4 novembre sciopero generale: report e foto

disertaDi seguito alcune foto e materiali da alcune delle piazze dello generale del 4 novembre indetto da e con l’adesione di Sgb. I compagni e compagne federate hanno partecipato attivamente alle varie iniziative portando in piazza in particolar modo la tematica antimilitarista così come deciso all’ultimo convegno di Federazione.

Oltre alle iniziative qui sotto vi sono stati presidi e iniziative anche a Trieste, Cosenza e altre località.

Qui il resoconto del corteo. Di seguito riportiamo il volantino diffuso dalla Federazione Anarchica Milanese presente anche con un proprio striscione.

Contro tutti gli eserciti!!!
contro tutte le !!!
Il 4 novembre è la festa delle forze armate. Viene celebrata nel giorno della vittoria nella prima guerra mondiale, un immane massacro per
spostare un confine. Ma cosa c’è da festeggiare?
In questi anni lungo i confini d’Italia si sta combattendo una guerra feroce contro la gente in viaggio, contro chi fugge conflitti dove le
truppe italiane sono in prima fila. In Iraq battaglioni d’élite dell’esercito tricolore partecipano all’assedio di Mosul, per cacciare i jihadisti
dello Stato Islamico. Sono in Iraq da mesi per difendere gli interessi della Trevi, la ditta italiana che si è aggiudicata i lavori alla diga di
Mosul, uno snodo strategico per chi intende fare buoni affari nel paese. I governi alleati dell’Italia hanno finanziato e protetto i soldati
della jihad prima in Afganistan, poi in Siria. A Mosul si sta consumando in nostro nome un altro immane massacro di uomini, donne e
bambini, pedine di un gioco feroce di potenza. Ad Aleppo si muore da anni nel silenzio fragoroso dei più. Le lacrime ipocrite per i bimbi
morti non hanno fermato le bombe. In Rojava, dove dal 2012 la popolazione ha deciso di attuare un percorso di autonomia politica, di
solidarietà e di mutuo appoggio, nella cornice del confederalismo democratico, il governo turco bombarda le città nel silenzio fragoroso di
chi, proprio sulle milizie maschili e femminili della regione a maggioranza curda della Siria, ha fatto leva per fermare l’avanzata dell’Isis.
L’Italia è in guerra da decenni ma la chiama pace.
È una guerra su più fronti, che si cerca di contrabbandare come peacekeeping, intervento umanitario, ma che parla il lessico feroce
dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione. La guerra diventa filantropia planetaria, le bombe mezzi di soccorso. Gli stessi
militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre
città, sono in Val Susa, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano uomini, donne e bambini. Guerra esterna e
guerra interna sono due facce delle stessa medaglia.
Un business milionario. Un business di morte.
L’industria di guerra è un buon business, che non va mai in crisi. Lo Stato italiano investe ogni ora due milioni e mezzo di euro in spese
militari, di cui mezzo milione solo per comprare nuove bombe e missili, cacciabombardieri, navi da guerra e carri armati. Gli altri servono
per le missioni militari all’estero, per il mantenimento del militari e delle strutture. Si tratta, per il 2016, di 48 milioni di euro al giorno. Il
governo nei prossimi anni ha deciso di spenderne ancora di più. Alla faccia di chi si ammala e muore perché non riesce ad accedere a
esami specialistici e cure mediche. Nel nuovo Documento programmatico pluriennale della Difesa – 2016-2018 – sono previsti: 13,36
miliardi di spese nel 2016 (carabinieri esclusi), l’1,3 per cento in più rispetto all’anno scorso. Cifra che sale a 17,7 miliardi (contro i 17,5
del 2015) se si considerano i finanziamenti del ministero dell’Economia e delle Finanze alle missioni militari (1,27 miliardi, contro gli
1,25 miliardi dell’anno precedente) e quelli del ministero per lo Sviluppo Economico ai programmi di riarmo (2,54 miliardi, nel 2015
erano 2,50). Finanziamenti, quelli del Mise, che anche quest’anno garantiscono alla Difesa una continuità di budget per l’acquisto di nuovi
armamenti per un totale di 4,6 miliardi di euro (contro i 4,7 del 2015). Le spese maggiori per quest’anno riguardano i cacciabombardieri
Eurofighter (677 milioni), gli F-35 (630 milioni), la nuova portaerei Trieste e le nuove fregate Ppa (472 milioni), le fregate Fremm (389
milioni), gli elicotteri Nh-90 (289 milioni), il programma di digitalizzazione dell’Esercito Forza Nec (203 milioni), i nuovi carri Freccia
(170 milioni), i nuovi elicotteri Ch-47f (155 milioni), i caccia M-346 (125 milioni), i sommergibili U-212 (113 milioni).
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni sono maturate esperienze che provano a saldare il rifiuto della guerra con l’opposizione al militarismo: il movimento No
F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che lottano contro poligoni ed
esercitazioni. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’è
chi non accetta di vivere da schiavo, c’è chi si oppone alla militarizzazione delle periferie, ai rastrellamenti, alle deportazioni.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo,
diffondendo cultura e volontà antimilitarista, antigerarchica, antiautoritaria; promuovendo solidarietà internazionalista e
mobilitazione permanente contro gli strumenti di morte e le politiche di sopraffazione.

