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5 tesi sulla guerra libica

pinotti9-jpg_632651253Come abbiamo già scritto in passato quello che accade veramente in lo sanno, forse, i libici, lo sanno, probabilmente, le intelligence delle potenze che hanno uomini e forze speciali sul terreno. Lo sanno, quasi sicuramente, anche le grandi multinazionali del petrolio e del gas che hanno enormi interessi in .

Noi sappiamo quello che ci vogliono far sapere. E poco più.

Per questo di fronte agli ultimi fatti (arretramento dell’, intervento italiano a Misurata, scontri per il controllo della mezzaluna petrolifera fra Tobruk e Tripoli) ci limitiamo ad esporre alcune tesi che forniamo quale materiale di riflessione ai lettori.

  • Operazione Ippocrate: tutto preparato da tempo. Chi segue le vicende libiche con un minimo di attenzione ricorda bene che i primi conati interventisti risalgono al febbraio 2015 quando la ministra della italiana, Pinotti, parlò di 5mila uomini pronti ad intervenire in Libia. Non se ne fece di nulla anche perché nessuna potenza impegnata sul terreno – americani, francesi, inglesi, egiziani, qatarini, turchi, sauditi ecc. – aveva intenzione di “sporcarsi le mani” nel viperaio libico. Ma la possibilità di intervento – a guida di una missione ONU, sia ben chiaro per salvare le forme – è un po’ il filo nero che lega la politica italiana in Libia. La ridicola missione Ippocrate, coi suoi 200 parà impegnati “a difendere l’ospedale da campo a Misurata” (sic) – ricorda molto da vicino il progetto di inviare 200-300 soldati italiani a Tripoli “a difendere la sede dell’inviato ONU Kobler”, progetto fatto trapelare a aprile e poi abortito. Gli italiani sono in Libia da sempre e da sempre in “missioni coperte” che il governo Renzi ha istituzionalizzato ponendo il segreto sulle azioni di spie e corpi speciali. Con la missione Ippocrate si è trovato un paravento: dalle missione umanitarie alle missioni sanitarie, ma sempre di soldati si tratta. Il fatto è che dopo la sconfitta dell’ISIS a Sirte, la Libia, come in un tragico gioco dell’oca che costa la vita a migliaia di persone, è tornata alla situazione dell’autunno-inverno 2014/2015 quando di Daesh non si parlava ma le fazioni si scontravano per il controllo dei pozzi petroliferi. Con i francesi schierati con Tobruk e Haftar, gli inglesi con le milizie di Misurata e gli americani – che fino a pochi mesi fa addestravano i soldati di Haftar – impegnati nei bombardamenti mirati su Sirte, gli italiani non potevano limitarsi ad azioni “coperte”. Verso la a piccoli passi, abbiamo scritto qualche mese fa, per difendere gli interessi nello sfruttamento di gas e petrolio.

  • La centralità dell’ENI. Per anni abbiamo scritto che la politica estera dell’Italia la fa l’ENI. La Libia conferma questo assunto. Uno dei motivi del mancato intervento nell’inverno-primavera 2015 è stato che l’obiettivo di quell’intervento sarebbe stato il governo di Tripoli (allora, come ora, in mano agli islamisti moderati tipo Fratellanza musulmana) ma i pozzi dell’ENI si trovano al 90% proprio in Tripolitania. L’ENI in quei mesi decisivi fece capire chiaramente di non gradire l’intervento se non altro perché eventuali ritorsioni dei tripolini avrebbero messo effettivamente in crisi le forniture di gas all’Italia. E’ bene sapere che nel 2015 l’ENI ha importato dalla Libia il 75% del gas importato nel 2010, quindi prima dell’abbattimento di . L’Amministratore delegato ENI, De Scalzi, ha detto più volte che le cose in Libia non vanno male anche se potrebbero andar meglio. La collaborazione con la NOC – recentemente riunificata – è ottima, ha aggiunto. Pochi sanno che gran parte dell’elettricità libica viene prodotta con il gas fornito dall’ENI. Per capire la politica italiana occorre quindi guardare innanzitutto agli interessi dell’ENI. In questo senso ritengo particolarmente azzeccata l’ipotesi fatta da alcuni compagni che quella del 2011 sia stata più che altro una guerra fra ENI e BP e che alla lunga questi ultimi, mi pare, ne siano usciti con le ossa rotte (diversamente da quanto si sente dire a molti)

