Transumanismo come forma di iperumanismo

TranshumanismL’evoluzione tecnologica della seconda metà del Novecento ha indubbiamente modificato in modo profondo non solo la prassi‭ – ‬vale a dire il prospetto operativo nelle diverse attività produttive e nella percezione delle aspettative di confort e di performatività‭ – ‬ma altresì il modo di interpretare la dimensione umana e le coordinate di antropo-poiesi.‭ ‬Si è soliti individuare questo cambiamento con il riferimento generico e omnicomprensivo di‭ “‬Post-human‭”‬,‭ ‬anche per l’impatto della narrativa cyberpunk degli anni‭ ’‬80‭ ‬e della metamorfosi dell’estetica e della produzione artistica nel decennio successivo,‭ ‬a indicare un superamento dell’antropoplastica vitruviana‭ – ‬basata su una corporeità metrico-sussuntiva dell’umano capace di proiettarsi sul mondo esterno‭ – ‬barattata dall’immagine dell’ibrido,‭ ‬del mutante,‭ ‬del transcorporeo.‭ ‬A ben vedere,‭ ‬tuttavia,‭ ‬fin dal suo esordio,‭ ‬l’icona-condizione del postumano nascondeva punti di vista assai differenti e per certi versi inconciliabili.
Si tratta di una galassia d’interpretazioni che,‭ ‬per approssimazione,‭ ‬possiamo afferire a due grandi filoni di pensiero:‭ ‬i‭) ‬chi considera la condizione postumana come una meta da raggiungere o,‭ ‬viceversa,‭ ‬quale inevitabile sbocco-deriva di un tracciato inaugurato con la rivoluzione scientifica del XVII secolo,‭ ‬con l’illuminismo e infine con la rivoluzione industriale nelle sue tre fasi implementative,‭ ‬per cui occorre parlare di una transizione in essere e paradigmatica,‭ ‬definibile per l’appunto come transumanismo‭; ‬ii‭) ‬chi considera la condizione postumana come implicita nella costruzione dei predicati umani,‭ ‬perché da sempre l’uomo si è ibridato attraverso utensili e tecniche con il non-umano,‭ ‬per cui si rende necessario un cambiamento nel paradigma interpretativo rispetto all’umanismo tradizionale,‭ ‬vale a dire una filosofia postumanista.‭ ‬Esistono dei punti in comune tra le due proposte,‭ ‬tali per cui si possa parlare di un movimento di pensiero omogeneo che caratterizza il XXI secolo‭? ‬Direi di sì,‭ ‬ma si contano sulla punta delle dita e,‭ ‬a ben vedere,‭ ‬sono molte di più non solo le differenze,‭ ‬ma le aree di contrasto e opposizioni tra queste due prospettive.‭
Il transumanismo è,‭ ‬in effetti,‭ ‬un’evoluzione dell’umanismo:‭ ‬in linea con l’imperativo di accentuare la titolarità dell’uomo sul proprio destino,‭ ‬in una visione spesso‭ – ‬ma non sempre‭ – ‬antropocentrica,‭ ‬fortemente razionalista e prometeica nell’individuazione della poetica umana,‭ ‬in genere poco attenta alla filosofia europea del Novecento e alla critica all’umanismo,‭ ‬portata a considerare la non come strumento bensì come un amnios contenitivo e salvifico,‭ ‬apparentemente pragmatica nell’ottimismo operativo e nella fiducia verso l’ingegno umano,‭ ‬propensa a traghettare le icone tradizionali del monoteismo‭ – ‬l’immortalità,‭ ‬gli angeli,‭ ‬l’incorporeo e il postorganico‭ – ‬in una sorta