Recensione: ” I senza Stato ” di Andrea Staid

 È appena uscito per le edizioni Bébert un interessante saggio di , dedicato, in maniera significativa, alle donne della regione autonoma del Rojava. Riporto qui alcuni stralci dell’introduzione e del primo capitolo (dal titolo Il potere nelle società primitive) che credo siano utili alla riflessione e al dibattito. Per acquistare il libro (107 pp. 10 euro) si può contattare l’editore www.bebert.it twitter.com/bebertedizioni facebook.com/bebertedizioni

 Sempre più la popolazione non si riconosce nelle scelte dei governi e nei modi di fare dei politici, sempre meno persone, soprattutto giovani, credono alle soluzioni vendute dai governanti di turno, dai banchieri o dai grandi imprenditori. Particolarmente interessante è che contemporaneamente a questa crisi assistiamo a un moltiplicarsi di esperienze di resistenza, autoorganizzazione e lotte per la distribuzione del potere. Viviamo un periodo di rivolte contro il conformismo burocratico, un rifiuto della politica di partito, una vera e propria voglia di creare nuovi movimenti che consentano un’autoemancipazione […].

Concretamente sembra emergere sempre più insistentemente una voglia di democrazia diretta in grado di mettere in discussione l’intero corpo politico delle società statali […]. Democrazia significa “potere del popolo”, come scrive Graeber nel suo testo Critica della democrazia occidentale (Elèuthera 2012). L’ampia distribuzione del potere suggerita dalla nozione di popolo ci fa pensare alla democrazia come un’istituzione politica egualitaria che si confonde, in questo senso, con la nozione di anarchia, definita come “assenza di capi”, ovvero una configurazione diffusa del potere, distribuito in maniera tendenzialmente egualitaria tra le persone […].

Il potere è il nodo centrale nella gestione dello spazio politico sia per quello gerarchico sia per quello non gerarchico. L’analisi delle società primitive ci permette di comprendere la decostruzione del dominio (ovvero il potere coercitivo) e la creazione di un potere diffuso […]. Il potere si definisce in termini relazionali, non esistono esseri umani senza relazioni quindi è impossibile eliminare il potere. Ma ci sono differenti tipi di potere: il potere coercitivo che chiameremo dominio, cioè la relazione di comando-obbedienza, e il potere non coercitivo che non riconosce questa relazione di obbedienza e che è distribuito a tutta la comunità […]. Senza mitizzare le società “primitive” in generale o le società indigene amerindiane, è pero importante sottolineare come possa essere interessante per un antropologo cercare nelle ricerche etnografiche, per capire come culture “altre” vivono o hanno vissuto il rifiuto dello Stato e del dominio.

La documentazione archeologica, storica ed etnografica disponibile indica che le società di cacciatori e raccoglitrici, sole forme organizzative umane fino alla diffusione dell’agricoltura, distribuivano il potere in forma tendenzialmente egualitaria. Vivevano prevalentemente in piccoli gruppi, differenziati al loro interno

per personalità, inclinazioni, gusti, competenze senza avere alcun potere politico costituito. Quando era identificabile un capo, ma il termine tradisce una concezione gerarchica della società, questo era spesso una figura dedita alla mediazione, all’oratoria, al coordinamento. Ci sono numerosi esempi di società pastorali

fortemente egualitarie, alcune dotate di sistemi e tecniche assembleari complesse ed efficaci: la politica in queste società può essere intesa come momento e spazio, più o meno formalizzato, lasciato alla parola pubblica, finalizzato a informarsi e a prendere decisioni. Finché non si istituisce un ambito politico scisso dal

sistema sociale, come nel caso delle società fin qui descritte, possiamo parlare di democrazia diretta, ovvero di una democrazia, priva di deleghe o con deleghe contenute, verificabili, momentanee […].

Analizziamo più a fondo queste società senza Stato: come sappiamo il potere coercitivo che, stando a quanto precedentemente definito, caratterizza la forma Stato Nazione occidentale si realizza in una caratteristica relazione sociale: comando-obbedienza. Risulta immediatamente che laddove non si osserva questa relazione essenziale, si hanno società senza potere coercitivo, ovvero senza dominio.

