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Bologna: la resistenza continua!

25 aprile 2016 2Lunedì 2016 un bel corteo ha attraversato la città da piazza dell’Unità a piazza S. Rocco.

Chi c’era ha sicuramente colto il senso e la portata del corteo. Più di mille si sono incamminati per via Matteotti facendo una prima tappa davanti alla stazione ferroviaria. Qui è stata ribadita l’unica verità possibile sulla strage del 2 agosto 1980 (85 morti e 200 feriti): la mano è fascista, il mandante è lo stato. È stata quindi data voce ai migranti e no borders che hanno rivendicato la libertà di movimento per tutte e tutti contro i confini, i muri e il filo spinato, denunciando lo sfruttamento delle risorse dell’occidente e le guerre neocoloniali che sono alla base delle migrazioni.

Non ci stupisce che alcuni quotidiani locali non abbiano dato pressoché alcuna copertura mediatica a questa iniziativa nata e cresciuta dal basso e in senso anti-istituzionale, accennando più che altro a blocchi del traffico e preferendo intervistare sul senso del 25 aprile la candidata sindaco leghista Lucia Borgonzoni o contare quanti bicchieri di plastica si fossero accumulati vicino ai cassonetti adiacenti via del Pratello.

La manifestazione è poi ripartita risalendo via Indipendenza accolta da applausi e incoraggiamenti: in molti si sono uniti e la partecipazione nella tarda mattinata è stata davvero importante. Hanno preso parola tutti gli spezzoni presenti a indicare come l’antifascismo, la resistenza e la liberazione vivano nelle lotte di oggi: gruppi femministi e queer, occupanti di case, attivisti delle palestre e dello sport popolare, skins e punks, lavoratori e sindacalisti di base, migranti e antirazzisti, cucinieri ribelli (che hanno pubblicizzato il festival delle cucine popolari autogestite del 7-8 maggio), precari e studenti medi e universitari.

In Piazza Maggiore un cordone di polizia e carabinieri in assetto antisommossa si copriva di ridicolo difendendo (da chi e da cosa non si sa) il sacrario dei partigiani dove in mattinata si erano tenute le commemorazioni ufficiali. È parso chiaro a tutti i presenti che gli eredi dei partigiani sono gli antifascisti di oggi, capaci a 71 anni di distanza di dare nuovo significato alla lotta di liberazione: una liberazione dalle leggi razziste e dai confini statali, dallo sfruttamento fatto di stage e di precarietà, dall’omofobia e dal sessismo, dalla mancanza di alloggi, dallo smantellamento progressivo di tutti i servizi essenziali, dal saccheggio di ricchezza pubblica attraverso “le grandi opere” e la corruzione eretta a sistema, dagli intrighi mafiosi delle politica di palazzo e della farsa delle elezioni, dall’autoritarismo di un potere che manganella, denuncia e rinchiude chi dà voce alle lotte sociali.

Il corteo ha infine attraversato via Ugo Bassi e via del Pratello, dove gli organizzatori hanno preso la parola dal palco ribadendo la necessità di un antifascismo plurale e unitario che metta in rete le diverse e necessarie pratiche di conflitto e autogestione oggi presenti in città. Due compagne femministe, intervenendo dal palco, hanno denunciato la discriminazione economica e sociale che le donne si vivono oggi in Italia, e la repressione e le torture del generale Al Sisi contro i movimenti sociali egiziani, condotte con armi e mezzi in gran parte di fabbricazione italiana [vedi articolo successivo].

È stata quindi ricordata l’iniziativa di sabato 30 aprile per denunciare pubblicamente il tentativo di aprire una palestra in via Mattei da parte dei neofascisti: “Non staremo a guardare”. In ultimo è stato dato appuntamento in piazza il 2 agosto: “La resistenza continua”!

