Affari Tossici

industry and commerce

Oggi,‭ ‬a distanza di tre anni,‭ ‬la situazione si aggrava.‭ ‬Da un lato,‭ ‬permane il piano complessivo di ampliamento dei piazzali e di realizzazione delle banchine containers‭ – ‬con VIA rilasciata nel‭ ‬2007‭ ‬e scaduta da‭ ‬4‭ ‬anni‭ – ‬per il quale l’Autorità portuale cerca in tutti i modi di eludere l’assoggettamento a una nuova procedura di valutazione d’impatto ambientale.‭ ‬Dall’altro,‭ ‬viene presentata la bozza del nuovo Piano regolatore generale,‭ ‬che preannuncia altre generose colate di cemento per inutili e dannosi banchinamenti.‭ ‬Nel mezzo ci sono i cittadini che si fa sempre più fatica a convincere della bontà del modello‭ “‬sviluppista‭”‬:‭ ‬ossia,‭ ‬di un’idea di gestione autoritaria del territorio che annulla l’autodeterminazione popolare per delegare le scelte politiche fondamentali a pochi‭ “‬addetti‭” ‬e‭ “‬professionisti‭”‬,‭ ‬in funzione degli interessi di lobby,‭ ‬cricche e speculatori di ogni risma.‭ ‬Tirando le somme,‭ ‬oggi come ieri,‭ ‬la sostanza rimane quella dell’ennesimo mega-affare tossico per la provincia siracusana,‭ ‬dotato di tutti i canoni d’insostenibilità tipici,‭ ‬dalla Val Susa a Messina,‭ ‬del consueto format politico-affaristico delle‭ “‬grandi opere‭” ‬italiche.‭ ‬A darne sentore,‭ ‬nelle ultime settimane,‭ ‬anche il filone siciliano dell’inchiesta Petrolio concentrata proprio su concessioni,‭ ‬appalti e pontili‭ “‬condivisi‭” ‬del porto megarese,‭ ‬da sempre covo di intrecci perversi tra vertici militari e portuali,‭ ‬petrolieri e sindacati confederali.

