Economia Grexit

Nel vertice europeo di Riga del 26 aprile scorso, il ministro greco delle Finanze, il caparbio e politicamente scorretto Yannis Varoufakis è stato definito “dilettante” e “perditempo”. I suoi rapporti personali con gran parte dei suoi omologhi europei si sono definitivamente deteriorati. Quella vecchia carampana di Romano Prodi gli ha rimproverato di andare in giro per il mondo a “fare il divo”, più che stare ad Atene ad aggiustare con il cacciavite le disastrate finanze elleniche. Tsipras l’ha di fatto ridimensionato, nominando un nuovo capo negoziatore con l’Eurogruppo e affidandone il coordinamento ad un economista più moderato, educato e trattabile, nella persona del vice ministro degli esteri Euclides Tsakalotos. Le scadenze incombono ed il tempo delle scelte si abbrevia. Entro il 19 giugno scadono 8 miliardi di euro di titoli interni greci che vanno rinnovati. Inoltre bisogna fare fronte alle scadenze del debito estero. Il FMI deve avere entro il 12 maggio un rimborso importante, pari a 773 milioni di euro, ed altri 1.600 milioni di euro entro giugno. Al 20 luglio poi c’è la scadenza più impegnativa, quella da 3.8 miliardi di euro con l’Unione Europea.

Intanto la liquidità in cassa si sta rapidamente esaurendo: dei 2 miliardi di fine aprile, almeno 1.5 miliardi sono andati per pagare stipendi e pensioni. Dalle banche è ripresa una massiccia fuga di capitali verso lidi esteri: da dicembre ad oggi hanno preso il volo qualcosa come 32 miliardi di euro, suppergiù il 20% dei depositi bancari greci. La situazione delle principali cinque banche è fragilissima, con il 34% degli impieghi ormai inesigibili. Moody’s ha altruisticamente deciso di declassare il debito pubblico greco a Caa2 e quelle delle banche elleniche a Caa3. Tsipras ha deciso il cambio di marcia per cercare di strappare all’Eurogruppo un accordo entro il 9 maggio, in modo che venga ratificato l’11 e consenta il pagamento della rata al FMI prevista per il 12 maggio. Si cercherà per tutta la prima settimana di maggio di trovare un accordo in una situazione disperata.

La probabilità che questo accada non è così scontata. Il governo Tsipras ha vinto le elezioni sulla base di un programma combattivo, la cui sostanza è il rifiuto teorico e pratico di continuare ad attuare le politiche di austerità imposte dalla Troika. Gli emissari del Brussels Group, nuove nome per vecchie politiche, chiedono da gennaio l’illustrazione delle misure che il governo intende adottare per adempiere agli impegni precedenti. Il braccio di ferro non ha sinora portato a risultati concreti e i motivi sono ben fondati.

Per poter soddisfare Bruxelles, Tsipras deve rinunciare ad alzare il salario minimo, deve rinunciare all’abolizione della tassa sulla prima casa, deve riformare il diritto del lavoro per rendere i lavoratori licenziabili e deve rilanciare il programma di privatizzazione dei migliori “asset” del paese. Per Syriza e per il suo leader si tratta del definitivo suicidio politico. Per l’Europa e per le sue politiche disciplinare il riottoso governo greco è una necessità ineludibile, perché non si può lasciar correre e permettere a qualcuno di eludere i dettami dell’Unione e dei suoi zelanti esecutori.

Tsipras gioca ovviamente su più tavoli: sa che i cinesi vogliono il porto del Pireo, che i tedeschi puntano all’affitto dei 14 aeroporti regionali del paese e che la Russia è disponibile ad anticipare 3/5 miliardi di euro in vista della creazione di un gasdotto che attraverso Mar Nero, Turchia e Grecia, raggiunga l’Europa attraverso i Balcani ed aggiri l’odiata Ucraina. Sa anche che il suo potere contrattuale rimane alto finché resta nell’euro e lo spettro del terzo, o quarto, default greco continua ad impensierire i vertici europei. E’ suo interesse tendere la corda fino all’estremo e fermarsi un attimo prima che si spezzi, cercando poi di vendere all’interno il risultato raggiunto come migliore degli obiettivi possibili.

