Sulla memoria dell’esodo istriano e dei “rimasti”

12695366_10205467183544047_109274325_oLo scopo di questa pagina sulla “Giornata del ricordo”
Mentre le istituzioni rievocano il 10 febbraio 1947 celebrando il mito dell’”italiano vittima innocente” della malvagità slava, vogliamo far notare ai lettori di “UN” che la realtà è molto più complessa. Rifiutiamo perciò la visione appiattita e strumentale del neonazionalismo che unisce quasi tutti i partiti. Forniamo quindi informazioni concrete sull’ istriano e suggerimenti di lettura valorizzando una stimolante intervista alla storica . Buona lettura!

 

1. Come ti sei avvicinata alla dell’esodo dei giuliano-dalmati?

Da studiosa di storia sociale, ho lavorato sul campo dei processi collettivi e di formazione delle memorie nella zona alto-adriatica, in particolar modo nel secondo dopoguerra. Dove si poteva, ho privilegiato l’uso delle fonti orali, delle memorie autobiografiche e familiari, nell’ambito di progetti grandi e piccoli, internazionali e locali. Il fatto che Trieste fosse divenuta “la più grande città istriana” a seguito dell’esodo dei giuliano dalmati, non mi sembrava un fatto irrilevante: il carico di memorie dolorose e conflittuali aveva connotato non poco la città, anche se sino ai primi anni ’90 la storiografia aveva fatto un uso limitatissimo delle memorie dei protagonisti. La raccolta di testimonianze degli esuli da Grisignana d’ che ha prodotto Un paese perfetto (1998) ha fatto un po’ da apripista ad altre indagini con fonti orali, mie e di altri. Per me era importante ricostruire memorie lunghe – dal al definitivo sradicamento e inserimento nella società triestina – attraverso le storie di famiglie contadine di una piccola comunità. Mi interessava entrare in un mondo di mentalità, valori, cultura materiale e linguaggi per capire meglio la crisi collettiva che aveva comportato l’abbandono di massa del luogo d’origine. Molte narrazioni pubbliche riferite all’esodo si focalizzano invece sul breve periodo 1943-45 come se nulla fosse successo prima e nulla dopo.

2. Che tipologia di persone hai incontrato nelle tue ricerche?

Un po’ di tutti i tipi. A Trieste ho intervistato soprattutto esuli dalla Zona B, e soprattutto quella specifica tipologia istriana di coltivatori diretti, su proprietà medio-piccole e residenti nelle cittadine. La gran parte dei testimoni sottolineava un’appartenenza urbana-rurale che credo sia specifico elemento costitutivo delle identità culturali degli italiani d’Istria. Molti lavoravano la loro terra “senza servi né padroni” come ha scritto Guido Miglia e si definivano agricoltori ma non contadini perché vivevano nel perimetro urbano. Si percepivano come cittadini occupati in campagna, si cambiavano finito il lavoro per presentarsi con “aspetto civile”, frequentare la piazza, il caffè, l’osteria, dove si ritrovavano gli operatori comunali, gli artigiani, i bottegai. Su quel perimetro spesso si giocava un confronto di lungo periodo tra mondo latino e slavo: nazionale, economico e culturale, secondo una miriade di variabili, dati i profondi fenomeni di ibridismo e le radici intrecciate di molte famiglie. E’ chiaro che il ventennio fascista e i processi di snazionalizzazione degli alloglotti (non parlanti l’italiano come lingua d’uso) rafforzarono per gli italiani delle cittadine il senso della supremazia storica e favorirono una rappresentazione quasi mitica dell’italianità di frontiera. Si affermò quel nesso indissolubile tra fascismo e italianità che si sarebbe ritorto crudelmente a danno degli italiani.
Tra le comunità italiane di rimasti in Istria ho incontrato uomini e donne di tutti i tipi, ovviamente di età adeguata perché chiedevo loro di raccontarmi le storie familiari tra guerra, esodo e dopoguerra. Ho intervistato contadini, operai, pescatori e insegnanti, illetterati e laureati, persone coinvolte nella costruzione dei poteri popolari e persone che li subirono, nell’intento di ricostruire quella pluralità dinamica di storie che è tratto fondamentale della realtà istriana, spesso oscurato dall’univoca definizione di “rimasti”. L’ascolto delle storie di vita insegna la complessità.

