Fedeli alle libere idee

Ad un movimento decentrato e plurale corrispondono fonti altrettanto decentrate e diversificate, per questo studiare l’ in quanto fenomeno sociopolitico e culturale dell’età contemporanea richiede notevole versatilità. Ricerca approfondita e in progress, che ha richiesto tempi lunghi e pazienza, questa nuova edizione del libro è il risultato non solo di aggiornamenti della bibliografia generale ma anche del reperimento di nuovi importanti documenti d’archivio. Si tratta di uno studio territoriale complesso condotto con criteri scientifici e senza farsi condizionare da pregiudizi, basato essenzialmente sull’analisi critica delle fonti. Gli esiti ci prefigurano un peculiare “pratese” fino a poco tempo fa misconosciuto: presente nell’agone sociale, di marca proletaria, talvolta dominato dalle correnti individualiste ma senz’altro lontano dagli stereotipi marxisti.

Anarchico di , ovvero, regicidio di Monza: quelle tre palle che il 29 luglio del 1900 cambiarono il corso della italiana e fissarono, in un’immagine tragica e memorabile, un evento destinato a proiettarsi, con effetti condizionanti, su tutto il nuovo secolo. L’anarchismo militante, dopo l’era delle cospirazioni e degli attentati, abbandonava quelle prassi organizzative di derivazione post-risorgimentale per trovare una sua nuova dimensione, popolare e di massa, specie in Toscana. Complici di tutto questo il progetto giolittiano di allargare le basi dello stato e la conseguente apertura di nuovi inediti spazi per la politica e la socialità. Le narrazioni tardo novecentesche, la stessa storiografia, hanno però pregiudizialmente inchiodato, per così dire, Prato alla figura di Gaetano Bresci.

Occorrevano allora studi pregevoli come questo di Affortunati per restituire ad un movimento i suoi connotati effettivi e veritieri, dentro un ambito territoriale molto interessante dai punti di vista socioeconomico e antropologico culturale.

La ricerca ha inizio dai prodromi internazionalisti libertari, ossia dalla fase in cui si esplicita anche localmente la tendenza antiautoritaria del socialismo, per approdare alla Resistenza. È una presenza certo minoritaria, ma vivace e significativa, quella che emerge. Le cesure temporali racchiudono settant’anni con i vari snodi cruciali, politici e sociali: dalla crisi di fine secolo (culminata con quell’episodio che ha reso Prato “famosa”) fino alla guerra europea, dalla Rivoluzione d’ottobre al fascismo, dalla guerra di Spagna alla lotta partigiana. Sono eventi di grande impatto che si rivelano come traumi anche esistenziali, capaci di mutare psicologia e orizzonti mentali, oltreché la quotidianità di milioni di uomini e donne, e che ridefiniscono le modalità stesse della militanza operaia. In particolare appare evidente che anche per l’anarchismo pratese le cesure che maggiormente segnano l’epilogo della fortunata fase otto-novecentesca siano le stesse che si riscontrano a livello nazionale. Le file dei libertari si assottiglieranno inevitabilmente: schiacciate dall’avvento tragico dei totalitarismi in Europa, debilitate dalle troppe sconfitte, incapaci forse di adeguare in tempo reale gli antichi bagagli ideologici con la modernità incombente.

Il libro, che prende le mosse da una bibliografia di base non copiosa, si caratterizza principalmente per l’utilizzo di un ricco repertorio di documenti, carte di polizia ma anche fonti soggettive, e per la centralità assegnata alle storie di vita dei militanti. Inoltre è ben presente la visuale sul peculiare contesto sociale ed economico territoriale, non tanto come mera descrizione ambientale, ma come nesso fra identità del lavoro e formazione delle culture politiche sul territorio.

Le commistioni con la vecchia Sinistra risorgimentale e la sociabilità legata ai mestieri tessili connotano gli esordi dell’anarchismo pratese. Affortunati ci fornisce una mappa ragionata, assai pregevole, del sovversivismo locale, di quell’humus popolare ribelle che cova nei tuguri abitati dal popolino, fra le botteghe di artigiani ed i magazzini di cenciaioli indipendenti.

Quando, negli anni Ottanta dell’Ottocento, si esaurisce il ciclo virtuoso dell’internazionalismo si apre una lunga fase di ripensamento teorico ed organizzativo. La questione sociale di Firenze lancia nel 1884 il nuovo Programma per il comunismo anarchico, redatto da Errico Malatesta. Nel decennio successivo si giungerà ad una vera e propria revisione dell’originario progetto cospirativo (lascito peraltro di prassi ereditate da Mazzini, Garibaldi e Pisacane). Ma “la rivoluzione non si fa in quattro gatti…”. La crisi di fine secolo impone un diverso protagonismo delle masse popolari. La medesima esigenza palesata a suo tempo dalla “svolta” di Andrea Costa trovava una possibile soluzione, sebbene di segno opposto: “…la rivoluzione non si fa che quando il popolo scende in piazza…”. E la piazza rimarrà, per gli anarchici, il luogo topico per l’agognata insurrezione, almeno fino alla “settimana rossa” del 1914.

Su questo lungo periodo di transizione il libro ci fornisce spunti di eccezionale interesse: sulla pubblicistica libertaria edita a Prato (ad esempio la Tribuna dell’operaio del 1892), sulla presenza in città di un influente quanto discusso personaggio come Giovanni Domanico, sul rapporto conflittuale e dialettico che si instaura con il nuovo partito appena fondato a Genova. “Il confine fra anarchismo e socialismo rimaneva in città molto sfumato…” scrive Affortunati.

Nel centro tessile nasce, sotto l’iniziale egida libertaria, la Camera del lavoro. È la fase in cui l’anarchismo italiano “incontra” il sindacato. E non saranno pochi, in quel periodo, gli enti camerali fondati e diretti da anarchici specie nell’Italia centrale. Mentre importanti federazioni nazionali (ferrovieri, minatori, cavatori, portuali, lavoratori del mare…) saranno, di lì a poco, improntate da forte fisionomia libertaria.

Con i tumulti del pane del Novantotto, che in Toscana hanno il loro epicentro a Figline Valdarno e a Prato, la questione sociale si fa questione nazionale. Le fortune francesi delle teorie sindacaliste rivoluzionarie si replicheranno in Italia. Organizzazione anarchica, anticlericalismo e antimilitarismo saranno poi gli altri fronti di impegno degli anarchici pratesi. Infine la guerra civile e la lunga lotta antifascista.

Una preziosa appendice sugli schedati del Casellario politico centrale suggella il volume. Ne emergono figure epiche di militanti (un nome per tutti: Anchise Ciulli), storie di vita avventurose. Sui connotati popolari di questo movimento a Prato, affatto trascurabile, non vi sono dubbi. I mestieri esercitati nella statistica riportata vedono al primo posto quello di tessitore, al secondo: classificatore di stracci… L’antropologia dell’anarchico emerge a tutto tondo dalle biografie: ribelle, dedito all’azione diretta e all’apostolato, autodidatta e fiero della propria identità politica.