di neopaganesimo e di immanentismo spirituale,‭ ‬con una predisposizione al sincretismo,‭ ‬che per molti versi ricorda il movimento new age e ne rivela la matrice culturale e geopolitica di derivazione,‭ ‬declamante una specie di universalismo edonistico e atarassico,‭ ‬ma al contempo non estranea ad appoggiarsi ai magnati del capitalismo contemporaneo e a sostenere obiettivi a medio-lungo termine chiaramente tesi a delineare politiche ultraliberiste e differenze accentuate di condizione.‭
Possiamo sempre ritrovare in modo uniforme,‭ ‬o in veste di comuni denominatori,‭ ‬tali dettati‭? ‬Ovviamente no,‭ ‬perché il transumanismo è un vasto arcipelago di declinazioni,‭ ‬alcune incentrate sul desiderio di persistenza e sull’empito di potenza,‭ ‬altre più attente alla sofferenza e al principio di piacere universale:‭ ‬le prime più vicine al pensiero nietzschiano,‭ ‬le seconde più riflessive sulla domanda di Jeremy Bentham‭ “‬possono soffrire‭?”‬.‭ ‬Tuttavia un mare comune,‭ ‬potremmo dire un milieu condivisivo,‭ ‬lega fra loro le diverse proposte transumaniste,‭ ‬che potremmo inquadrare in una sorta di professione di fede nel progresso e nella tecnoscienza che,‭ ‬a mio avviso,‭ ‬risentono di un retrogusto schopenhaueriano.‭ ‬Caduta la fede in una dimensione di trascendenza assoluta,‭ ‬un aldilà non sovrapponibile alla condizione terrena,‭ ‬i transumanisti scommettono ora in una sorta di trascendenza relativa,‭ ‬un aldiquà sempiterno in grado di soddisfare il languore temporale ed edonico.‭ ‬In questo senso il transumanismo ricorda una specie di tecno-religione,‭ ‬giacché gli obiettivi di conforto e cura dell’anima sono a ben vedere gli stessi.
Il mondo contemporaneo,‭ ‬nei paesi occidentali,‭ ‬par essere un desco imbandito per un pranzo luculliano ove nessuno è propenso ad allontanarsi da tavola,‭ ‬anche quando il tempo è scaduto,‭ ‬per cui sembra che non si possa essere lieti se‭ “‬di doman non c’è certezza‭”‬:‭ ‬alla tecnoscienza il compito o la chimera di cancellare il fastidioso‭ “‬memento mori‭”‬,‭ ‬decaduto nel suo significato di avvertenza nel bugiardino della vita.‭ ‬Curiosamente,‭ ‬a dispetto delle trasfigurazioni postorganiche e incorporee,‭ ‬delle proiezioni visionarie di esistenze nella rete,‭ ‬di fusioni al silicio con macchine soft metal,‭ ‬le riflessioni transumaniste trasudano di carne languida di metabolismi,‭ ‬di espressioni limbiche‭ – ‬quali l’entusiasmo,‭ ‬l’eccitazione,‭ ‬la gioia,‭ ‬il piacere‭ – ‬che si realizzano solo grazie alla neuromediazione endocrina di pancreas,‭ ‬gonadi,‭ ‬surrenali,‭ ‬di percezioni che non sarebbero pensabili senza il frattalico elaborativo di un corpo.‭ ‬In altre parole,‭ ‬non è possibile aspirare al piacere somatico desomatizzando l’esistenza,‭ ‬giacché la neurobiologia-fisiologia non può essere ricondotta a mere sollecitazioni di aree del cervello.‭ ‬Da qui una prima incoerenza nel lessico transumanista:‭ ‬ondivago e ambivalente tra la ricerca superorganica del piacere e la proiezione emancipativa dall’organico.
