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Rompere la gabbia della guerra

La forte concentrazione di contingenti militari di stati con interessi diversi e contrastanti in Siria ha portato all’inevitabile: uno scontro diretto. L’abbattimento di un SU-24 russo da parte di un F16 turco, con una dinamica ancora da chiarire, e il successivo dispiegamento da parte delle forze armate russe dei sistemi S-400, che con le loro capacità e il loro raggio di azione in grado di coprire tutta l’area del c.d. Levante rappresentano lo stato dell’arte dei sistemi antiaerei e antimissilistici, e il dispiegamento dei moderni SU-34 con armamento aria-aria presso Latakia sono il sintomo di una forte escalation.

In Siria oramai si giocano più partite fondamentali: il governo turco si sta giocando le ultime carte per la realizzazione del disegno neo-ottomano, con tanto di riesumazione della propaganda panturca, il governo Russo sta giocando le sue carte per mantenere un governo alleato nella regione e mantenere la sua base navale (e, ultimamente, aerea) a Latakia e presentarsi come fattore d’ordine in medioriente, insieme all’Iran, per contrastare la politica dell’insieme delle petromonarchie islamiste del Golfo, la cui politica estera è tra le maggiori cause dell’attuale situazione.

In questo si intrecciano gli interessi energetici: lo stato di tensione tra Turchia e Russia potrebbe portare al definitivo annullamento del progetto Turkish Stream, i bombardamenti russi sullo Stato Islamico hanno provocato la diminuzione dei flussi di petrolio di contrabbando verso la Turchia. Ma anche all’interno del blocco NATO viIRA Derry 1971potranno essere cambiamenti: alcuni governi europei, la stessa amministrazione statunitense, cominciano a mostrare irritazione per le politiche spregiudicate di Erdogan ma al contempo l’Unione Europea ha bisogno dell’appoggio del governo turco per regolare il flusso di rifugiati dal medioriente. E in questo si inserisce anche la Grecia, presente sia nella NATO che nella UE, seppure con un ruolo secondario: i rapporti con i governi turchi non sono mai stati sereni, la questione cipriota non si è mai realemente risolta, le violazioni dello spazio aereo greco da parte dell’aviazione turca sono state una costante e si potrebbe creare un asse greco-russo per contrastare le velleità imperialistiche di Erdogan e della sua cricca.

La mossa di Erdogan, probabilmente già in caldo da qualche settimana, ha avuto lo scopo di intralciare una saldatura tra gli interessi russi e il rinnovato impegno francese contro il Califfato. Interessi contrastanti, il governo francese è ostile a quello di Assad, ma che potrebbero trovare un punto di accordo su un piano di transizione per la Siria che da un lato garantisca un’uscita di scena dignitosa per il presidente siriano e risolvere la questione profughi, e che dall’altro permetta di contrastare in modo più efficace lo Stato Islamico, sopratutto dopo l’attacco a Parigi del 13 novembre.

Ipotesi, ovviamente. È difficile prevedere che cosa succederà in quelle regioni da qua ad un mese, figuriamoci fare previsioni di medio periodo. Troppi i fattori in gioco, troppi gli attori, troppi gli obiettivi.

Una cosa è certa: le partite che si giocano in Siria sono dirimenti per i futuri assetti globali e per il Mediterraneo Orientale. È uno scenario che ha la stessa importanza di quello del Pacifico, area verso la quale gli Stati Uniti stanno spostando sempre più risorse, ben lieti di lasciare il posto nel pantano mediorientale alla Russia di Putin. D’altra parte le necessità energetiche degli Stati Uniti dipendono sempre meno dall’area mediorientale: gli ingenti investimenti sulle rinnovabili e le nuove tecnologie che permettono l’estrazione di petrolio sia dallo scisto che da zone oceaniche prima impraticabili hanno reso possibile una politica molto più agile agli Stati Uniti. Ovviamente permangono alcune grosse criticità: l’OPEC, a guida saudita, con la politica di compressione dei prezzi del petrolio ha colpito sia la Russia che gli Stati Uniti: l’estrazione dalle sabbie di scisto è molto più costosa rispetto a quella tradizionale e quindi è minore il guadagno per le compagnie.