Nodo sociale antifascista //

LA DITTATURA DI AL SISI UCCIDE E REPRIME E L’ITALIA È COMPLICE
La repressione brutale della dittatura del generale Al Sisi

Il popolo egiziano è sceso in piazza il 25 aprile per denunciare, non tanto la vendita di 2 isole strategiche all’Arabia Saudita ma soprattutto il brutale regime militare di Al Sisi. In vista della manifestazione del 25 Aprile al Cairo, il dittatore ha deciso di applicare delle retate massive per impedire alle egiziane ed egiziani di scendere in piazza. Ci sono stati più di 200 arresti negli ultimi giorni, le persone venivano prelevate dalle proprie case, mentre camminavano per strada o erano in un bar, di tanti non si sa dove li hanno portati. Sono stati torturati, avvelenati, violentate/i. Già durante la manifestazione del 15 Aprile, sono state arrestate 25 persone solo al Cairo, uno di loro è stato denudato per strada da sbirri in borghese e poi caricato su una camionetta e massacrato, altri hanno subito interrogatori coi servizi segreti e sono stati torturati. Purtroppo questi 25 arrestati sono ancora in carcere. Alcuni che sono stati arrestati prima della manifestazione sono stati rilasciati, con segni di tortura. Dopo il rilascio sono stati nuovamente arrestati, come nel caso di un ragazzo, che è stato ripreso mentre era in aeroporto e ora non si sa dove sia!

La tortura in carcere e le uccisioni per mano della polizia sono un fenomeno di tutti i giorni. L’organizzazione Al Nadeem (Centro di riabilitazione di vittime di tortura in Egitto) documenta per il 2015, 464 casi di sparizioni in carceri segrete e basi militari, e 1.676 casi di tortura. Di questi 500 hanno condotto alla morte del prigioniero. Solo questo febbraio, 111 casi di uccisioni per mano della polizia, 77 casi di tortura e 44 situazioni di negligenza da parte dei medici nelle prigioni. In particolare nel carcere di al-Aqrab, ribattezzato «il cimitero» dai familiari dei carcerati a causa delle condizioni inumane in cui vengono tenuti i prigionieri e della facilità con cui si trova la morte all’interno della struttura.

Tutto questo accadeva anche sotto la dittatura di Hosni Mubarak e durante l’anno di governo della Fratellanza Musulmana: allora furono documentati 359 casi di tortura, dal giugno 2012 al maggio 2013, di cui 217 finiti con la morte del prigioniero. Con il generale-presidente al-Sisi la situazione è pesantemente peggiorata. Le principali vittime della sanguinosa repressione sono state principalmente gli attivisti, gli studenti, i professori universitari ed i giornalisti con centinaia di persone scomparse.

La terribile scomparsa di Giulio Regeni mette in evidenza, purtroppo, la quotidianità alla quale sono soggetti le egizian@: arresti, torture, interrogatori violentissimi e incarcerazioni, praticati nelle stazioni di polizia o del «mukhabarat» (i servizi segreti egiziani). Nella stessa maniera sono stati respinti, espulsi o incarcerati anche i giornalisti stranieri, scomodi al regime. L’uccisione di Regeni si inserisce in una serie di violenze caratteristiche degli apparati di polizia e sicurezza, diventate una prassi a partire da luglio 2013 col Colpo di stato di Al Sisi. Niente è cambiato dopo la morte del ricercatore italiano anzi il regime ha intensificato la repressione e le sparizioni forzate di giovani.
È assurda la complicità e l’ipocrisia dello stato italiano, dove Renzi, Alfano e Gentiloni si indignano e chiedono spiegazioni quando sanno perfettamente quello che succede in Egitto,  che finora hanno sempre sostenuto e armato.

L’Italia ha sempre «supportato» l’Egitto con armi, munizioni, e veicoli blindati destinati alla polizia. «L’Italia è l’unico paese dell’Unione europea che, dalla presa del potere del generale al-Sisi, ha inviato armi utilizzabili per la repressione interna nonostante la sospensione delle licenze di esportazione verso l’Egitto decretata nell’agosto del 2013 dal Consiglio dell’Unione europea», denunciano la Rete italiana per il disarmo e l’Osservatorio permanente armi leggere (Opal) di Brescia.