Studiando le “culture altre”, in questo caso quella degli Indiani d’America, ci accorgiamo che non tutte le società sono fondate su questa caratteristica sociale comando-obbedienza, che non tutte le società sono fondate sul dominio dell’uomo sull’uomo […]. Ci troviamo di fronte a un complesso enorme di società, in cui i detentori di ciò che altrove si chiamerebbe potere, in effetti, sono privi di potere, in cui il capo politico è al di fuori di qualsiasi coercizione e violenza, e di ogni subordinazione gerarchica […].

Anche nelle società in cui l’istituzione politica è assente, è presente la politica, anche qui si pone il problema del potere. Il potere politico è una necessità della vita sociale. La politica è pensabile anche senza la violenza, ma non è pensabile il sociale senza il politico. In altre parole non ci sono società senza potere, ma ci sono

diversi tipi di potere. L’uomo per vivere in una comunità, per creare il sociale, deve produrre norme ma può produrre le norme che vuole […].

Nella società senza Stato, o anarchia, l’ordine esiste come in qualsiasi altra società in quanto le persone vivono in base alle norme. Il comportamento delle persone è monitorato dai propri simili. Alfred Reginald Radcliffe Brown ha proposto il termine “sanzione” per indicare la maniera in cui un gruppo sociale reagisce al comportamento di ogni suo membro, ci possono essere sanzioni positive per premiare o sanzioni negative per esprimere disapprovazione.

Un aspetto centrale delle sanzioni nelle società senza Stato ed egualitarie, è che vengono applicate spontaneamente da uno o più membri della comunità e soprattutto la loro applicazione non è affidata a una persona specifica che ricopre un ruolo sociale di prestigio. Possono essere esercitate da chiunque, sono diffuse in tutta la comunità, il potere è detenuto dalla società tutta, indivisa. Non esiste un’elite particolare, un governo che rivendica il monopolio dell’uso della violenza come meccanismo sanzionatorio come potrebbe essere l’esercito, la polizia e i giudici nella società occidentale. La legge e il governo sono invariabilmente associati al dominio di una classe elitaria, mentre le società senza governo sono invariabilmente egualitarie e senza classi. Il corpo politico di queste società non possiede quindi organi separati di potere politico, esse sono indivise, questa è la grande differenza rispetto a tutte le società statali che sono divise tra dominati e dominanti […].

Sono società egualitarie perché ignorano la disuguaglianza, ogni uomo non vale ne più ne meno di un altro, non ci sono superiori o inferiori, nessuno può più di chiunque altro, nessuno è l’unico detentore del potere, il potere è diffuso a tutti i membri della comunità […]. Nelle società senza Stato il potere è esattamente quello che la comunità ha voluto che fosse, e poiché questo potere non conta nulla, il gruppo rivela in tal modo il suo rifiuto radicale dell’autorità nella negazione assoluta del potere coercitivo.

Le società non sono senza Stato per pura casualità o per arretratezza evolutiva, come hanno scritto per più di un secolo gli studiosi marxisti: le loro interpretazioni materialistiche hanno messo in evidenza i fattori economici, tecnologici e organizzativi, ma hanno ignorato il cruciale fattore ideologico, nelle società senza Stato non si è sviluppata un’ideologia articolata sul concetto di superiorità-inferiorità […]. Sono società che rifiutano lo Stato e il dominio e che scelgono consapevolmente di darsi delle norme che allontanino la possibilità di una degenerazione della società in società gerarchica e del dominio […]. Ben presto queste società senza dominio hanno avvertito che la trascendenza del potere racchiude per il gruppo un rischio mortale. Ignorando lo Stato, la tribù tiene disgiunta la funzione di capo dal potere coercitivo, perché non vuole che il capo comandi, che domini, che abbia la possibilità di mettere in atto la relazione di comando-obbedienza. Abbiamo a che fare con delle vere e proprie società del rifiuto dell’obbedienza, queste sono le società contro lo Stato […]

Studiare, capire la gestione del potere nelle società senza Stato può essere una possibilità per comprendere meglio la crisi dello spazio politico contemporaneo e uno spunto per combattere il dominio e lo sfruttamento sempre più presenti nella nostra società […].

A. Soto