Federazione Anarchica Milanese-FAI

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romaIl 4 novembre compagne e compagni del Gruppo Anarchico
C.Cafiero-FAI Roma ed USI-AIT di Roma, in sostegno allo sciopero generale
che ha visto manifestazioni ed iniziative in diverse parti d’Italia,
hanno organizzato una teleconferenza in cui sono intervenuti Franco
Bertoli (segr.naz.USI-AIT), Cosimo Scarinzi (CUB) e Pippo Gurrieri (
NoMuos). L’iniziativa è stata partecipata e interessante per gli
argomenti trattati quali lo sciopero ad oltranza delle Officine Maraldi
di Bertinoro (FC), l’ e la chiusura e riconversione
delle fabbriche di morte, il No Muos e la campagna antirepressione, la
Solidarietà Autogestita attiva nelle zone del centro Italia colpite dai
terremoti, (l’ultimo di magnitudo 6.5 del 30 ottobre scorso) e tematiche
sindacali specifiche. Durante la mattinata di venerdi inoltre, alcune
compagne e compagni, in segno di protesta, hanno installato sulla
recinzione di Leonardo Finmeccanica a Roma, striscioni antimilitaristi e
bandiere rossonere. La recinzione racchiude un’area piuttosto vasta al
cui interno operano la Tecnis, la Thales aerospaziale,l’ Alenia
Aermacchi ecc. Leonardo è il brand che definisce la nuova holding
finanziaria, un’azienda globale ad alta tecnologia, uno degli attori
chiave nel mercato mondiale dell’Aereospazio, Difesa e Sicurezza. Opera
in 15 paesi tra cui l’Italia, il Regno Unito, Stati Uniti e Polonia ecc,
a fianco di governi ed istituzioni, forze armate e agenzie di
intelligence.

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usi_ait_striscione_testa_corteo

Anche a Reggio Emilia si è svolto lo sciopero generale indetto da USI-AIT e CUB.

Lo sciopero è stato preceduto da un buon lavoro di agitazione e propagande, svolto tramite volantinaggio presso le principali mense della città e tramite l’affissione di centinaia di manifesti che lanciavano lo sciopero e la contestuale manifestazione a Reggio Emilia.

Il corteo si è tenuto la mattina del 4 novembre, partendo dalla Gabella di via Roma e terminando in piazza Casotti. Qua si sono svolti i comizi finali che hanno visto gli interventi di Pietro Braglia del Comitato Esodati di Reggio Emilia e di Franco “Colby” Bertoli, segretario generale dell’USI-AIT.

Durante il corteo, che ha vista la presenza di oltre un centinaio di compagne e compagni, si sono svolti diversi interventi, che hanno ribadito le ragioni dello sciopero, e un fitto volantinaggio.

Molti interventi hanno ripreso la tematica dell’antimilitarismo, tema da sempre fondante per l’USI, ribadendo come vi sia una forte contiguità tra guerre esterne e guerre interne e come sempre più spesso le questioni sociali vengano ridotte a mere questioni di ordine pubblico da affrontare manu militari.

Al corteo hanno partecipato diverse delegazioni provenienti da Parma, Modena, Bologna, Firenze e Ancona.

Dopo i comizi si è tenuta una grande pastasciuttata al Circolo Anarchico C. Berneri che si è protratta fino al tardo pomeriggio.

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