  • Sovrastimati ISIS … Per giustificare di fronte alle opinioni pubbliche occidentali l’intervento in Libia – sia quello “pesante” che quello più soft fatto di corpi scelti e spie – si è fatta la solita campagna propagandistica, anzi terroristica, che ha puntato ad ingigantire la minaccia degli jihadisti e dei migranti in attesa di salpare per l’Italia. Come abbiamo già scritto l’ISIS occupando Sirte aveva riempito un vuoto creato dalle fazioni libiche che non avevano saputo (o voluto) aggregare la città fedele a Gheddafi. L’ISIS, fallito il tentativo di incunearsi nella mezzaluna petrolifera, aveva però dimostrato di non sapere andare oltre azioni di boicottaggio. Sembra che gli jihadisti tengano ancora un paio di quartieri della città, favoriti, come ha detto Angelo Del Boca, dalla particolare struttura urbanistiche che Gheddafi volle dare alla sua città, rendendola una fortezza difficilmente conquistabile. La loro sorte sembra però segnata e il repentino crollo dell’ISIS mostra quanto fossero strumentali certe affermazioni della propaganda occidentale.

  • e migranti. Lo stesso discorso vale per l’ondata migratoria: nel 2015 il massimo responsabile dell’Agenzia Europea Frontex affermò che nel 2015 “avremmo dovuto aspettarci dai 500mila al milione di immigranti sulle nostre coste”. Naturalmente si trattava di cifre irrealistiche: il territorio libico non è in grado di ospitare una simile massa di persone. Stupidaggini che però sono state ripetute lo scorso aprile dal generale italiano Serra, che si fregia del titolo di consigliere dell’ONU per la Libia. In realtà l’ondata migratoria continua sui medesimi livelli – anche se decuplicano i morti nelle traversate – e non potrebbe essere altrimenti visto che i trafficanti non sono uomini dell’ISIS – come si era voluto far credere – bensì uomini e organizzazioni che militano fra i sostenitori del governo fantoccio di Tripoli, quello riconosciuto dall’ONU e sponsorizzato dall’Italia. Le ondate migratorie continueranno perché fanno comodo a molti e perché non si fa nulla per risolvere la tragica situazione di guerra e di povertà dell’Africa e del medio oriente. Anzi si fa di tutto per peggiorarla, come mostra il disastro siro iracheno. E’ noto come gli europei pensano di risolvere la questione migranti: monetizzare l’impegno dei libici a costruire nuovi lager dove internare i migranti. Cosa che Gheddafi stava facendo benissimo, guadagnandoci anche molto. E’ bene sapere però che tutt’oggi la Libia è un inferno per i migranti. Ha scritto Mattia Toaldo: “Nonostante il collasso di molte strutture governative, i centri di detenzione ‘dedicati’ ai migranti restano in funzione. Gran parte di questi centri sono attualmente sotto il controllo delle milizie che li usano come prigioni per migranti e profughi con questi ultimi in grado di ottenere la libertà solo a fronte del pagamento di un riscatto – nel caso riescano a sopravvivere alle condizioni a cui sono sottoposti durate la loro detenzione. All’interno ed all’esterno di questi centri, i migranti ed i profughi sono oggetto di tutte le forme possibili di violenze e di abusi. E’ poco probabile che chi fugge da minacce di questo calibro possa essere scoraggiato dal rischio di morire nel mediterraneo.

  • Tutti contro tutti. In Libia, come detto, la guerra è per il petrolio. Lo scontro fra laici ed ex-gheddafiani di Tobruk e islamisti più o meno moderati di Tripoli ha ben poco di ideale ma molto di concreto: dal petrolio derivano i soldi e il potere. Punto. Le potenze occidentali, la Russia e vari stati mediorientali si sono “tuffate” in questo caos. La situazione è stata ben spiegata dal giornalista del Il Sole – 24 ore, Antonio Negri: “In pratica ci sono due situazioni critiche derivanti dall’attacco alla Mezzaluna petrolifera libica condotto dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e della Cirenaica. Una è lo scontro tra Tripoli, il governo internazionalmente riconosciuto, e quello di Tobruk; l’altra è quella meno visibile degli interessi contrastanti delle potenze in campo. Nonostante le notizie diffuse dalla stampa, Francia, Russia ed Egitto continuano ad appoggiare Haftar che conquistando porti e terminali minaccia anche gli interessi italiani. Gli americani bombardando l’Isis rafforzano Tripoli e Misurata contro Haftar, quindi, con qualche sfumatura, si schierano contro la Francia, l’Egitto e la Russia, con implicazioni anche sul fronte siriano. L’Italia, appoggiando Misurata e gli , prende posizione contro l’Isis ma anche nei confronti delle milizie di Haftar, appoggiate dal Cairo e fino a ieri da Parigi.” Negri però dimentica il ruolo di Qatar e Turchia, che sostengono gli islamisti moderati della Fratellanza musulmana mentre Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti finanziano il generale Haftar e il governo di Tobruk. Tutti, sia ben chiaro, solidi alleati della .