Tombole e cinquini

È un tempo strano questo, dissociato, da stigmatizzare, un tempo da cui prendere le distanze, scandaloso.

Carlo ha dato uno schiaffo al sindaco.

Chiariamo subito un punto fondamentale, non ha schiaffeggiato una persona, ma un’istituzione.

Carlo è un anarchico, un compagno, ma non lo ha fatto in nome e per conto di nessuno, ha i suoi motivi, che non sta a noi discutere, e si è esposto in prima persona assumendosi la responsabilità di questo gesto; l’unica cosa certa è che la sua è stata una reazione all’operato scapestrato, manigoldo ed arrogante della giunta che il sindaco rappresenta e per il quale ha asserito più volte di “metterci la faccia”.

Ecco, adesso può dirlo a ragione.

Ma non è di questo che vogliamo parlare: la condotta della giunta Zubbani è sotto gli occhi di tutti, compresa la magistratura, e l’azione di un singolo riguarda solo lui; quello che ci interessa sono le reazioni che il gesto ha ovviamente scatenato e le conseguenze che potrà portare.

Il polso del popolo si è sempre tastato nelle osterie, nelle chiese, perché la gente lì, davanti a dio o al vino si espone, si mette a nudo, come sanno bene gli sbirri e imparò a sue spese il povero Renzo Tramaglino, ma in questi tempi telematici il gioco è ancora più facile: basta fare un salto nella piazza virtuale di FaceBook, dove i leoni della tastiera parlano liberamente come fossero nel salotto di casa loro.

E allora vai col tango!

Per primi troviamo i politici, che chiaramente stigmatizzano il gesto perché sanno che oggi è toccato al sindaco domani chissà…tutti, fatto salvo qualche caso isolato ed eclatante, indipendentemente dal colore a esprimere solidarietà al sindaco, fino all’apoteosi di chi per salvare capra e cavoli sfodera la meraviglia dialettica per cui è solidale con l’uomo ma non con il politico (!?).

Poi ci sono i pacifisti, quelli che la violenza non è mai giustificata; una posizione di per sé condivisibile e di tutto rispetto, che qualcuno, per eccesso di zelo non violento, riesce a portare all’assurdo con dichiarazioni come “la violenza non è mai tollerabile, neppure contro Hitler o Mussolini!”; cose che nemmeno Ghandi in acido si sarebbe sognato di pensare, mescolando così classicamente il culo e le quarant’ore e mandando in vacca la rispettabilità del proprio postulato.

Ci sono ovviamente gli zubbanisti, che sostengono il loro campione arrivando anche al pietismo. Qualche noto cliente della politica locale addirittura scopre le carte dichiarando che l’aggressore dev’essere qualcuno che non ha ottenuto quello che il munifico sindaco gli aveva promesso, e lo dice come se questa fosse una cosa normale, ammettendo però implicitamente che tale comportamento possa comportare tale reazione.

C’è chi non si capacita e si scandalizza che una cosa del genere possa essere accaduta, ma questa posizione è poco interessante, che, si sa, lo scandalizzarsi è proprio della grettezza e della supponenza cattolica e borghese visto che nessuno nemmeno si sogna di scandalizzarsi per uno schiaffo dato dalla fidanzata tradita all’amante fedifrago.

C’è poi, ed è l’àmbito più interessante, chi si dissocia, e questo è, ci si perdoni la protervia, un atteggiamento un tantino presuntuoso, non richiesto dalla contingenza, ché per dissociarsi occorre essere associati, e il gesto di un singolo individuo dichiaratamente anarchico che rivendica la propria azione e se ne assume la responsabilità non chiede associazione se non a se stesso; l’atto del dissociarsi presume poi l’eventualità di spiegazioni e/o giustificazioni che invece Carlo non deve a nessuno se non allo schiaffeggiato e, conoscendolo, siamo certi che se Zubbani chiedesse un confronto Carlo sarebbe in grado di argomentare al punto che il sindaco alla fine un secondo schiaffo se lo darebbe da solo.

C’è anche, e questo fa sorridere, chi ne fa una questione di democrazia, che non è a schiaffi che si porta avanti una lotta democratica, anzi, se ne sviliscono le istanze.

Ammesso e non concesso che la democrazia c’entri in qualche modo con un gesto popolare, fa sorridere il fatto che alcuni di tali campioni democratici fossero apertamente schierati dalla parte di chi non voleva che Salvini tenesse il suo democratico comizio razzista, xenofobo e ruspinneggiante a Massa poche settimane fa.

A questo punto vale la pena di aprire una parentesi ricordando che durante quella manifestazione contro Salvini a Massa, un compagno ricevette una serie di manganellate da un anonimo guardiano a volto coperto di questa democrazia, che gli valse (al compagno, non al guardiano) una ventina di punti di sutura, oltre a svariate ecchimosi in varie parti del corpo, e questo apre l’ultima riflessione: riguardo a quello che accadrà.

A quel compagno furono refertati 10 giorni di prognosi, al sindaco sono stati refertati 22 giorni! Per uno schiaffo!

Questo perché dopo il 21° giorno parte d’ufficio il procedimento per lesioni aggravate e così il nostro caro Angelo potrà permettersi di non denunciare Carlo dimostrando tutta la sua magnanimità e comprensione, ma il malfattore verrà comunque aspramente punito.

E questo è il gioco del potere: c’è chi può e chi non può.

Da tutto ciò possiamo trarre un paio di conclusioni, e cioè che un gesto non democratico, ma popolare, anche violento, ma motivato, schietto e verace, fa più rumore di qualche migliaio di firme, perché spaventa e mette a nudo l’ipocrisia di chi fino al giorno prima (e sono tanti) lo ha auspicato, di chi vuole la rivolta, ma educata; dei rivoluzionari con permesso; perché costringe evidentemente tutti a dover dire la propria, come se quello schiaffo lo avessimo dato e preso tutti, costringe a fare i conti con quello che si è disposti a mettere in gioco per esigere un cambiamento.

Lo schiaffo di Carlo (lasciatelo dire a chi lo conosce e lo frequenta) non è il gesto di un disperato, di un povero derelitto che ha perso tutto nell’alluvione del novembre 2014, di un esagitato; lo schiaffo di Carlo è un gesto politico e chi non lo capisce è cieco, stolto o in malafede e svela il timore di chi comprende ma non approva, perché approvando occorre schierarsi, parteggiare, rischiare.

Ma questo è quello che un gesto politico richiede.

Inoltre finalmente il sindaco e quei suoi sodali che hanno dimostrato di non dare il giusto peso alle proteste portate avanti finora dalla popolazione ritenendo a ragione di avere il tempo e la forza della delega per potersene infischiare delle istanze popolari, hanno capito che l’elastico ha trovato il suo limite di tensione, loro lo hanno tirato fino a questo punto e quello schiaffo svegliandoli dal torpore democratico racconta che non è più tempo di nascondersi dietro a codici e imbrogli procedurali, dietro a rinvii, impossibilità formali e mani legate, perché quando dici di metterci la faccia ci sta che qualcuno ti prenda in parola.

E adesso?

E adesso sta a tutti noi, in questo tempo dissociato, da stigmatizzare e da cui prendere le distanze dare sostanza a quel gesto politico, perché il segno di quello schiaffo sulla guancia del sindaco svanirà in molto meno di 22 giorni, ma di tutti noi è il compito farlo entrare profondamente nelle coscienze di chi lo ha ricevuto e di chi in questo momento magari teme che il prossimo potrà toccare a lui.

Ma intanto, grazie Carlo.

emmepi