Angelo Dolci “il Taro”

Angelo Dolci, detto “il Taro”, era nato il 28/12/1929 a . A soli 15 anni salì ai monti, insieme agli zii Edmondo e Sergio Ravenna aderendo, per combattere contro la dittatura nazi-fascisti, alla Brigata Lucetti. Dopo lo sganciamento del ’44, si ritrovò nel Parmense, dove conobbe il Monello, altro ragazzo-partigiano. Rientrato a dopo la fine della guerra, raccontava sempre di quando lui e il Monello, inseguiti dai tedeschi, in pieno gennaio, dovettero attraversare il fiume Taro gelato. Ossessionò talmente i compagni con questo racconto, che alla fine il soprannome Taro fu inevitabile.
Il dopoguerra da ragazzo fu arduo come quello di molti suoi coetanei. Il Taro si arrabattava; lavoretti saltuari che gli permettevano di guadagnarsi la giornata, ma che non gli assicuravano quella tranquillità necessaria.
Intanto continuava la militanza, partecipando alla ricostituzione del movimento a Carrara. Passavano gli anni e alcuni compagni, che erano stati un suo punto di riferimento, finirono in carcere.
A Carrara, in quegli anni, le difficoltà per trovare lavoro per un ex partigiano erano considerevoli e così, come per tanti altri, venne il momento della migrazione. Prima l’Olanda e poi la Germania, dove fece per tanti anni il gruista in un cantiere.
Rientrato a Carrara nella metà degli anni ’60, riprese la sua attività militante, aderendo poi al gruppo Bruno Filippi. Nel 1989, e per tutto il periodo, partecipò all’occupazione del Germinal con grande energia, essendo stato uno dei primi ad entrarci, come partigiano, subito dopo la fine della guerra. Fin poco prima che la malattia lo costringesse a letto, era uno dei compagni attivi nella gestione del Circolo Culturale Anarchico di Carrara.
Il 13 luglio 2015, dopo otto mesi passati tra ospedali e case di cura, si spegneva. Il funerale, si è svolto il 15 luglio, portato a spalla dai compagni a lui più vicini dal Circolo G. Fiaschi a piazza Gino Lucetti (ora piazza Alberica), dove gli è stato dato l’ultimo saluto.
Chi lo ha conosciuto si ricorderà sicuramente la schiettezza, la genuinità con la quale si rapportava agli altri. Quel essere anarchico senza fronzoli, senza leziosità, tipico dei carrarini. Quel essere anarchico da dentro, dal profondo, dettato dalla passione di chi le cose le faceva perché andavano fatte e chiusa lì, senza troppi calcoli o considerazioni.
Questa è l’eredità che il Taro ha lasciato a noi compagni di Carrara, speriamo di saperla rispettare.
Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi”