L’ennesima estate folle del proibizionismo

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Le cronache dei week end d’estate sono spesso segnate tragicamente da una serie di morti di persone che perdono la vita in mare o in montagna mentre sono impegnate in gite, escursioni ed altre attività “vacanziere”. Sono notizie che, ad eccezione di alcuni episodi particolarmente drammatici o scabrosi, rimangono confinate nelle cronache locali anche perché si sa che cose come nuotare al largo o avventurarsi lungo un sentiero tra i monti possono sempre comportare una certa dose di pericolo. Nel week-end tra il 7 e il 9 agosto, ad esempio, nella sola regione Lombardia sono stati sei i morti in montagna, tra cui una bambina di 4 anni e un bambino di 10 anni. Naturalmente, di fronte a questi episodi, c’è sempre chi a ragione invita ad una maggiore prudenza in acqua o tra le vette, ma non c’è nessuno che si sogna di proporre di vietare le camminate sui monti o di nuotare fino alla boa. Nello stesso week end, però. È capitato anche che a Gallipoli in Salento un ragazzo di 19 anni è morto all’uscita di una discoteca all’alba. Gli amici che erano con lui dichiarano di averlo visto bere solo acqua nel corso della serata, mentre le persone che lo conoscevano (a partire dai suoi ex insegnanti e dai suoi vicini di casa) dicono di non averlo mai visto fumare neanche una sigaretta, figurarsi ubriacarsi o drogarsi. Mentre il cadavere del ragazzo era ancora, s’era però già già scatenato il coro dei proibizionisti, con il testa il sindaco PD (ed ex PCI) di Gallipoli che pensa bene di insultare i genitori del morto, dicendo che chi non è in grado di educare i figli, non dovrebbe neanche metterli a mondo. Segue a ruota il ministro di Polizia Alfano che già alle 11 di mattino emana una direttiva inviata a prefetti e questori con la quale il titolare del Viminale invita le autorità di pubblica sicurezza sul territorio ad una “ulteriore sensibilizzazione” dei servizi di “prevenzione generale e di controllo del territorio”, per stabilire quali servizi adottare per ridurre al minimo i rischi e definire “le misure preventive di vigilanza e sicurezza più opportune, soprattutto nelle ore serali e notturne” e precisando che l’attenzione dovrà concentrarsi sui “locali pubblici o d’intrattenimento” e sui luoghi di ritrovo “interessati da numerosa affluenza di persone”, non solo le discoteche ma anche tutte quelle zone dove si concentra la movida: dalle spiagge ai capannoni dove si svolgono i rave party, dai grandi raduni che richiamano migliaia di giovani. Passano un paio di giorni ed arrivano i risultati dell’autopsia e dei test tossicologici: il ragazzo quella sera non aveva assunto né alcool né droghe ed era stato ucciso da una malformazione cardiaca mai individuata prima perché non c’era stato nessun sintomo prima della crisi fatale. E’ un fenomeno purtroppo ben noto ai medici e che uccide ogni anno decine di giovani, quasi sempre mentre fanno sport. Intanto, però, la macchina dell’apparato di polizia è già partita e le cronache dei week end successivi si riempiono di rastrellamenti e controlli a tappeto nei cosiddetti “luoghi della movida” con centinaia di arrestatati e segnalati quasi sempre per il possesso di pochi grammi di sostanze proibite, rave interrotti dall’arrivo di sbirri in forze, blocchi stradali per sottoporre centinaia di automobilisti ai test anti droga con i tamponi regalati alla Polstrada dall’associazione delle compagnie assicurativi (che con la storia della lotta agli ubriachi e ai drogati sulle strade ormai da anni risparmiano tantissimi di soldi di rimborsi), piante di ganja scovate grazie all’uso di elicotteri fino ad arrivare alle centinaia di agenti in assetto antisommossa che circondano la popolare Notte della Taranta in Salento. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere per tutti da quegli sfortunati si ritrovano senza patente o con denunce o processi sul groppone.