D’altro canto,‭ ‬questa focalizzazione sul corpo‭ – ‬desiderato,‭ ‬inquisito,‭ ‬rimosso‭ – ‬una sorta di riproposizione della danza primaverile botticelliana,‭ ‬con la tecnoscienza quale novello Hermes,‭ ‬ci riporta a quanto detto sulla contiguità del transumanismo con alcuni aspetti dell’umanismo primigenio,‭ ‬e non è un caso se l’immagine a logo di Leonardo da Vinci dell’Uomo vitruviano torna in auge,‭ ‬seppur con i dovuti rimaneggiamenti futuristici.‭ ‬C’è pertanto una stretta relazione interpretativa tra questa prospettiva e il pensiero dei primi umanisti‭ – ‬penso al manifesto pichiano o all’universalismo di Marsilio Ficino‭ – ‬e del neoumanismo romantico e positivista‭ – ‬da Max Scheler ad Arnold Gehlen‭ – ‬perché anche nel transumanismo assistiamo a quell’empito di verticalizzazione dell’umano:‭ ‬i bruti non sono più rappresentati dagli animali,‭ ‬ma dalla condizione stessa dell’essere umano.‭ ‬Nell’ascensione verticale tecnomediata,‭ ‬l’uomo cerca così di liberarsi dagli ultimi legacci del retaggio filogenetico,‭ ‬per aspirare a una condizione capace di trascenderne in modo radicale,‭ ‬e non solo compensativo-esonerativo,‭ ‬i limiti temporali e nocicettivi.‭
In questo senso,‭ ‬non è possibile ignorare l’impostazione iperumanistica‭ – ‬da non confondere con l’accezione‭ “‬sovraumanistica‭” – ‬delle narrazioni,‭ ‬delle icone e delle proposte transumaniste.‭ ‬Diciamo che si tratta di un portare a massimo regime,‭ ‬ovvero a cercare nella tecnologia la declinazione possibile,‭ ‬alle aspirazioni dettate da Pico della Mirandola nel‭ “‬De hominis dignitate‭” ‬e che trovano risonanza nella verticalizzazione antropotecnica proposta da Peter Sloterdijk.‭ ‬Ovvio che il passaggio,‭ ‬da una traduzione filosofica del‭ “‬proprio dell’umano‭” – ‬quale ascensionalità e disgiunzione che accomuna‭ – ‬a una lettura più di ordine sociale,‭ ‬derivale,‭ ‬nella distinzione all’interno dell’umano stesso,‭ ‬può essere pretestuoso.‭ ‬Ma attenzione:‭ ‬non necessariamente difficile o incoerente.‭ ‬Il sovraumanismo può essere rigettato e ritengo vi siano autori che in buona fede ritengano sbagliato seguire tale strada o confonderla sovrapponendola al transumanismo.‭ ‬Tuttavia non è possibile ignorare gli esiti inevitabilmente sovraumanisti dell’eugenetica e dell’algenia,‭ ‬dell’accesso differenziale alle tecnologie di punta,‭ ‬dell’aumento della forbice tra ricchi e poveri implicito nel turbocapitalismo tecnologico,‭ ‬dell’incremento del potere mediatico di pochi,‭ ‬della disgiunzione nelle prassi lavorative tra persona e attività…‭ ‬e sono solo pochi esempi.‭
Altro punto di forte contiguità con l’umanismo‭ – ‬e sottolineo,‭ ‬in una straordinaria uniformità che accomuna i primi umanisti ai teorici dell’antropologia filosofica novecentesca,‭ ‬ma che riprende il mito greco della doppia genealogia prometeica ed epimeteica degli animali‭ – ‬vi è nel transumanismo la pretesa di una lettura proteica e virtuale della condizione umana,‭ ‬che sembra saltare a piè pari tanto l’evoluzionismo darwiniano quanto l’etologia.‭ ‬Sostenere che l’essere umano sia una sorta di contenitore skinneriano che può essere mutato in qualunque foggia a seconda dell’innesto tecnologico inserito,‭ ‬rappresenta indubbiamente un’ingenuità,‭ ‬che mostra come il pensiero evoluzionista abbia ancora tanta strada da fare nel continente americano.‭ ‬Non potremmo mai tramutarci in anodini contenitori di tecnologia,‭ ‬bensì declinare la nostra natura attraverso la tecnologia:‭ ‬la differenza c’è ed è rilevante‭! ‬Certo,‭ ‬la tecnologia non è un vestito,‭ ‬ma da qui a farne una matrice morfopoietica ne corre.‭ ‬Dovremmo utilizzare una prospettiva dialettica,‭ ‬ovvero autenticamente ibridativa,‭ ‬perché l’essere umano non è acqua che può assumere la forma del contenitore.
