Contro la criminalizzazione del movimento sociale

Loi-travail-l-Unef-le-17-marsIl potere “socialista” distrugge i nostri diritti

Dalla sua elezione nel 2012 come Presidente della Repubblica, François e il suo governo sedicente “socialista” mostrano una fredda coerenza politica, perseguire cioè le politiche di distruzione del Codice del lavoro, dei contratti collettivi e attaccare le ultime conquiste sociali dei lavoratori.

Il supporto dello Stato ai datori di lavoro non si riflette solo nel concedere agevolazioni fiscali per cifre astronomiche (più di 40 miliardi di euro in tre anni!); infatti si esprime anche con una severa riforma del mercato del lavoro e dei meccanismi sociali, con l’introduzione della cosiddetta “flexicurity” (licenziamenti facili e condizioni di lavoro sempre più precarie, giustificati entrambi con la presunta creazione di più posti di lavoro). Una politica che ha da tempo dimostrato il proprio fallimento (la disoccupazione non diminuisce, i padroni non mantengono gli impegni), ma il governo continua a promuoverla, questa volta avanzando a grandi e veloci passi.

Dopo le leggi Macron e Rebsamen, vere bombe antisociali, l’ultimo attacco è contro il Codice del lavoro. L’idea è vecchia quanto la stessa legge: bisogna ammorbidire quel Codice!

Questo famoso libro rosso, che si dice sia complesso e illeggibile, causerebbe la disoccupazione, la crisi, fino alla miseria sociale (e perché non la guerra in Siria?). A malincuore i capitalisti, poveri disgraziati, non sono riusciti a causa di quel libro a creare nuovi posti di lavoro. Ma che cos’è questo progetto di riforma e perché non rappresenta nulla di buono per il futuro lavoratore?

Le classi politiche e i capitalisti vanno mano nella mano

Il 31 dicembre 2015, il Presidente della Repubblica, non contento di limitarsi alla propria politica di sicurezza repressiva, ora aggravata dall’introduzione dello stato di emergenza, ha decretato nel suo discorso anche l’emergenza “economica e sociale”. Il governo sembra aver scoperto un nuovo modo per gettare alla popolazione fumo negli occhi (sebbene nessuno si lasci ingannare): è sufficiente richiamarsi alla condizione di “emergenza” per giustificare e legittimare politiche violente, sia sul piano della repressione sia su quello economico e sociale.

Dal momento dell’ascesa al potere del partito socialista nel 2012 sono continuati gli attacchi contro il Codice del lavoro e i diritti dei lavoratori/lavoratrici.

Questo indica senza ombra di dubbio che la violenza economica della classe politica continuerà senza fermarsi davanti a nulla. Così, ai primi di febbraio, il governo, con alla testa il ministro del Lavoro, dell’Economia e delle Finanze, ha annunciato che avrebbe reintrodotto un sistema di riduzione progressiva dei sussidi di disoccupazione, nonostante questa scelta si sia già dimostrata inefficace in passato. Tra gli anni 1992 e 2001 il sistema ha funzionato in questo modo: gli assegni venivano abbassati dopo nove mesi del 17%, e così ogni quattro mesi fino a raggiungere un minimo di 2000 franchi (di allora), mettendo il coltello alla gola di chi veniva respinto dal sacro mercato del lavoro.

Nel frattempo sempre da febbraio, il progetto di legge della ministra del lavoro El prevede di ridurre le indennità versate ai dipendenti per un licenziamento senza giusta causa; questo significa proteggere i dirigenti aziendali quando vogliono sbarazzarsi di impiegati considerati non redditizi o recalcitranti. Il sogno dei datori di lavoro potrà diventare realtà: fuori i pesi morti a prezzi scontati!

E questo non è tutto: la suddivisione delle 11 ore di riposo obbligatorio ogni 24 ore di lavoro; la possibilità per una società di abbassare i salari e cambiare l’orario di lavoro con un semplice accordo; la possibilità per il datore di lavoro di dedurre il tempo di stand-by dal tempo di riposo; la possibilità di definire “minore” un lavoro se occupa 10 ore al giorno e 40 ore settimanali; soppressione dello standard delle 24 ore settimanali per un contratto part-time; la possibilità di pagare cinque volte meno gli straordinari sulla base di un accordo aziendale; la possibilità di imporre riforme con un referendum contro il parere del 70% dei sindacati; la possibilità per una società senza difficoltà economiche di ricorrere a strumenti tipici di aziende in difficoltà; la possibilità per il datore di lavoro di licenziare un dipendente che rifiuta un cambiamento nel suo contratto di lavoro, con un accordo aziendale; la possibilità di passare da 10 ore a 12 ore massime di lavoro giornaliere con un semplice accordo.