L’isteria anti-droga ormai da tempo accompagna puntualmente ogni estate (e per questo mi scuso con i lettori se questo articolo assomiglia ad altri che avete letto negli anni scorsi, ma sono i proibizionisti che sono noiosissimi). Nel 2015 è iniziata quando a luglio alla discoteca Cocoricò di Riccione un 16enni è morto per una dose eccessiva di ecstasy. Al Cocoricò (la discoteca-simbolo della riviera romagnola, che da anni organizza iniziative con San Patrignano) ci sono 33 telecamere a circuito chiuso e un’ambulanza pagata dai gestori del locale, oltre a decine di buttafuori che perquisiscono i ragazzi all’ingresso e poliziotti in divisa coi cani all’entrata e altri in borghese all’interno. Come ha raccontato Max del Lab57 (un gruppo di attivisti bolognesi che da anni lavora nelle feste e nei “Free parties” facendo riduzione del danno, informazione, analisi delle sostanze e primo soccorso) in un’interessantissima intervista uscita sull’edizione on line della rivista Dolcevita, “l’unica prevenzione che conoscono le discoteche è quella della polizia e dei buttafuori che perquisiscono gli ingressi. Però poi succede che ovviamente i giovani le sostanze le assumono comunque, e per evitare i controlli l’mdma la prendono in polvere anziché in pastiglie che sono più difficili da nascondere. Il risultato è che poi la polvere la versano di fretta in una bottiglietta d’acqua e buttano giù. Senza avere un’idea di quanta ne prendono. Anche perché nessuno gli spiega che per stare sicuri con l’mdma la dose da non superare è 1/10 di grammo, questo ragazzino che è morto ne aveva assunta dieci volte tanto. E poi la riduzione del danno non viene fatta perché fare riduzione del danno è visto dai gestori come un’ammissione implicita del fatto che all’interno dei loro locali c’è gente che assume sostanze, allora preferiscono non farla nascondendo la testa sotto la sabbia. Quelli del Cocoricò poche settimane fa’ erano stati a San Patrignano, a spiegare che grazie ai controlli la droga non era più un problema grave dentro al loro locale. Si è visto. Così, se un ragazzo sta male dentro a una discoteca non sa cosa fare. I suoi amici temono che accompagnandolo fuori vengano interrogati e perquisiti dalla polizia, che è sempre presente fuori dai locali. Le ambulanze sono poste spesso a pochi metri da buttafuori e poliziotti, e un ragazzo che si sente poco bene non ci andrà mai per paura di essere fermato. Così succede che un ragazzo che sta male pensi “non ci vado fuori, tanto adesso mi passa” e rimane dentro al locale, dove non esistono quasi mai aree “chill-out” dove possa stare tranquillo, senza musica assordante, aiutato da personale esperto in primo soccorso ed effetti delle sostanze che sia in grado di dargli una mano per riprendersi lì in chill-out o di chiamare il 118 se la situazione lo richiede davvero. In tutto questo il gestore del Cocoricò all’indomani della tragedia ha detto che aumenterà la sicurezza pagando di propria tasca per avere più cani antidroga all’ingresso del locale.”

Una vicenda, insomma, che dimostra ancora una volta quanto la War On Drugs ha solo l’effetto di aumentare i danni delle sostanze, oltre a produrre repressione e un fiume di soldi che ingrassa l’economia mondiale grazie ai prezzi delle droghe fuorilegge mantenuti alti proprio grazie alla loro produzione.

PS i proibizionisti sono davvero noiosi e mi scuso di nuovo con i lettori più affezionati. Una volta ogni tanto, però, anche su questo fronte c’è qualche buona notizia. Jeff Mizanskey (il detenuto del Missouri condannato all’ergastolo con la legge dei Tre Colpi per il possesso di poche decine di grammi di marijuana e di cui avevamo già parlato su UN) è stato finalmente liberato dal carcere di Jefferson City dove era rinchiuso grazie ad una mobilitazione internazionale che ha coinvolto decine di migliaia di persone negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Robertino