Ancora sul Referendum

Sono passati pochi giorni dal del 17 aprile ma riteniamo utile comunque pubblicare altri due contenuti di critica e riflessione sul tema.

Redazione Web di Umanità Nova

petrolchimico-brindisi

E’ primavera, è tempo di elezioni

Ovvero: l’ennesimo referendum che dimostrerà quanto questo strumento sia inconsistente nella creazione e/o potenziamento di lotte nei territori.

Il referendum sulla ripublicizzazione dell’acqua del 2011 venne vinto nelle urne ma venne perso nei fatti: l’effettiva ripubblicizzazione del servizio idrico non avvenne e il risultato del referendum venne ribaltato dall’azione legislativa a tutti i livelli. Le bandiere esposte dai comitati per l’acqua dopo essersi accorti che il referendum non aveva cambiato assolutamente nulla nella gestione del servizio idrico – quelle con la scritta “il mio voto va rispettato” – suonano come una sconfitta più che come un rilancio della lotta. Anche perché il voto, in realtà, è stato rispettato: gli articoli abrogati dal referendum sono stati cancellati dalle leggi in questione. Ma questo è tutto. In sostanza, lo strumento cancella una legge o parte di essa, non stabilisce nessun principio. Se lo vogliono, governo e parlamento possono aggirare il risultato del referendum, come hanno fatto con quelli sul finanziamento ai partiti e sull’acqua. Le leggi le fanno loro. E le fanno secondo gli interessi loro e dei loro referenti nel mondo dell’industria e della finanza, non secondo la volontà e gli interessi dei cittadini. Quindi è lo stesso strumento del referendum, per come è concepito a livello costituzionale, ad essere strutturalmente limitato: del resto non possono essere sottoposte a vaglio referendario le leggi riguardanti trattati internazionali e i bilanci economici.

La favoletta della costituzione più bella e democratica del mondo la lasciamo volentieri ai comici riciclatisi in propagandisti governativi. Le significative lotte sociali degli scorsi decenni sono state vinte a prescindere dai referendum: la vittoria contro il fronte reazionario che si opponeva ad aborto e divorzio e che tentava di eliminare quelle allora recenti conquiste sociali tramite un referendum venne ottenuta fuori, e in parte contro, le urne. I movimenti sociali dell’epoca che intervennero nelle lotte di genere seppero costruire le condizioni per sconfiggere sul campo le forze reazionarie e costringere a delle riforme, seppur parziali e da ampliare e, nel caso dell’aborto, disattese dagli stessi che dovrebbero applicarla. La dimostrazione più palese che solamente una continua mobilitazione può conservare e ampliare le conquiste precedenti. Anche la vittoria referendaria contro il nucleare del 1986 fu solamente la ratifica di una situazione di fatto: i rapporti di forza costruiti dal movimento contro il nucleare avevano bloccato la costruzione di nuovi impianti e messo in crisi il funzionamento di quelli preesistenti.

La lotta No Tav, per esempio, è una delle lotte più significative degli ultimi anni: non ha mai preso in considerazione l’uso dello strumento referendario e ha sempre contato sulle proprie forze evitando di farsi intruppare in fallimentari marce alle urne, stessa cosa per le importanti lotte ambientali contro la criminale gestione dei rifiuti in Campania. Al contrario, la lotta No dal Molin, seppure avesse una base di massa non indifferente, uscì malconcia dal tentativo di prova referendaria in cui era stata intruppata da un auto-nominatosi ceto politico di movimento.

Inoltre l’attuale consultazione sulle estrazioni offshore di greggio e di gas si inserisce all’interno della logica della guerra per bande che sta sconvolgendo il PD e i suoi satelliti e non in contesti di lotte reali ambientali sul tema. I promotori di questo referendum sono gli stessi che, in altri momenti, venderebbero a prezzo stracciato qualsiasi concessione estrattiva alla cordata di imprese amiche di turno.

Ma soprattutto è un altro il grande danno che la propaganda referendaria, da ambo i lati, sta creando: la diffusione della falsa idea che la devastante crisi ambientale che stiamo vivendo sia legata solamente alla questione si/ no e non al modo di produzione capitalista in cui giocoforza viviamo. La devastazione ambientale avviene a tutti i livelli ed è globalizzata: dai siti estrattivi nel golfo del Niger ai petrolchimici “nostrani” come Porto Torres, Gela, Marghera etc; dalle aree indigene del Sud America, attaccate dalle industrie petrolifere di Stato, Venezuela in testa, alle piane ricche di idrocarburi di scisto di USA e Canada; dai deserti mediorientali fino alle tante “terre dei fuochi” sparse per l’Europa, Italia compresa, o per il mondo. La devastazione ambientale globalizzata è la fase suprema della globalizzazione di un modo di produzione basato sull’espropriazione dei beni, sulla mercificazione di tutto e sull’accumulazione di capitale.