Il Grande Capo dei datori di lavoro (Medef), Pierre Gattaz, ha affermato che le misure proposte vanno “nella giusta direzione”, ed ha applaudito entusiasta di fronte agli annunci del governo come un pingue leone marino davanti alla promessa di un nuovo piacere.

Ricordate la promessa fatta nel 2013 dal primo padrone di per creare un milione di posti di lavoro in cambio della riduzione dei contributi e dello smantellamento del credito d’imposta per la competitività e l’occupazione (CICE). Ovviamente, non siamo stati ingannati dalle promesse di un padrone e dall’atteggiamento del Governo!

Un’ulteriore prova, se ce ne fosse bisogno, che la classe politica e quella capitalistica vanno mano nella mano, mossi dagli stessi interessi operativi e repressivi. Tuttavia, questo non ha impedito al capo del Medef di chiedere ancora più sforzi a favore dei datori di lavoro, per un “contratto di lavoro agile”. Ovviamente l’evocare contratti di lavoro flessibili e precari, scarica tutti i rischi del loro sistema capitalista sui lavoratori dipendenti. Altri grandi capi vogliono, da parte loro, la scomparsa a titolo definitivo del CDI (contratto di lavoro a tempo indeterminato), che considerano obsoleto e inadatto per un modello “economico contemporaneo”. Il loro cinismo è pari ai loro enormi privilegi di classe.

Queste politiche liberali e violente prendono sempre di mira le classi sociali più popolari, e sono in grado di imporre parallelamente la stigmatizzazione o la punizione per tutti coloro che non accettano il paradigma delle classi dominanti. In un ambiente politico ad alta sicurezza, il diritto di sciopero e persino i dipendenti meno combattivi sono attaccati e la reazione criminalizzata.

Eppure è necessario ricordare che centinaia di lavoratori/lavoratrici vengono uccisi ogni anno da infortuni sul posto di lavoro e da malattie professionali, e migliaia sono gli infortunati senza che alcun datore di lavoro sia giudicato o venga condannato per questo motivo. Cosi si criminalizzano sindacalisti, come quelli di Goodyear, che hanno avuto il coraggio di rispondere alla violenza economica che hanno subito, per non parlare del capo del dipartimento dell’Alto Reno Eric Staumann, che sta cercando di subordinare il contributo della RSA (assistenza sociale) all’esecuzione di almeno 7 ore di volontariato settimanale. Questa misura, oltre a danneggiare i disoccupati, sembra far rivivere una delle vecchie fantasie dei datori di lavoro: farti lavorare senza essere pagata/o.

Di fronte a questi attacchi da parte di classi dirigenti che lavorano insieme per costruire un mondo fondato sullo sfruttamento dove sarebbero i signori indiscussi, c’è una sola alternativa: quella della organizzazione sia nel sindacato sia nella lotta politica.

Restituire ai sindacati la loro capacità offensiva

Strutture di classe per antonomasia, organizzazioni che coinvolgono ancora diverse centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, i sindacati sono i principali strumenti per la costruzione di una mobilitazione su larga scala scala nel mondo del lavoro. Ma di fronte a indicazioni prudenti ed alla burocratizzazione, è urgente per noi sindacalizzati imparare a ignorare le linee guida dei burocrati per recuperare al meglio le nostre organizzazioni e reimpegnarsi nel campo della lotta concreta, con posizioni radicali.

Ancora una volta, il governo si appresta a mettere in discussione i diritti in generale e quelli sociali in particolare. Dalla fine del tetto delle 35 ore, passando alla compensazione monetaria per il licenziamento senza giusta causa, fino alla semplificazione dei piani sociali e delle procedure di rateizzazione, questo pacchetto si aggiunge a tutte le azioni intraprese dal governo socialista dal 2012 a favore dei datori di lavoro.

Se l’annuncio di questa piaga sembra aver suscitato un’indignazione più ampia del solito, con una petizione che ha raccolto quasi un milione di firme, rimangono ora da definire le nostre modalità di azione. Per il momento, le direzioni sindacali promuovono scioperi come azioni episodiche, una risposta insufficiente che porterà alla lunga inevitabilmente alla smobilitazione. I nostri sindacati sono il crogiolo principale di una mobilitazione generale del mondo del lavoro ed è urgente dare loro una vera e propria capacità offensiva. Di là del campo legale e delle trattative tradizionali, è fondamentale impegnarsi in azioni concrete: scioperi, attività improduttive sul posto di lavoro, appelli al boicottaggio.