Quando rimarco le risonanze umanistiche del pensiero transumanista,‭ ‬prendo per esempio in considerazione il ritrovare il dualismo cartesiano dell’avere-un-corpo,‭ ‬nel barattare la res-cogitans con la res-informatica,‭ ‬dimentichi di tutte le ricerche di fisiologia,‭ ‬e in particolare di neuroimmunoendocrinologia che dimostrano spinozianamente che‭ “‬siamo-un-corpo‭”‬.‭ ‬L’idea di superare la sofferenza e la morte ha indubbiamente un suo fascino‭ – ‬non a caso è sempre stato questo il cavallo di battaglia di ogni religione‭ – ‬e il porre tale immortalità nel qui-e-ora accontenta tutta quella umanità che nel qui-e-ora banchetta sulle spalle dei poveri del mondo.‭ ‬Ma ciò ha,‭ ‬non dico un senso ma,‭ ‬anche più semplicemente,‭ ‬una qualche plausibilità‭? ‬Per i transumanisti è una professione di fede e come tale‭ – ‬come in buona parte delle religioni‭ – ‬per ora accontenta il portafoglio dei potentati di turno che vedono incrementare i loro investimenti.‭ ‬Tuttavia alcune proposte,‭ ‬come il mind-uploading o l’ingegneria proteica finalizzata a riprogrammare morfologicamente l’essere umano si basano su assunti scorretti.‭ ‬Da qui lo strano paradosso:‭ ‬nel celebrare i fasti della tecnoscienza,‭ ‬sovente i transumanisti fanno un cattivo lavoro per la ricerca sia perché spacciano illusioni che a lungo andare procurano il mitridatismo,‭ ‬sia perché fomentano il sensazionalismo e di conseguenza il reflusso,‭ ‬la sindrome di Frankenstein,‭ ‬la lettura luciferina dello scienziato.
Ma,‭ ‬a dir il vero,‭ ‬è il senso che mi sembra ancor più deficitario in tutta questa enfatizzazione del luna park tecnologico e lo dico come studioso che crede nel valore educativo della e che rifugge da forme di veteroluddismo.‭ ‬Non è possibile guardare in modo acritico lo sviluppo tecnologico,‭ ‬disconoscere il fatto‭ – ‬se vogliamo banale‭ – ‬che ogni tecnologia implicita rischi e opportunità,‭ ‬vale a dire li inerisce al di là del modo specifico in cui viene utilizzata.‭ ‬Questo peraltro è l’aspetto più contraddittorio del pensiero transumanista:‭ ‬da una parte si declama la transizione,‭ ‬l’umano metamorfico nella capsula Petri della tecnosfera,‭ ‬dall’altra si pretende di mantenere tale mutante embrionale alla cabina di comando e ci si appella ancora allo specchietto per le allodole che ripete il mantra del‭ “‬tutto sta a come si utilizza una tecnologia‭”‬.‭ ‬Se è vero il principio transumanista della transizione,‭ ‬non è corretto ritornare al principio umanistico del controllo,‭ ‬perché non c’è più un’essenza predicativa capace di offrirmi un orientamento,‭ ‬seppur generico,‭ ‬sul fatto di rimanere alla regia dell’utilizzo e,‭ ‬nel caso ciò avvenisse,‭ ‬nel modo in cui espliciterà tale utilizzo.‭
A dir il vero,‭ ‬alcuni teorici transumanisti glissano per onestà su questo aspetto dell’umano timoniere di techne,‭ ‬penso alle proiezioni di Vernor Vinge e di Ray Kurtzweil.‭ ‬Già,‭ ‬perché se è vero che la singolarità toglierà all’umano la regia,‭ ‬allora qualunque proiezione non solo è un azzardo,‭ ‬ma finisce per dar luogo a un non-senso.‭ ‬La differenza tra l’umanismo tradizionale e il transumanismo sta proprio nella decadenza di un qualunque ordine fondativo e quindi nell’aleatorietà di qualsivoglia proiezione predicativa sul futuro.