Poi c’è il nodo israeliano: il governo di Tel Aviv ha interesse ad avere il vicino siriano in uno stato di caos perchè fintanto che vi sarà una civile non ci sarà nessuna fazione in grado di rappresentare una minaccia. Ma intanto sempre più fonti parlano di un’espansione di gruppi legati al Califfato nei territori palestinesi, a scapito sia dei partiti palestinesi laici che di quelli islamisti. Prima o poi il governo israeliano dovrà prenderne atto e agire, anche di concerto con le autorità palestinesi.

I movimenti siriani che avevano iniziato le insurrezioni contro il regime di Assad sono finiti stritolati in una morsa: da un lato la feroce repressione governativa, dall’altro le altrettanto feroci bande islamiste al soldo degli stati del Golfo e lo stesso Stato Islamico. Nel Kurdistan siriano i processi sociali, anche con carattere rivoluzionario, pur con tutte le contraddizioni del caso, sono riusciti ad avanzare nonostante l’attacco dell’IS sponsorizzato da Erdogan. La saldatura con i movimenti sociali nel Kurdistan turco e in Turchia, le capacità militari dimostrate e l’ampio risalto internazionale hanno nei fatti costretto il governo turco a rimandare il suo piano di creare una “zona cuscinetto”, infame scusa per invadere il Rojava. La situazione di tensione che si è creata con la Russia e l’irritazione delle altre potenze NATO contribuiscono a rendere impraticabile per Erdogan questa mossa. A meno che in maniera completamente imbecille decida di aprire un conflitto a tutto campo con quello che rimane del governo di Assad, con la Russia e con l’Iran oltre a scatenare definitivamente la guerra civile all’interno del paese. Conflitto che difficilmente potrebbe permettersi. E non è detto che la grande borghesia turca e lo stesso esercito decidano che Erdogan rappresenti un pericolo per la tenuta stesso dello stato a quel punto. Perchè l’AKP ha si vinto le elezioni ma ha vinto con una maggioranza risicata e si è inimicato amplissimi settori della popolazione turca e kurda, dai lavoratori sulle cui spalle è stato costruito il boom economico e che ora subiscono la stagnazione alla borghesia liberale. Nei fatti nel Kurdistan turco vige una situazione di guerra civile, scientemente scatenata dallo stato turco, e ci vorrebbe poco perchè questa infiammi il resto del paese.

Intanto in Europa si stringe ulteriormente la maglia della repressione e delle politiche autoritarie. In Francia sono stati nei fatti sospesi le libertà civili e politiche. È la dimostrazione che solamente una costante azione diretta può preservare e ampliare ciò che si è conquistato in duri secoli di lotta contro la tirannia. In Belgio abbiamo potuto assistere alla messa in stato di assedio di un intera città, fatto che non accadeva da oramai sessanta anni. Una mossa propagandistica per coprire le abnormi lacune dimostrate dal governo belga e dei suoi apparati di sicurezza nella prevenzione del jihadismo. Una mossa con l’obiettivo di abituare ad uno stato di eccezione permanente. Ma intanto in Francia c’è chi ha dimostrato di non starci: le manifestazioni contro il COP21 e in solidarietà ai migranti di questi giorni hanno fatto emergere chiaramente che c’è chi si oppone a queste politiche autoritarie e tiranniche.

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La crisi oramai generalizzata del capitalismo globale ha creato un balletto schizofrenico: un continuo stato di guerra, a lungo rimasto sotterraneo nelle zone più ricche del globo ma ora esplicitatosi, ha mandato in crisi i vincoli tra i vari stati, introdotto profonde crepe nel blocco che era uscito vincitore dalla Guerra Fredda, messo in crisi i patti sociali interni agli stati occidentali. Le Primavere Arabe, pur con il loro carico di contraddizioni irrisolte e irrisolvibili in uno scenario dominato da grandi potentati economico-politici, hanno incrinato le classi dirigenti mediorientali. Anche laddove la situazione è stata normalizzata a colpi di fucile come in Egitto permangono e si espanderanno ulteriori criticità che non renderanno vita facile all’assassino Al Sisi e alla sua controparte islamista della Fratellanza Musulmana.

Le sfide davanti a noi sono enormi: urge affrontarle, impegnarsi in una seria analisi che faccia stracci delle false concezioni dominanti all’interno dello stesso milieu della sinistra radicale, del rossobrunismo strisciante, dei rigurgiti identitari.

La guerra è sempre stata in casa nostra, i nemici hanno sempre marciato alla nostra testa.