Archivi e biblioteche servono ancora?

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Il 9 e 10 aprile la strana specie degli “anarcobibliotecari” si è data appuntamento a . Presso il circolo Berneri si svolgerà infatti il XVII incontro della , la rete internazionale che unisce , , centri studi e di documentazione anarchici e libertari. Sono previste presenze da Austria, Francia, Grecia, Portogallo, Spagna, Svizzera e probabilmente anche da altri paesi, per dar vita a due giorni intensi di confronto e scambio reciproco, di convivialità e di approfondimenti più o meno tecnici.

Tra le altre cose si parlerà del catalogo collettivo REBAL (Rete delle biblioteche e archivi anarchici e libertari; www.rebal.info) che da oltre un anno fornisce un unico punto di accesso alle risorse documentarie messe a disposizione da una molteplicità di centri studi e che è stato pensato come il primo tassello di una cooperazione tra istituti specializzati in ambito libertario, ancora tutta da costruire. Cooperazione che non è solo difensiva (mantenere una biblioteca ha dei costi e trovare le risorse non è facile) ma diventa un’opportunità di crescita dal momento che nessuna biblioteca, nemmeno in un settore specializzato come quello dell’ e delle culture libertarie, può considerarsi autosufficiente.

Nella giornata di domenica si svolgeranno workshop tecnici su diversi software e progetti informatici, mentre la serata di sabato sarà l’occasione per una discussione internazionale a più voci su condizione e prospettive dei movimenti anarchici. Programma completo e informazioni dettagliate si trovano sul sito bida.im/ficedl2016; l’incontro è ovviamente aperto a tutti gli interessati, anche se non hanno a che fare con archivi e biblioteche, e perfino a quelli che “tanto c’è tutto su internet”.

A questo proposito, nell’era dell’informazione digitale, archivi e biblioteche servono ancora? La domanda è retorica, ma soprattutto è mal posta. Ad essere sempre più necessari sono infatti archivisti e bibliotecari, anche tra gli anarchici. Paradossalmente, tra una stanza colma di libri e di postazioni internet e un’altra vuota con un solo bibliotecario dentro, è la seconda che si avvicina maggiormente al concetto di “biblioteca”. Biblioteche e archivi libertari, se vogliono sopravvivere, devono perciò scrollarsi di dosso la polvere, lasciarsi alle spalle modalità di gestione approssimative e puntare sulle competenze di chi è in grado di far apprezzare al mondo esterno la loro esistenza.

Nei documenti degli archivi c’è la storia delle generazioni che ci hanno preceduto, alla quale guardare per affrontare con maggiore consapevolezza il presente, nei libri delle biblioteche c’è l’elaborazione culturale che alimenta la tensione al cambiamento. Le raccolte sono quindi importanti, ma ancora più importanti sono le connessioni tra le persone che utilizzano quelle raccolte e in questo senso il bibliotecario dovrebbe saper stimolare, alimentare e diffondere le conversazioni che si avvalgono strumentalmente delle risorse documentarie da lui gestite, cartacee o digitali.

Se conoscere è il punto di partenza per cambiare il mondo, i nostri centri dovrebbero coinvolgere compagni e solidali nell’incessante lavoro di crescita culturale, di critica sociale e di ricerca dell’alternativa libertaria. Ma c’è di più. La speranza è che questi archivi e biblioteche sappiano aprirsi non solo a una ristretta cerchia di anarchici, ma siano pubblici nel senso pieno della parola, cioè fruibili da tutti e tutte perché le condizioni di vita di questa miserabile società coinvolgono tutti e tutte e c’è quanto mai bisogno di buone idee libertarie che sostengano la conseguente azione. La sfida sta nel saper intercettare le esigenze di conoscenza delle nostre comunità di riferimento, non rimanendo fermi ad aspettare che qualcuno bussi alla porta o che qualche navigatore perduto inciampi nel nostro blog.

È ora che una riflessione su “chi siamo e cosa stiamo facendo” venga affrontata di petto anche all’interno della FICEDL. Non che non sia piacevole confrontarsi su quanti libri abbiamo aggiunto a scaffale, sulle ultime donazioni ricevute, sui progetti di digitalizzazione, sulla ristrutturazione dei locali o, all’opposto, sulle difficoltà economiche che ci assillano. Ma al di là di questi dati, quale ruolo pensiamo di avere? Che contributo possiamo dare alla crescita dei movimenti libertari? Come siamo percepiti e quale riconoscimento riceviamo da questi stessi movimenti, di cui anche noi siamo parte? Forse solo in questo modo, cioè dimostrando sul campo che gli “anarcobibliotecari” non collezionano libri ma promuovono la crescita di idee di libertà, si potrà salvare la specie.

Luigi