Idea d’amor, impressioni di uno spettatore

Giovedì 1° ottobre è stata per me l’ultima sera della cavalcata iniziale di “Idea d’Amor”; stasera 2 ottobre ci sarà l’ultima replica, al Officina Refugio, ma probabilmente non farò in tempo a ritornare da Firenze, dalla Vetrina dell’Editoria anarchica.

Mi fa piacere quindi stamani fare un primo bilancio dell’esperienza che mi ha portato, per la prima volta e in un certo senso, dall’altra parte. Non ho una grande esperienza di teatro, ma se dovessi definire sinteticamente che tipo di spettacolo si troverà di fronte chi assisterà ad “Idea d’Amor” direi che è una via di mezzo tra il “teatro didattico” di Bertold Brecht e il musical, che pure da Brecht e da Weil ha preso molto. Nell’esperienza del Teatro Officina Refugio il riferimento a Brecht è esplicito: nei loro lavori, e in particolare a questo, manca per fortuna l’aspetto più didascalico e l’ossequio talora presente verso una dottrina ossificata. D’altra parte il riferimento al musical può essere sproporzionato, perché qui ci troviamo di fronte ad attori che cantano (e anche bene) e non a cantanti che recitano, i brani musicali sono spesso affidati al coro e mancano i momenti coreografici; vale la pena sottolineare comunque che gli stacchi musicali sono dei momenti importanti dello spettacolo e non dei semplici intermezzi, e che si tratta quasi completamente di musiche originali.

Musical come West Side Story, Jesus Christ Superstar o Hair cercano di trasmettere un importante messaggio sociale, più o meno condivisibile, e che rappresenta una delle cause del loro successo. Alcuni musical, come Hair sono nati nel circuito dell’Off Broadway, mentre Jesus Christ Superstar, dedicato come Idea d’Amor ad un personaggio che ha lasciato un’impronta nell’immaginario degli oppressi, si basa sul rispetto filologico dei testi di riferimento.

Anche Idea d’Amor è il frutto di una lunga ricerca sui testi di , e non c’è quasi parola, nello spettacolo, che non sia stata detta dai personaggi citati.

Non mi sembra che Pietro Gori abbia avuto un rapporto fortunato col teatro: i suoi lavori hanno avuto un successo fra i contemporanei, ma ogni tentativo di riproporli, a parte l’interesse storico, è naufragato; gli spettacoli a lui dedicati si sono risolti in recital di canzoni, o in momenti celebrativi,talvolta un po’ vittimisti, che affidavano al passato la sua esperienza di militante e di organizzatore. Questo lavoro andato in scena a Livorno è viceversa una proposizione attuale del suo pensiero, che trova la sua sintesi nell’affermazione “l’arte risplende”, che è un po’ la morale dello spettacolo; e perché l’arte risplenda per tutti c’è bisogno di un radicale miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari, della rivoluzione sociale che abolisca gli ordinamenti del privilegio, c’è bisogno di un godimento e di una pratica condivisa dell’arte; per fare questo bisogna partire dagli ultimi, dai miserabili, dai delinquenti, dai pazzi, quelli che la scienza ufficiale affida al carcere o al manicomio. E’ questo il messaggio di Pietro Gori, è questa la bomba che il Teatro Officina Refugio vuole far esplodere nel teatro, un messaggio che per primi gli anarchici hanno interesse che sia diffuso in tutta Italia.

Questa cavalcata mi ha fatto infine capire l’importanza del lavoro dei tecnici e degli allestitori che rendono comprensibile questo spettacolo lasciando ammirati spettatori ben più esperti di me di teatro.