Eppure,‭ ‬a dispetto di questi fatti,‭ ‬c’è chi continua a far finta di nulla,‭ ‬trascorrendo il tempo a millantare di futuri‭ “‬rilanci economici‭” ‬e‭ “‬crescite occupazionali‭”‬,‭ ‬ripetendo ossessivamente il mantra dello‭ “‬sviluppo del porto commerciale‭”‬.‭ ‬Come se possa davvero essere un beneficio sociale ed economico il foraggiare un business drogato dalle‭ “‬multinazionali del mare‭”‬,‭ ‬che di fatto soggiogano le principali infrastrutture portuali del mondo,‭ ‬tagliando fuori popolazioni e lavoratori da qualsiasi possibilità di decidere democraticamente del presente e del futuro della propria terra.‭ ‬Come se alla schiavitù del liberismo internazionale e internazionalizzato,‭ ‬non ci fosse alternativa.‭ ‬Come se le crisi strutturali del turbo-capitalismo,‭ ‬e le sue tragiche conseguenze per l’uomo e l’intero pianeta,‭ ‬proprio qui da noi,‭ ‬non avessero insegnato niente.‭ ‬Come se la favola dolorosa del triangolo della morte di -Priolo-Melilli non abbia già ampiamente mostrato,‭ ‬sulla pelle di intere generazioni,‭ ‬di quali effetti devastanti è capace un modello di società che agli uomini e alla vita antepone le merci e il profitto‭; ‬che mercifica gli uomini umanizzando i capitali.‭ ‬Come se la colonizzazione e lo sfruttamento industriale dei territori,‭ ‬la militarizzazione,‭ ‬la distruzione del tessuto storico e culturale,‭ ‬fossero solo un brutto ricordo da rimuovere per guardare avanti.‭ ‬Come se non avessimo memoria.‭ ‬Come se non avessimo una storia di cui fare memoria.
E allora bisogna tornare a dirlo chiaramente.‭ ‬Tra i business del e quelli del porto commerciale non c’è,‭ ‬e non ci può essere,‭ ‬alcuna differenza.‭ ‬Perché l‭’‬affaire petrolio e quello dei‭ “‬signori dei container‭” ‬sono figli della stessa matrice economica,‭ ‬politica e ideologica.‭ ‬Due facce,‭ ‬interconnesse,‭ ‬della medesima‭ ‬infinita volontà di profitto perseguita dal capitale globale.‭
Per guardare alle alternative‭ – ‬fautrici di nuovi modelli sociali‭ – ‬dovremmo,‭ ‬di conseguenza,‭ ‬sforzarci di ripartire dagli uomini,‭ ‬dalla natura,‭ ‬dal bello e dal giusto,‭ ‬da quei valori di umanità che ormai facciamo fatica a riconoscere,‭ ‬disumanizzati come siamo dal veleno del cinismo individualista che,‭ ‬giorno dopo giorno,‭ ‬ci annichilisce.‭ ‬Solidarietà,‭ ‬equità,‭ ‬giustizia sociale:‭ ‬parole abusate e vessate,‭ ‬ma sempre pronte a ridivenire fatto vivo,‭ ‬pratica sociale e coscienza collettiva.
Queste parole,‭ ‬questi valori,‭ ‬possono ancora trovare il loro habitat naturale in luoghi come Augusta,‭ ‬aprendo il suo porto al Mediterraneo,‭ ‬alle culture che lo attraversano,‭ ‬alle vite che,‭ ‬in queste ore,‭ ‬cercano disperatamente di varcare le frontiere repressive della fortezza Europa.‭ ‬La rada di Augusta potrebbe diventare un’oasi d’approdo internazionale per canali umanitari regolari via traghetto‭ – ‬tra Africa ed Europa‭ – ‬che salverebbero da morte certa migliaia di vite umane trafficate dalle mafie euro-mediterranee.‭ ‬Essa muterebbe in un grande spazio sociale e inter-etnico in cui il migrante in fuga da guerre,‭ ‬miseria e persecuzione,‭ ‬possa essere finalmente rispettato da persona dotata di dignità,‭ ‬e non‭ “‬trattato‭” ‬alla stregua di un‭ “‬problema di sicurezza‭” – ‬come la sindaca grillina Di Pietro,‭ ‬unendosi al coro salviniano,‭ ‬ha recentemente dichiarato.
Per l’intero comprensorio siracusano sarebbe l’inizio della liberazione dalle catene che ne fanno la colonia di un‭ “‬petrolchimico militarizzato‭”‬,‭ ‬per convertirsi progressivamente in un laboratorio mediterraneo di accoglienza,‭ ‬multiculturalismo,‭ ‬cittadinanza attiva,‭ ‬scambio e interazione tra popoli.‭ ‬Nella prospettiva di crescere come parco di mare e di pace,‭ ‬in cui le risorse naturalistiche e monumentali siano restituite alla libera fruizione creativa e al protagonismo democratico,‭ ‬economico e solidale delle comunità che lo popolano.‭ ‬Una terra in cui,‭ ‬in un domani non troppo lontano,‭ ‬le raffinerie,‭ ‬i rifiuti tossici,‭ ‬i depositi di armi chimiche e combustibili per navi da guerra,‭ ‬le basi militari,‭ ‬i sommergibili nucleari,‭ ‬gli inceneritori,‭ ‬i radar anti-migranti‭ – ‬uno per uno e tutti insieme‭ – ‬siano finalmente riconosciuti e respinti come il vero infernale ostacolo alla libertà.‭ ‬Un nuovo ciclo storico dove lo‭ “‬sviluppo‭” ‬verrà ricordato,‭ ‬per sempre,‭ ‬come quel terribile incubo da cui una mattina ci siam svegliati.

Gianmarco Catalano‭

*Si veda S.‭ ‬Bologna,‭ ‬Le multinazionali del mare,‭ ‬Milano,‭ ‬2010.