I potenti tremano solo quando le nostre lotte toccano i loro interessi, e quindi l’economia: paralizzarla, dissanguare i profitti significa fermare la produzione o sabotare. Dobbiamo inoltre costituire o sostenere le casse di supporto degli scioperi così come le iniziative di solidarietà, nonché supporto legale per sostenere gli-le scioperanti e gli-le attivist* vittime della repressione. Dobbiamo essere informati dei nostri diritti e dei rischi che corriamo se abbandoniamo la sfera legale. A questo punto, si discuterà come procedere con chi ha condiviso le nostre scelte. Questo aiuta sia a combattere per i nostri diritti sia ad acquisirne di nuovi. Nelle lotte locali questo comporterà l’unione ed il mutuo soccorso. La definizione di mezzi efficaci per agire appartiene solo a noi. Sappiamo cosa rende il nostro lavoro produttivo; così sappiamo che cosa può renderlo improduttivo. Non importa che i leader sindacali, i giornalisti o i politici condannino le nostre azioni quando escono del quadro parlamentare e legale. Sappiamo da che parte stanno, loro. Quindi speriamo di fermare il governo e strappare nuovi successi, mentre lavoriamo per stimolare un più ampio processo di sciopero generale. Per contribuire a questo processo, la nostra organizzazione sosterrà con ogni energia disponibile tutte le iniziative che saranno portate alla sua attenzione.

CONTRO LA VIOLENZA DELLA POLIZIA E LA CRIMINALIZZAZIONE DEL MOVIMENTO SOCIALE

Mobilitazione sociale contro la regressione dei diritti sociali

Dall’inizio dell’anno, con l’annuncio di nuove leggi contro i diritti sociali, organizzazioni giovanili e del lavoro hanno preso la strada della lotta sociale. Queste proteste hanno già ottenuto una sorta di “declino” della popolarità del governo e, in ogni caso, di differimento delle leggi, offrendo l’opportunità di ampliare e consolidare i movimenti di protesta. Gli eventi del 9 marzo sono stati un vero successo in termini di mobilitazione e di protesta con la forza. Hanno dato il segnale di partenza per un ampio movimento contro le politiche reazionarie del governo socialista: contratti aziendali, riduzione dei servizi pubblici, abbandono della promessa di ridurre la quota di produzione energetica nucleare in Francia, il rifiuto di accogliere i rifugiati, sfratti ai richiedenti asilo in Francia, smantellamento del campo di fortuna di Calais, aumento degli interventi polizieschi, stato di emergenza permanente, privazione del progetto di nazionalità, razzismo repubblicano, ecc.. Pertanto, il governo ha continuato a cercare di spegnere la protesta, usando anche la violenza della polizia. Durante le manifestazioni studentesche del 17 e del 24 marzo, la polizia ha attaccato i giovani e i sindacalisti in molte città. Si tratta di una politica volta a cercare di fermare il movimento, un vero e proprio caso di guerra sociale e di repressione dei sindacati.

Stato di emergenza = Polizia di Stato

Dopo il terrorismo islamista, è arrivato il terrore di Stato. Migliaia di soldati e poliziotti sono dispiegati nelle nostre strade, armi pesanti pronte. Gli sguardi sono sospettosi. Le ricerche sono in aumento. Questa situazione incredibile c’è presentata ovunque come normale. Al contrario, la polizia è costantemente lodata, ci viene presentata come costituita da eroi coraggiosi, impavidi, buoni e pronti a servire. Ci dimentichiamo gli innumerevoli errori fatali che macchiano le uniformi sanguinanti dei piccoli soldati della Repubblica, ci dimentichiamo la violenza diffusa, ci dimentichiamo gli insulti e spazziamo via tutto ciò che potrebbe offuscare l’immagine di una istituzione di polizia presentata come l’ultima barriera alla barbarie.

Né Dio né padrone

Il nemico è lo Stato che ci opprime, i datori di lavoro che ci sfruttano, sono i poteri religiosi che ci brutalizzano. Tutte queste istituzioni, tutte queste persone, tutte queste ideologie sono i primi responsabili della miseria e della violenza sociale.

Allo stesso modo, è nostra responsabilità denunciare e combattere in strada, se necessario, i rigurgiti nazionalisti e patriottici, che assumono le forme odiose del razzismo o semplicemente della sporca stupidità. Militarizzazione della società?

Lo “stato di emergenza” è una truffa. Non sarà in grado di fermare gli attentatori suicidi. Tuttavia, ha ridotto le libertà civili e può essere utilizzato per ostacolare la protesta sociale. Ce ne rendiamo drammaticamente conto in questi giorni di mobilitazione sociale.

Segretariato Internazionale


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