‭ ‬Non si può infatti parlare di futuro dell’essere umano senza un punto d’appoggio sull’essere umano stesso.‭ ‬Di cosa staremmo parlando‭? ‬L’umanismo classico‭ – ‬quello del vitruviano,‭ ‬per intenderci‭ – ‬costruiva il suo universalismo attraverso l’antropoplastica,‭ ‬poteva cioè trasformarsi in progetto mondano perché utilizzava come unità di misura l’anatomia somatica dell’uomo e come fondale contenitivo l’insieme dei predicati umani.‭ ‬Se tanto la metrica quanto la sussunzione decadono,‭ ‬crolla inevitabilmente il progetto di verticalizzazione dell’umano:‭ ‬in altre parole,‭ ‬non è possibile soddisfare il manifesto pichiano mettendo in dubbio il logo di Leonardo.
È,‭ ‬a tal riguardo,‭ ‬utile distinguere nettamente l’impostazione postumanista rispetto alla tradizione umanistica,‭ ‬basata su una concezione di umano pensabile‭ ‬iuxta propria principia ovvero estraibile per ricognizione interna,‭ ‬giacché ritenuto autarchico,‭ ‬autopoietico e impermeabile rispetto al non-umano.‭ ‬Lo slittamento ermeneutico proposto dalla filosofia postumanista può essere definito come una metamorfosi interpretativa dell’ontologia umana in opposizione alla lettura antropocentrica dell’umanismo,‭ ‬in particolare rispetto a due aspetti fondamentali:‭ ‬i‭) ‬la lettura dei predicati umani,‭ ‬intesi come frutti ibridi e non come espressioni emanative o di discendenza diretta di una presunta essenza umana‭; ‬ii‭) ‬la lettura della creatività,‭ ‬intesa non in modo antropoplastico,‭ ‬ma come esito di un’epifania o costruzione di un nuovo piano di realtà.‭ ‬Come si vede,‭ ‬possiamo rinvenire una comunanza rispetto al transumanismo nell’enunciazione,‭ ‬ossia nella consapevolezza,‭ ‬di una concezione ibrida del predicato umano,‭ ‬e parimenti nella visione transitoria e transitiva,‭ ‬ossia ontopoietica e non solo ontogenetica,‭ ‬della condizione umana.‭
Diciamo che tanto il transumanismo quanto il postumanismo considerano la condizione umana non quale antropopoiesi correlativa o compensativa,‭ ‬come si riscontra per esempio nell’antropologia filosofica di matrice neoumanistica,‭ ‬ma in termini di apertura dialettica o‭ “‬antropopoiesi ecologica‭”‬,‭ ‬per cui il predicato umano è solo parzialmente indirizzato dall’umano ma risulta,‭ ‬per altri versi,‭ ‬aperto all’occasionalità dell’incontro con l’alterità.‭ ‬In tal senso anche il supporto tecnologico non viene considerato in termini di:‭ ‬i‭) ‬ancillarità,‭ ‬vale a dire nel porsi al servizio di finalità umane a-priori,‭ ‬bensì in termini di managerialità ovvero di istituzione-emergenza teleologica‭; ‬ii‭) ‬esonero,‭ ‬vale a dire di surrogazione rispetto a una chiamata in causa performativa,‭ ‬bensì di ingaggio,‭ ‬inteso come un’istruzione di compiti da assumere‭; ‬iii‭) ‬compensazione di una carenza-incompletezza a-priori della natura umana,‭ ‬bensì di languore,‭ ‬vale a dire di costruzione di nuovi bisogni‭; ‬iv‭) ‬ergonomia,‭ ‬come se la tecnica si adeguasse al corpo,‭ ‬bensì di metaplasia ovvero è la techne che adegua il corpo‭; ‬v‭) ‬disgiunzione,‭ ‬nel vedere la techne come una guanto che separa il corpo dal mondo e lo mantiene puro,‭ ‬bensì come fattore di congiunzione‭; ‬vi‭) ‬potenziamento,‭ ‬o azione probiotica della techne,‭ ‬bensì in termini di azione virale o mutagena sui predicati.
