Il capitalismo: un’economia destinata al declino

fUn caratterizzata da investimenti fiacchi, tassi d’interesse bassi, bolle creditizie ed un debito ingestibile nel lungo periodo; questo è lo scenario che descrive Martin Wolf per il Financial Times.

Martin Wolf è un giornalista del FT, uno dei più influenti scrittori di argomenti economici. Le sue previsioni sul futuro del capitalismo sono quindi interessanti.

L’articolo di cui ci stiamo occupando ha, nella sua traduzione italiana per Il Sole 24 Ore a cura di Fabio Galimberti, un titolo interessante: E’ l’era della grande stagnazione? Wolf intende mettere in guardia contro il rischio della stagnazione economica, di cui individua alcuni presupposti. Il primo è il rallentamento della crescita della produttività totale dei fattori economici, in primo luogo capitale e lavoro. Il secondo punto su cui Wolf attira l’attenzione è il mantenimento di surplus nel saldo con l’estero: l’economia globale potrebbe non riuscire a sostenere disavanzi specularinella bilancia delle partite correnti, nella fase precedente il 2007 i deficit di aluni paesi, USA in primis, come contrappeso ai surplus di Cina, Germania e paesi esportatori di petrolio si sono dimostrati insostenibili. L’ultimo punto riguarda l’eccedenza della propensione al risparmio, rispetto ad una sua misura “fisiologica”: su questo punto Wolf segue l’opinione di Summers, ex segretario al Tesoro Usa, e del Fondo Monetario Internazionale, sul carattere permanente di queste eccedenze, che esistevano, secondo questi autori, già prima della crisi e dureranno quindi più a lungo.

Wolf ne trae la conclusione che per uscire da questo scenario deprimente sono necessarie riforme a tutti i livelli, per imprimere spinta alla crescita potenziale e ridurre l’instabilità.

In realtà l’aumento della crescita porta con sé l’instabilità.

Sia gli squilibri nelle partite correnti, sia l’eccedenza della propensione al risparmio sono superabili o per lo meno sopportabili se c’è la crescita economica, e questa dipende dalla crescita della produttività dei fattori. La crescita della produzione è data dalla differenza tra la massa dei fattori della produzione e la massa dei prodotti, beni e servizi. Questa differenza è prodotta dal lavoro umano, dal lavoro dipendente, dal lavoro salariato, e di essa se ne appropriano le classi privilegiate, in primo luogo i capitalisti, nella forma del profitto. Per gli anarchici questo profitto è la molla della produzione capitalistica, non il profitto in generale, ma il profitto individuale di ciascun capitalista; e poiché la produzione è organizzata da ciascun capitalista per questo profitto e non per soddisfare i bisogni sociali, da questo deriva il disordine, lo sperpero delle risorse umane, l’inquinamento, la carestia, le terre e gli impianti inoperosi, i lavori inutili e dannosi, la disoccupazione, tutti mali che si possono riassumere nel termine eufemistico di instabilità.

Ogni capitalista cerca di appropriarsi di una fetta maggiore di profitto, aumentando la produttività delle proprie maestranze; questo può apportare un beneficio immediato, ma a lungo andare ha degli effetti perversi. Se il volume del profitto rimane costante, l’aumento della produttività porta con sé l’aumento del capitale, quindi a massa di profitto costante, il saggio di profitto (che è solo un’altra forma della crescita della produttività) diminuisce. D’altra parte l’aumento della produttività ha come conseguenza che meno lavoratori mettono in movimento masse di capitale (impianti e materie prime) crescenti: la fonte della ricchezza si riduce, quindi il saggio di profitto, ma anche la sua massa può rimanere costante solo aumentando lo sfruttamento dei lavoratori.

L’aumento della produttività del lavoro ha come conseguenza l’aumento della massa di capitale messa in movimento ad ogni ciclo produttivo. Questo ha come conseguenza che aumenta il volume del capitale iniziale, sia come massa di beni e servizi, sia come valore. Questo fa sì che aumenta la dipendenza dell’economia reale, del singolo capitalista industriale dal credito, cioè dal capitale finanziario detenuto dall’aristocrazia finanziaria, mentre il capitale finanziario ha bisogno di avere a disposizione le risorse dello Stato, sotto forma di investimenti, finanziamenti e debito pubblico, per alimentare le esigenze delle varie fasi dell’economia capitalistica.

Ma se aumenta la massa di beni e servizi trasformati in capitale e valorizzati dallo sfruttamento degli operai, se aumenta la massa di valore necessaria ad ogni inizio del ciclo economico, se aumenta l’impegno del capitale finanziario e dei governi a sostenere la produzione, DIMINUISCE la fonte della ricchezza destinata ad arricchire tutti questi parassiti, in forza della proprietà privata dei mezzi di produzione. DIMINUISCE il numero dei lavoratori impiegati per unità di capitale. Ecco perché i surplus commerciali, le bolle speculative, la propensione al risparmio piuttosto che all’investimento fanno tanta paura.

Quello che Wolf non dice, ma traspare da tutto il suo articolo è che il modo di produzione basato sulla proprietà privata e sul profitto è destinato inevitabilmente al declino, è incapace di soddisfare i bisogni dei singoli e della collettività. Per reagire a questo declino c’è bisogno di riforme, ma il senso di queste riforme, il loro minimo comun denominatore è RIDUZIONE DEL PREZZO DELLA FORZA LAVORO AL DI SOTTO DEL SUO VALORE.

Come i capitalisti hanno bisogno di saccheggiare il pubblico erario per soddisfare il crescente bisogno di denaro da trasformare in capitale, così hanno bisogno che il governo intervenga nel conflitto tra capitale e lavoro salariato per ridurre il prezzo della forza lavoro in modo che non rappresenti una minaccia al loro profitto. Le riforme non sono altro che la trasformazione di questa esigenza di una classe particolare, di una classe privilegiata in legge, in ordinamento dello Stato. Per ottenere questo risultato il Governo ricorre alla propaganda, a giornalisti prezzolati e a economisti corrotti, a sindacati traditori ecc. Se tutto questo non basta ci sono polizia e carabinieri, e soprattutto quelle truppe addestrate a muoversi nelle zone d’occupazione: se la propaganda e il tradimento non riescono ad aver ragione del malcontento e delle proteste sociali, il governo mette a disposizione dei capitalisti la violenza per piegare gli operai.

Ecco perché diciamo che la crescita economica è la catastrofe del proletariato: finché continueranno ad esistere sfruttatori e governi, ogni vittoria è aleatoria.