Per i vertici europei la partita è ugualmente rischiosa ed incerta. Allentare i vincoli ed accordare deroghe può creare precedenti pericolosi, soprattutto in casi di crisi più imponenti e rilevanti, come potrebbero essere Portogallo, Spagna, Italia e, perché no, anche la malconcia Francia. La presenza di tendenze euroscettiche sempre più consistenti, rilevate nell’opinione pubblica di paesi “core” e negli elettorali dei paesi “periferici”, spinge ad un’estrema prudenza, fino alla posizione del tedesco Schaeuble, che spinge per l’adozione di piani “B” e considera l’uscita della Grecia dall’euro come un evento ormai scontato dai mercati.

In realtà i vertici europei più moderati, Draghi, Juncker, Merkel in testa, si rendono conto del rischio sistemico potenzialmente innescabile con un fallimento ed un’uscita dall’euro della Grecia. Questa ondata non si limiterebbe, probabilmente, alla necessità di predisporre un piano umanitario per una popolazione già stremata e l’adozione di una moneta parallela basata su impegni a pagare, come sembra si stia già discutendo in fase avanzata. Consentire un’uscita disordinata dall’euro significherebbe rischiare un altro caso Lehman, con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.

Con una differenza però: la prima volta si può usare la leva monetaria in modo smisurato, portando i tassi a zero per 6/7 anni, fornendo quantità illimitate di liquidità, varando Ems, Omt, Qe e via dicendo per buttare i soldi dall’elicottero e alimentare i canali distributivi o speculativi. La seconda volta non è detto che funzioni ancora e di nuovo.

Ci si avventura su strade sconosciute, in territori e contesti affatto sicuri. La ripresa dell’ che aspettiamo da anni non è mai diventata realtà. Gli stessi dati americani sono controversi e poco affidabili. L’Europa arranca con tassi di disoccupazione impensabili fino a pochi anni fa. Persino la Cina sembra orientata a varare un suo Quantitative Easing per frenare il rallentamento economico. Il ruggito dei Brics fa i conti con la grave crisi di Brasile e Russia.

Lo spread, vero pilota automatico della politica economica europea, può ancora andare in su è in giù, e di molto. Se la Grecia sta dentro e le si dà altro tempo ed altro denaro, è facile che lo spread dei periferici (Italia in testa) scenda di nuovo dagli attuali 140 punti verso 70-80. Se invece il rischio dovesse rimanere alto ed il negoziato proseguire fino a luglio, probabilmente tornerebbe subito verso 250-300 punti. Se dovesse realizzarsi lo scenario peggiore, con l’uscita della Grecia dall’euro, lo vedremmo salire di nuovo verso i 400-500 punti come ai tempi di Berlusconi del novembre 2011.

Per l’Italia andrebbero in fumo i 40 miliardi di euro prestati alla Grecia e, insieme agli effetti della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Fornero (mancata rivalutazione delle pensioni superiori a 3 volte la minima), che costerebbero altri 5 miliardi, Renzi e suoi galoppini si troverebbero in un bel casino. Il rincaro dei tassi di interesse potrebbe essere la mazzata finale.

Siamo dunque di fronte ad un crocevia di estrema rilevanza: si tratta di capire la direzione che prenderà il processo di integrazione europeo e quali forze avranno la meglio nelle scelte strategiche: la razionalità economica contro l’arroganza ideologica, e vediamo chi vince. Nello stesso tempo saremo in grado di verificare, come era ampiamente prevedibile, la sostanziale irrilevanza del prendere il potere per via parlamentare, in un contesto politico dove il grado di autonomia e di “sovranità nazionale” è ridotto ai minimi termini. A “saldi invariati” e imposti dal Brussels Group, si può solo decidere a quali classi sociali fare pagare i costi del risanamento. Non è poco, ma l’impresa è assai difficile e quasi scontata, laddove l’esenzione e l’evasione fiscale sono storicamente così ampie come in Grecia e dove si calcola che i capitali detenuti all’estero siano massicci (80 miliardi nella sola Svizzera).

Il vituperato Varoufakis ha promesso un condono con tassa al 15% per chi riporta i soldi a casa. Chi si offre di far pagare di meno?