Turchia: Bombe di Stato e elezioni

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Lo scorso 4 giugno a Diyarbakir (Amed in lingua curda), la città principale del in territorio statale turco, un grave attentato esplosivo ha provocato morti e feriti durante un comizio elettorale del Partito Democratico dei Popoli (HDP) che sostiene i diritti del popolo curdo.

Due bombe piazzate rispettivamente in un cestino dell’immondizia e vicino alla cabina di un trasformatore elettrico sono esplose nella piazza gremita di sostenitori dell’HDP, facendo 4 morti e 243 feriti di cui alcuni molto gravi. Gli ordigni erano fatti per uccidere, erano infatti pieni di sfere di metallo che al momento dell’esplosione hanno avuto un effetto devastante. Subito dopo le esplosioni è intervenuta la polizia con mezzi blindati e idranti per attaccare i manifestanti, durante il violento intervento della polizia sono stati colpiti anche alcuni che erano stati feriti nell’esplosione mentre i soccorritori venivano bersagliati con i lacrimogeni. La responsabilità, anche materiale, dell’attentato è da attribuire allo Stato e alla polizia. Infatti la polizia aveva comunicato agli ospedali di prepararsi a ricevere morti e aveva dato indicazioni affinché un liceo islamico che si affaccia sulla piazza in cui è avvenuto l’attentato fosse evacuato attraverso l’ingresso posto su un’altra strada. Inoltre dopo l’attentato un mezzo dell’HDP che stava raggiungendo l’ospedale Veni Vedi di Diyarbakir dove erano stati condotti alcuni feriti, è stato colpito da nove proiettili sparati dalla polizia proprio di fronte alla struttura sanitaria, per fortuna in questo caso non ci sono state vittime. Questa strage di Stato aveva lo scopo di terrorizzare la popolazione e di provocare uno stato d’emergenza che avrebbe impedito lo svolgimento delle . La strage di Diyarbakir è solo l’atto di violenza più brutale degli ultimi mesi, nel corso della campagna elettorale infatti la repressione della polizia è aumentata e i gruppi fascisti e paramilitari, che negli ultimi anni avevano moderato la propria violenza, sono tornati ad attaccare anche con armi i militati di sinistra e rivoluzionari, ma soprattutto i sostenitori dell’HDP.

In un contesto di forte tensione, domenica 7 giugno si sono tenute in le elezioni legislative. Già da molte settimane questo voto veniva annunciato come “storico” per la possibilità per l’HDP di entrare in parlamento, e perché determinante per la prosecuzione del progetto di riforma della costituzione portato avanti dal Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan e dal suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) fino ad oggi al governo. Nel momento in cui scriviamo, ad un giorno dalle consultazioni, l’unica certezza sembra per adesso costituita dagli esiti del voto, anche se non ancora ufficializzati dal Consiglio Elettorale Supremo (YSK). I risultati delle elezioni hanno segnato un brusco arresto nell’ascesa dell’AKP e quindi dello stesso Erdoğan, il partito conservatore religioso ha infatti raggiunto solo il 40,93% dei consensi, registrando un forte calo rispetto alle precedenti elezioni legislative del 2011 in cui aveva raggiunto il 49,83%. Il Partito Popolare Repubblicano (CHP), erede del nazionalismo kemalista, che rappresenta un centro-sinistra autoritario e laico, resta più o meno stabile rispetto alle elezioni precedenti, attestandosi attorno al 25%. Il Partito del Movimento Nazionalista (MHP), ultranazionalista e fascista, è cresciuto sensibilmente passando dal 13,01% del 2011 al 16, 34%. L’HDP è riuscito a superare la soglia di sbarramento del 10%, entrando per la prima volta in parlamento con il 13,15% dei voti. L’affluenza alle urne è stata dell’86,49%, più alta di quella registrata per le elezioni legislative del 2011, quando andarono a votare l’83,16% degli elettori. Dal rinnovo del parlamento turco non emerge quindi una maggioranza di governo, ed anche il maggior partito, l’AKP, potrà governare solo in coalizione con altri partiti.

Per molti questo risultato, segnato dall’arretramento dell’AKP, già costituisce una vittoria, e l’ingresso dell’HDP in parlamento viene definito da alcuni come una “rivoluzione”. L’HDP in effetti nasce con l’intento di riunire i partiti rivoluzionari e le associazioni democratiche sia turchi, sia curdi, sia di altre minoranze, attorno alla lotta del popolo curdo. Per questo durante il periodo pre elettorale anche alcuni partiti rivoluzionari hanno dato indicazione di votare per l’HDP, pure alcune personalità intellettuali che si definiscono anarchiche hanno dichiarato che avrebbero votato per quel partito. Il fatto che il parlamentarismo non può essere considerato un mezzo per la rivoluzione, e la componente di borghesia curda presente nell’HDP mostrano le contraddizioni di queste posizioni. Il movimento anarchico turco ha invece avuto di fronte alle elezioni una posizione chiara e coerente. Il gruppo Azione Anarchica Rivoluzionaria () di Istanbul ha mantenuto una posizione antielettorale ed è restato al fianco dei lavoratori e di tutti gli oppressi, in particolare del popolo curdo che in questi mesi ha subito ancora di più la violenza assassina dello Stato.

Certo non può essere ignorato il rilievo storico dell’ingresso di un partito come l’HDP nel parlamento turco. Ma è chiaro che questo risultato elettorale registra una situazione politica e sociale che si è sviluppata fuori dal parlamento, in cui lo Stato spesso è intervenuto violando le sue stesse leggi. Il movimento nato da Gezi Park represso con il terrore dal governo; la lotta nei territori curdi contro le basi militari e lo sviluppo in Turchia di un movimento di solidarietà con la resistenza e la rivoluzione della ; la strage della miniera a Soma e le lotte operaie degli ultimi mesi. Sono lotte che anche quando si sono limitate a chiedere piccoli miglioramenti interni al sistema, si sono scontrate con la repressione violenta dello Stato. Sono tutti processi che hanno indebolito il consenso nei confronti del governo e che hanno spesso portato i lavoratori e il popolo a scontrarsi con il terrore di Stato imposto dal governo, suscitando una profonda volontà di cambiamento. Ma la strage di Diyarbakir ci mostra come lo Stato sia disposto ad utilizzare ogni mezzo per fermare questa volontà di cambiamento, non c’è legalità e non c’è pietà quando le strutture del potere e i privilegi acquisiti vengono messi seriamente in discussione. I risultati elettorali quindi, pur testimoniando il consenso nei confronti dei diversi partiti di una larga maggioranza della popolazione, fotografano una situazione politica che è frutto di un processo che non avrà soluzione attraverso le vie parlamentari, attraverso la costituzione di un nuovo governo o la promulgazione di nuove leggi, perché la posta in gioco è troppo alta e il conflitto scatenato dal potere e dal privilegio contro la volontà di libertà e giustizia si combatte al di fuori delle regole della democrazia parlamentare. Questo processo potrà trovare soluzione solo attraverso delle reali conquiste sociali, che saranno possibili unicamente con l’abbattimento di quel gigantesco apparato militare-repressivo che in Turchia è sempre stato un micidiale strumento, spesso difficilmente controllabile, di repressione e sopraffazione, prima per i governi “laici” e poi per i governi “religiosi”.