Tuttavia,‭ ‬a parte questi aspetti,‭ ‬nondimeno importanti e che segnano un indubbio cambiamento di paradigma nel pensiero contemporaneo,‭ ‬rilevanti sono le differenze tra le due impostazioni.‭ ‬Lo ripeto,‭ ‬perché spesso si confonde la filosofia postumanista con il transumanismo,‭ ‬per il fatto che entrambi fanno riferimento a una condizione postumana,‭ ‬per quanto con profonde differenze giacché:‭ ‬mentre per il transumanismo è postumano ciò che si verrà a realizzare nel passaggio tecno-metempsicotico dell’umano,‭ ‬per il postumanismo siamo sempre stati postumani,‭ ‬in quanto entità ibride.‭ ‬Per il postumanismo oggi semplicemente occorre avere maggior contezza della nostra natura ibrida e del fatto che nell’ibridazione non si assiste a una disgiunzione e a un’emancipazione bensì il contrario:‭ ‬l’ibrido è molto più congiunto,‭ ‬dipendente e bisognoso delle alterità.‭ ‬L’ibridazione ricorda la costruzione di nicchie negli esseri viventi che,‭ ‬se è vero che slitta pressioni selettive dal corpo in sé,‭ ‬ugualmente libera le pressioni selettive sull’adeguatezza alla nicchia,‭ ‬ovvero sulla dipendenza di quella specie dal suo mondo.
Mentre il transumanismo sottolinea l’empito di verticalizzazione dell’umano,‭ ‬non discostandosi da quel progetto pichiano di ascensionalità,‭ ‬per il postumanismo è indispensabile mettere a fuoco il processo di orizzontalizzazione ontopoietica dell’umano e il bisogno crescente di alterità che l’antropopoiesi implica.‭ ‬C’è nel transumanismo un non detto di autonomia,‭ ‬individualità,‭ ‬autosufficienza,‭ ‬egocentrismo‭ – ‬fino a spingersi a una sorta di egoteismo‭ –‬ contro cui,‭ ‬viceversa,‭ ‬la filosofia postumanista,‭ ‬memore della ricerca esistenzialista,‭ ‬fenomenologica,‭ ‬decostruzionista del Novecento,‭ ‬ci mette in guardia,‭ ‬soprattutto in considerazione delle grandi crisi ecologiche e geopolitiche in atto.‭ ‬Il grande tema dell’alterità sta al centro della filosofia postumanista,‭ ‬sottolineando come l’individualismo e il consumismo siano i veri attori eziopatogenetici dei problemi del nostro tempo.‭ ‬Il rischio che io rilevo in un transumanismo incapace di riflettere sulle alterità e di mitigare gli eccessi iperumanistici è,‭ ‬viceversa,‭ ‬quello di puntare tutto proprio su questi due fattori,‭ ‬andando a incentivare non solo le problematicità del nostro tempo,‭ ‬ma anche quella sofferenza dell’individuo che non deriva dal memento mori ma dall’incapacità di trovare un senso nella gravitazione solipsistica e narcisistica egocentrata.‭

Roberto Marchesini