Il movimento delle donne in Iran

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La discriminazione delle in è fortissima e si impone su uno scenario generale di drastica riduzione dell’agibilità politica e sociale. Mentre in Italia il dibattito emergente sulle questioni di genere si sta appiattendo sulle richieste di equiparazione delle scelte di vita alla forma standard di famiglia, in le lotte di emancipazione femminile mettono in discussione proprio l’istituto familiare, rigidamente sancito dal diritto di famiglia. E a queste rivendicazioni se ne aggiungono altre, relative all’autonomia economica, alle libertà personali, alla libera scelta di maternità.

Quella che segue è un’intervista ad una studentessa iraniana realizzata a Livorno nello scorso mese di marzo. Ne emerge una situazione dinamica, ricca di potenzialità e in grado di produrre cambiamenti.

D: Potresti illustrarci le caratteristiche del movimento di lotta delle donne nel tuo paese?

R: I settori più conservatori tendono a far credere che le mobilitazioni delle donne sono legate esclusivamente all’influenza dell’Occidente e al processo di modernizzazione che fu favorito dalla politica dello scià, processo che avrebbe indotto a copiare alcune tendenze occidentali. La situazione in realtà è diversa. In effetti il movimento di lotta delle donne in Iran ha una sua storia autonoma, tanto che le prime pubblicazioni femministe risalgono a circa cento anni fa. Certamente la modernizzazione ha avuto un’influenza sui costumi, più esteriore che sostanziale, così come la rivoluzione khomeinista ha imposto nuovi limiti alla libertà femminile. Ciò non toglie che il movimento di lotta delle donne abbia avuto un suo sviluppo e percorso autonomo.

D: Quali sono stati i momenti più significativi di questo percorso?

R: Sicuramente il 2007 è un anno cruciale per la lotta . Moltissime donne, di varia provenienza sociale si sono unite dando vita ad una mobilitazione generale contro le discriminazioni di genere presenti praticamente in tutte le leggi dello stato. Il Governo riformista, nel periodo appena precedente, aveva infatti aderito alla Convenzione internazionale per i diritti, ma non aveva di fatto rimosso alcun fattore di discriminazione a causa del veto imposto dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione. Quest’ultimo organismo ha la funzione di verificare la compatibilità delle leggi dello stato con la legge islamica e di fatto aveva impedito di rimuovere fattori di discriminazione legati ad esempio al diritto di famiglia, o anche semplicemente alle attività di carattere sociale e culturale.

D: Che tipo di lotta viene avviata nel 2007?

R: Tramite un comitato venne avviata una campagna per raccogliere un milione di firme per opporsi alle decisioni del Consiglio: un percorso istituzionale, che aveva però l’obiettivo reale di aumentare i collegamenti e la solidarietà fra le donne, cosa che di fatto si era realizzata. Per questo motivo i settori politici nazionalisti scatenarono una campagna mirata a criminalizzare la lotta delle donne, sostenendo che ci fosse una strumentalizzazione da parte di forze politiche esterne e che le attiviste fossero cospiratrici internazionali. Il movimento subì così una dura repressione, con numerosi arresti eseguiti anche nel corso di iniziative di piazza, fermi e interrogatori.

D: Come è andata a definirsi la situazione negli anni successivi?

R: Ovviamente il movimento ha subito il colpo della repressione, che si è ulteriormente intensificata nel 2009. In questo anno in Iran si era infatti diffusa una protesta radicale e molto ampia contro il brogli delle elezioni presidenziali; a queste mobilitazioni parteciparono in modo significativo anche le donne. La repressione scatenata a seguito di queste proteste fu durissima, provocando molti morti nel corso di manifestazioni e numerosissimi arresti che ovviamente coinvolsero anche le donne; le condizioni di carcerazione furono assai dure e in alcuni casi i giornalisti hanno anche riferito di stupri punitivi nelle carceri, sia per maschi che per femmine.

All’esterno la situazione si era fatta sempre più dura con un crescente controllo e un uso ancora più esteso della censura. Molti attivisti politici e personalità chiave dell’opposizione, tra cui alcune femministe, sono emigrati all’estero perché erano realmente in pericolo.

