluzione dei conflitti e dello sfruttamento che sono all’origine dell’impoverimento e dei disastri che affliggono i territori di prevenienza dei migranti.

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