3. Come vedono e giudicano oggi quell’evento lontano?

L’esodo fu una crisi comunitaria e una profonda lacerazione: la nostalgia per un mondo scomparso e idealizzato è un tratto comune nella memoria di esuli e rimasti. Fu un lutto complicato da elaborare nel dopoguerra, mentre si imponevano travagliati percorsi di integrazione o di adattamento al nuovo contesto jugoslavo.

4. Sino a che punto la memoria degli esuli trasfigura la realtà storica secondo un paradigma che è stato definito “vittimistico”?

C’è stato un buco nero nella memoria europea del dopoguerra: quello delle migrazioni forzate e della semplificazione etnica che ne conseguì. Si stima che circa venti milioni di persone furono variamente obbligate a trasferirsi, le loro esperienze e memorie rimasero escluse dalla formazione di una memoria collettiva nel corso dei processi di ristabilizzazione post-bellica. E’ chiaro che il paradigma risentito-vittimistico ha un suo senso storico, come compare dalle ultime generazioni di ricerche sui trasferimenti di popolazioni europee. La storia orale ha avuto un ruolo decisivo nel riportare alla luce queste vicende. E siccome i traumi si ereditano, anche le generazioni successive si sono fatte carico della memoria di un evento accaduto molto tempo prima del quale il resto è stato conseguenza.
Gloria Nemec ha insegnato Storia sociale all’Università di Trieste. Da decenni conduce un lavoro sulle fonti orali. Ha pubblicato: Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunità in esilio. Grisignana d’Istria (1930-1960), Gorizia, LEG, 2015; Nascita di una minoranza. Istria 1947-1965. Storia e memoria degli italiani rimasti nell’area istro-quarnerina, Fiume-Trieste-Rovigno, 2012; Dopo venuti a Trieste. Storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine, Trieste-Merano, Circolo “Istria”- ed. Alphabeta, 2015.

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La “Giornata del Ricordo”

E’ stata istituita con Legge ad hoc nel 2004 con votazione quasi unanime del Parlamento. La proposta proveniva dai partiti di destra per i quali era assai utile presentare gli esuli come vittime della “furia slavo comunista” (poi queste furono anche le parole usate dal presidente ex comunista Napolitano). Fu scelto il 10 febbraio, data della firma del Trattato di Pace del 1947 che stabilì la perdita della sovranità italiana su parti della regione giuliano-dalmata. Vi è quindi un esplicito rifiuto dell’accordo internazionale successivo alla sconfitta dell’Italia fascista nel 1945. Le dolorose realtà storiche dell’esodo e delle divennero una componente indiscutibile del neonazionalismo italiano e si è discusso su una proposta di legge per punire chi fosse “negazionista” delle . In realtà nessuno nega l’esistenza di questi fenomeni di violenza post 1945 nelle regioni nord orientali dell’ex Regno d’Italia, ma esiste piuttosto una critica documentata sulle dimensioni degli eventi.

Libri su “foibe e dintorni”

*Federico Tenca Montini, Fenomenologia di un martirologio mediatico, Udine, Kappa Vu, 2014. Analizza l’evoluzione delle visioni politiche e dibattito pubblico sulle foibe. In appendice il testo della Legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo e di alcuni discorsi di vari Presidenti della Repubblica italiana.

* Jože Pirjevec, Foibe. Una storia d’Italia, Torino, Einaudi, 2009. Una raccolta di saggi che parte dall’Ottocento dei nazionalismi. E’ tra le poche opere storiche che valorizza fonti e studi sloveni.

* Claudia Cernigoi, Da Sanremo alle foibe, Udine, Kappa Vu, 2014. Libretto di critica dello spettacolo Magazzino 18 di Simone Cristicchi, di ottica nazionalista e revanchista, che ha avuto grande successo di pubblico.