E non sarà certo l’ennesima passeggiata elettorale a bloccare una crisi che va affrontata nel modo più’ adeguato, e quindi radicale, possibile.

– FAI /// federazioneanarchicareggiana.noblogs.org /// fa_re@inventati.org /// 348 540 9847 /// via don Minzoni 1/d Reggio Emilia ///

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Trivelle, energia, democrazia: intendimenti e fraintendimenti

Referendum alle porte: il senso politico della consultazione è stato minato a più riprese, il confronto sulla sensatezza dell’operazione non se la cava meglio … nemmeno in ambito libertario.

Il referendum contro la proroga delle concessioni off-shore è calendarizzato per il prossimo 17 aprile. Oggetto del quesito superstite alla sforbiciata costituzionale e di governo, sono le sole concessioni presenti entro le 12 miglia marine dalla costa ed in via di scadenza. La campagna di sostegno al voto, promossa da 10, ops, 9 regioni, stenta a decollare lamentando mancanza di visibilità pubblica, di sostegno di una comunità scientifica legata a doppio filo all’indotto del settore, e la digestione da parte degli organi di controllo e di governo della quasi totalità dei quesiti inizialmente presentati.

Oltre l’arco della corruzione mediatica e politica, oltre l’alveo dei comitati e dell’ambientalismo novecentesco, sorge il problema di un dibattito e di un posizionamento che non trova, a mio parere, sufficiente espressione in ambito libertario. Il motivo? Da una parte la fisiologica esigenza di ribadire l’inadeguatezza dello strumento di fronte alla voracità e alla corruzione dell’ingranaggio parlamentare, dall’altra la paternità istituzionale e la parzialità del quesito sopravvissuto non aiutano a toccare il merito politico della battaglia in corso.

Il torneo delle energie si gioca su più d’una scacchiera e non è certamente quella del 17 aprile la partita decisiva, basti pensare al fatto che proprio in questi giorni si apre la raccolta firme per un mazzo di referendum sociali che vedranno la luce di qui a un anno. Se diamo per buona l’unica ipotesi sensata (che i referendum siano strumento complementare alle lotte e non viceversa), possiamo ben accorgerci di quanto sia fuorviante il modo in cui il carteggio è stato sin qui affrontato. Mi spiego meglio: ci si concentra a tal punto sui limiti di un referendum di matrice istituzionale, da non prestare la necessaria attenzione alla campagna sociale su cui i referendum della prossima stagione potrebbero poggiare. E’ sulla convergenza delle lotte in corso lungo tutta la filiera estrattiva delle fonti fossili, e presenti lungo tutta la dorsale del paese, che poggiano l’elemento di novità e la forza di progetti come stopdevastazioni.wordpress.com che raccolgono la scommessa di fare rete e raggiungere una massa critica e la lucidità per capire dove si trovano i punti di rottura della filiera. Una scommessa che è anche protagonista di un libro dal titolo “Sblocca Italia: dalle trivelle agli stoccaggi di gas” (Off Topic, marzo 2016, Luce edizioni) che punta a ricostruire il percorso che il gas metano fa dai luoghi di estrazione (Caucaso, Azerbaijan e nord Africa prima di quelle off-shore e dei pozzi nostrani) per raggiungere, dopo migliaia di chilometri di condotte vecchie e nuove, gli stoccaggi esistenti e in progettazione sulla pianura padana. La ricostruzione procede per progetti e soggetti, ammicca allo scenario internazionale ed extra-europeo, andando a lambire il tema della destabilizzazione, dei migranti e della guerra, prima di tornare sul senso di un investimento pubblico per intercettare sempre più linee di approvvigionamento dello stesso pacchetto di combustibili fossili stigmatizzati dagli intendimenti e dalle belle promesse della ventunesima conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi.

Il sottotitolo recita “neocolonialismo, speculazione, nocività, democrazia”, perché la partita del petrolio e quella del gas metano non si giochi più nella fascia delle concessioni off-shore in scadenza entro i ventidue chilometri dalla costa ma su un piano più ampio, e fiorisca una maggiore consapevolezza dei passaggi necessari per ipotecare la partita della vampirizzazione della salute, del lavoro, del territorio e del clima.

La dedica in cima al testo recita “A Berta Caceres, a tutti i comuneros caduti”. Berta è una coraggiosa attivista, ecologista, vincitrice del premio Goldman e recentemente assassinata in Honduras per la sua strenua opposizione alle dighe, alle deforestazioni, al land grabbing che colpisce indigeni e campesinos con la stessa ferocia.