D: Dal 2009 a oggi, dopo la durissima ondata repressiva, come è andato a ridefinirsi il movimento di lotta delle donne?

R: Nonostante la repressione e le varie iniziative governative contro il movimento di lotta delle donne, dobbiamo dire che c’è stata la capacità di mantenere una fitta rete di collegamenti che ha consentito al movimento, pure tra mille difficoltà, di restare in vita e di ampliarsi. La volontà di ottenere una maggiore agibilità sociale e una maggiore autodeterminazione, cioè più libertà, è stata la spinta determinante per andare avanti. Questa necessità è stata avvertita in modo trasversale, perciò il movimento vede tra le femministe più attive non solo giuriste e studiose che hanno anche gli strumenti culturali per fare controinformazione e connettersi in rete, ma anche lavoratrici di vari settori. Questa ampia diffusione sociale ha generato un processo di cambiamento, nonostante le politiche conservatrici e discriminatorie del governo.

D: E la condizione delle donne oggi in Iran?

R: C’è un numero crescente di donne che studiano anche ad alto livello, raggiungendo un elevato grado di formazione con successi spesso maggiori dei maschi, tanto che il governo ha introdotto forme di “protezione” per gli studenti di sesso maschile. A questo successo negli studi non corrisponde però un assorbimento occupazionale, anche per le politiche governative: il 75% delle donne istruite non ha un lavoro anche per le riserve attuate in favore dei maschi. Il governo riserva tuttavia ruoli apicali ad alcune donne perfettamente allineate in senso politico: abbiamo così una presenza femminile in Parlamento, che ovviamente fa passare leggi discriminatorie contro le donne.

Tra le donne istruite ci sono molte femministe ma il è diffuso anche tra le lavoratrici, che in questi anni hanno dato vita a molte lotte e a forme di autorganizzazione.

D: Qual è la presenza femminile nel mondo del lavoro?

R: La risposta non è semplice, vista la grande diffusione del lavoro sommerso. Le statistiche ufficiali ad esempio danno una presenza del 5% di donne nel settore industriale, ma il dato non tiene conto dell’ampia mole di lavoro nero. Sono molto aumentati negli ultimi anni i laboratori e le manifatture che occupano donne, spesso nella forma di cooperativa. E’ comunque sempre assai diffuso il lavoro a domicilio. Da notare che alcuni lavori, come la cameriera, sono interdetti alle donne.

D: Quali sono stati i cambiamenti più significativi nella società in questi anni e quali continuano ad essere gli elementi di maggiore discriminazione?

R: Come già detto, l’accesso al lavoro, con tutto ciò che comporta in termini di autonomia economica e non solo, è uno dei fattori discriminanti. Ma tutta la società ha un livello di discriminazione elevatissimo, anche nel diritto di famiglia. Ad esempio il diritto sui figli è esercitato solamente dal padre, la madre subentra solo se il padre è incapace o comunque per motivi estremamente gravi.

Particolare è anche l’ambito della prostituzione, ufficialmente illegale, ma nella pratica agevolata dalle leggi in accordo con i testi religiosi. I testi sacri, e conseguentemente la legge, infatti riconoscono la poligamia e danno al maschio la facoltà di avere fino a quattro mogli. Si può però avere un numero infinito di matrimoni temporanei con altre donne, che hanno diritti inferiori alle quattro mogli ma comunque hanno diritto ad una forma di mantenimento. Dunque, la fascia elitaria che ha disponibilità economiche utilizza i matrimoni temporanei come forma legale di accesso alla prostituzione. Ci sono siti internet che organizzano matrimoni temporanei con transazione economica; questi matrimoni possono durare anche solo poche ore e comunque alla moglie temporanea, dopo il divorzio, spetta poi una forma di mantenimento che coincide con la tariffa della prestazione sessuale.

Riguardo ad altri ambiti, relativi al controllo delle nascite , va detto che la contraccezione viene più o meno agevolata dal Governo in base all’andamento demografico.