Nei cinque anni che hanno portato alla rivoluzione del 2011, l’Italia aveva venduto all’Egitto armi leggere e munizioni per un valore di 48 milioni di dollari. I camion della polizia che riempiono le strade di ogni città egiziana, che trasportano le forze antisommossa e che passano sopra i manifestanti sono prodotti da un’azienda italiana, la Iveco. Centinaia di migliaia di proiettili sparati contro i manifestanti possono essere ricondotti a una fabbrica italiana, la Fiocchi.

Le armi, però, sono solo una piccola parte di questa storia. Le aziende italiane fanno soldi in tutto l’Egitto. Prendiamo il cemento, per esempio: l’industria del cemento egiziana è il settore con i più alti profitti in un’economia che sta crollando. Quando il patrimonio pubblico è stato svenduto a causa dell’agenda neoliberale di Mubarak, tre grandi società sono arrivate a dominare la scena della produzione del cemento egiziano, di cui l’italiana Italcementi. Queste società, messe assieme, godono di un monopolio che consente loro di applicare prezzi fissi con percentuali di profitto sbalorditive, rese possibili anche, tra le altre cose, da condizioni di lavoro criminali e dall’elettricità che viene sovvenzionata dal governo egiziano.

Imprese come Italcementi fanno affidamento sull’apparato di sicurezza dell’Egitto per mantenere forte quel vantaggio competitivo. Se non fosse per il pugno di ferro dei servizi di sicurezza, se non fosse per la loro repressione della protesta, del dissenso, dell’attivismo sindacale quegli alti guadagni non potrebbero mai essere raggiunti.

Non dimentichiamo anche che in Egitto c’è Eni (dal 1957) con i suoi miliardari contratti e il giacimento di gas naturale (il più grande del mediterraneo) scoperto nell’agosto 2015; Enel, Edison, Banca Intesa San Paolo, Pirelli, le agenzie per il turismo come Valtour ed Alpitour e altre 123 aziende italiane.

Il supporto di Renzi alla dittatura egiziana si evidenzia nel giugno del 2014, dove diventa il primo leader occidentale a far visita ad Al Sisi dopo le elezioni, nel luglio 2015, durante una conferenza a Sharm el Sheik, dove Renzi definisce il dittatore Al Sisi (che l’ascoltava in platea) un «ottimo leader» ed ha anche lodato la sua «saggezza nel guidare il popolo egiziano».

Strategicamente il regime di Al-Sisi serve all’occidente. Sostiene politicamente quell’asse sunnita legata ai valori ed ai principi di «libertà e democrazia» sostenuti dall’Europa e dagli Stati Uniti, con altri due paesi: Arabia Saudita e Turchia. Entrambe queste nazioni, infatti, applicano le stesse misure repressive e poliziesche con brutalità, come in Egitto, nei confronti degli attivisti politici e dei giornalisti con retate, assassini e incarcerazioni. L’Egitto serve in politica estera: in Yemen ha sostenuto e partecipato alla coalizione saudita contro gli Houthi, in Palestina mantiene l’isolamento imposto da Israele nella striscia di Gaza con la chiusura del valico di Rafah e in Libia, attraverso il sostegno militare italiano, statunitense e francese, appare come il futuro attore principale per un eventuale intervento bellico in territorio libico.

Rompiamo questa complicità europea, in particolare quella italiana, che finanzia la repressione, la tortura, il massacro, le sparizioni, gli stupri che vengono commessi impunemente sui corpi delle egiziane ed egiziani, ma non stanno fermando i loro ideali di libertà.
ABBASSO LA DITTATURA DI AL SISI
LIBERTÀ PER TUTTE LE COMPAGNE E I COMPAGNI EGIZIANI!
femministe e lesbiche di bologna