L’aborto è legale, ma è possibile solo se entrambi i coniugi sono concordi, risente dunque delle restrizioni del diritto di famiglia: questa necessità del consenso maschile rappresenta un limite forte alla autodeterminazione. Non è prevista invece l’obiezione di coscienza da parte dei medici, che a quanto mi risulta è una particolarità italiana… Non vengono praticati aborti dopo i quattro mesi di gravidanza, ma si può comunque abortire legalmente oltre il quarto mese pagando una penale.

D: In Occidente la discriminazione operata da molti paesi islamici contro le donne si identifica con l’imposizione del velo. Nell’immaginario occidentale la donna velata rappresenta la negazione del corpo e quindi dell’identità femminile. E’ effettivamente vissuta così anche nel tuo paese?

R: Questa è la percezione occidentale, ma in effetti la questione del velo è secondaria rispetto a forme di discriminazione ben più gravi. So che esiste, tramite Facebook una campagna denominata “svelamento”, che a parere di molte femministe iraniane si concentra solo una questione di immagine, con il rischio di un riassorbimento riformista delle lotte delle donne, che possono avere invece una valenza ben più radicale. Va anche detto che la situazione in Iran è particolare, perché non c’è l’imposizione del velo a copertura totale, ma solo di quello parziale. Va precisato inoltre che i precetti religiosi sono di due tipi, primari e secondari; le restrizioni sull’abbigliamento sono relative ai precetti secondari, per cui sono più osservate in contesti tradizionalisti, nei piccoli centri e nelle zone rurali, assai meno in altri contesti senza che ciò crei particolari problemi. Ovviamente chi non porta il velo esprime, anche con il corpo, un messaggio di cambiamento, ma come dicevo prima, altri cambiamenti stanno attraversando il paese ed hanno una portata assai maggiore.

D: Torniamo ancora sui mutamenti sociali in corso.

R: L’età media dei matrimoni è aumentata di 10 anni rispetto agli anni ’90. Se allora ci si sposava intorno a venti anni, ora la media dei matrimoni si attesta oltre i trenta. Questo è un cambiamento importantissimo, perché va a incidere anche sul fenomeno dei matrimoni combinati, ancora previsti dalla legge, ma sempre più superati. Formalmente anche la donna è libera di scegliere il marito, ma la legge prevede che per rendere valido un matrimonio ci debba essere il consenso della famiglia d’origine. Ancora una volta il diritto di famiglia evidenzia discriminazione. Va però detto che l’innalzamento dell’età degli sposi consolida di fatto la loro autonomia e rende il consenso familiare, che pure permane, una pura formalità.

Sono in aumento anche le convivenze fuori dal matrimonio, soprattutto nelle grandi città.

In crescita anche la percentuale dei divorzi, richiesti, questo è il fattore di cambiamento, anche dalle donne. Purtroppo la maggiore autodeterminazione delle donne, che possono decidere di mettere fine ad un matrimonio, ha indotto anche un aumento dei femminicidi intrafamiliari, per la difficoltà dei maschi di confrontarsi con l’autonomia delle donne.

Stanno aumentando anche le donne che scelgono di non sposarsi, benché abbiano difficoltà anche di ordine pratico, per esempio ad affittare una casa o ad accedere ad aspetti pratici del vivere quotidiano.

L’omosessualità è considerata reato punibile con la pena di morte; tuttavia anche le lesbiche stanno provando ad organizzarsi e all’interno del movimento delle donne abbiamo una persona con un ruolo chiave che è lesbica.

D:Quella dell’Iran è una realtà molto dura dunque, ma con delle sollecitazioni significative orientate al cambiamento!

R:In effetti la situazione, nonostante tutto, è assai dinamica, ma vorrei precisare che il cambiamento non è dovuto ad una sorta di automatismo, di evoluzione naturale dettata dall’evolversi dei tempi. Si tratta di un cambiamento progressivo imposto da uno sforzo costante, da lotte ormai decennali, da enormi sacrifici, dalla volontà delle donne di organizzarsi e conquistare spazi di libertà sempre maggiori, contrastando duramente e costantemente il potere delle leggi dello stato e della religione.

A cura di Patrizia Nesti