La dinamica del profitto determina la forma dello Stato

capitalismLa svolta autoritaria è stata definita nei documenti preparatori del XXVIII Congresso curati dalla Federazione Anarchica Livornese come fascistizzazione dello Stato, una forma politica adeguata all’evoluzione del modo di produzione capitalistico. Tale forma politica non può essere radicalmente superata senza sostituire alla produzione basata sul profitto individuale una nuova e superiore forma di produzione sociale, basata sulla libera associazione di produttori e consumatori.
L’attuale evoluzione istituzionale rivela la continuità della Repubblica “nata dalla Resistenza” con il precedente regime fascista, continuità nelle istituzioni economiche dominanti, nella politica di intervento statale nell’economia, nel monopartitismo mascherato, nel corporativismo del sindacato sempre più integrato, sempre più partecipe della difesa dell’economia capitalistica.
Scopo di questa rflessione è individuare gli elementi che permettono di definire il fascismo come forma politica adeguata alla fase imperialistica del capitalismo; questa affermazione tova la sua verifica se spogliamo il fascismo dei suoi caratteri effimeri, del fez e dell’olio di ricino, e guardiamo ai caratteri sostanziali: la diminuzione dei salari e l’aumento dell’orario di lavoro, la regolamentazione da parte dello Stato dell’attività sindacale, obiettivi comuni alla burocrazia e alle classi dominanti; la centralizzazione del risparmio e dell’attività creditizia, il capitalismo monopolistico di Stato, ad esclusivo vantaggio dei grandi gruppi industriali e finanziari; la politica di divisione del proletariato attraverso le leggi razziali, che oggi si ripete con le persecuzioni a danno dei migranti. Queste caratteristiche tipiche dell’Italia e della Germania fra le due guerre mondiali, accomunano in realtà le politiche economiche dei grandi paesi imperialistici, e trovano un’inquadramento teorico nel lavoro di J. M. e della sua corrente.
Il tipo di Stato definito dal fascismo permette al capitalismo di convivere con le sue contraddizioni, scaricandole all’interno, in una politica di compressione delle condizioni di vita dei ceti popolari, usando la violenza che arriva fino alla guerra civile, per piegare le resistenze dlle componenti più combattive, ed all’esterno, spingendo la competizione fra gli stati fino alla guerra commerciale e alla guerra guerreggiata.
La contraddizione fondamentale, che vive il capitalismo, è quella tra aumento del saggio di plusvalore e diminuzione del . Una parte del lavoro che quotidianamente l’operaio mette a disposizione del capitalista serve a coprire i bisogni di sussistenza dell’operaio stesso, il prezzo della forza lavoro; della parte eccedente si appropria il capitalista. Questa parte di lavoro forma una parte del valore che esce dal processo di produzione, e poiché eccede il valore immesso, il valore della forza lavoro, si chiama plusvalore. Il rapporto fra le due parti del valore prodotto dal lavoro dell’operaio, quella che ricopre il costo della forza lavoro e quella di cui si appropria il capitalista, si chiama saggio di plusvalore. Quando invece il plusvalore viene posto in rapporto al capitale anticipato nel suo complesso, che comprende oltre al costo della forza lavoro, il costo dei mezzi di produzione – impianti, materie prime, materie di consumo ecc. – si parla di .
Il capitalista può modificare il saggio di plusvalore a proprio vantaggio, cioè aumentare la parte di lavoro non pagato estorta al lavoratore, aumentando la produttività. L’aumento di produttività implica l’aumento del consumo di materie prime, materiali di consumo e di strumenti di lavoro, e del valore che essi rappresentano. Il che implica l’aumento della massa di capitale necessario ad avviare il processo produttivo. In tal modo l’aumento del rapporto tra lavoro non pagato e lavoro pagato, cioè il saggio di plusvalore, si trasforma nella diminuzione del saggio di profitto, cioè lo stesso lavoro non pagato rapportato alla massa totale del capitale anticipato.
Questa contraddizione non viene superata, ma viene aggravata, della ripresa economica. Il modo principale a disposizione del capitale per convivere con questa contraddizione è ridurre il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore. Così facendo, però, il modo di produzione capitalistico mette in discussione la propria fonte di legittimità, data dalla legge del valore e dall’economia politica.

Ecco allora che il capitalismo getta i suoi orpelli ideologici (libertà, fraternità ecc.), e si manifesta per quello che è: un rapporto di dominio, basato non sulla mano invisibile del mercato, ma sulla violenza organizzata dello Stato. Spetta ai governi mettere in campo quelle politiche, ben conosciute, che spostano reddito dai redditi popolari ai profitti; spetta ai governi regolare i conflitti sindacali, limitando il diritto di sciopero e il diritto di organizzazione dei lavoratori; spetta ai governi condurre quella politica estera aggressiva che conquisti mercati e fonti di materie prime.
Il rapporto di lavoro salariato maschera la divisione del tempo di lavoro, erogato dall’operaio, in lavoro necessario e in pluslavoro, in valore e plusvalore, facendo apparire come pagato tutto il tempo di lavoro. In questo modo è mascherato il rapporto di dominio che permane nel capitalismo, come in ogni società basata sulla divisione in classi.
La dialettica servo-signore rappresenta l’evoluzione del rapporto di dominio dal rapporto immediato, di subordinazione personale, tipico dei modi di produzione precapitalistici, a quello mediato dal rapporto di scambio, tipico del modo di produzione capitalistico.
Nelle formazioni precapitalistiche, ad una limitata autonomia del produttore diretto fa riscontro la violenza extraeconomica del signore. La specifica forma, in cui il lavoro non pagato è estorto ai produttori diretti, determina il rapporto di signoria e servitù, come esso è originato all’interno del processo di produzione; nel rapporto diretto tra i proprietari delle condizioni di produzione e i produttori diretti si trova il fondamento, nascosto, di tutta la costituzione sociale, della forma politica del rapporto di sovranità e dipendenza, in sintesi della forma dello Stato in quel momento. Nel rapporto di scambio, in particolare nel rapporto di lavoro salariato, scompare l’immediatezza, cioè il rapporto di dominio; nella forma politica ad esso adeguata, il regime liberale, scompare il carattere autoritario dello Stato. Il rapporto di dominio, sia nel campo politico che in quello economico, rimane come fondamento superato dalla mediazione. Ma la mediazione funziona finché il rapporto di scambio permette l’accumulazione capitalistica. Quando l’accumulazione capitalistica spinge il saggio di profitto verso il basso, la mediazione salta. Il rapporto di dominio, fino a quel momento nascosto, appare in primo piano nella riduzione del prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore.
Esiste un rapporto stretto fra la rottura dei meccanismi di concertazione fra le parti sociali e svolta autoritaria: entrambi questi fenomeni sono conseguenza dello sviluppo capitalistico, e portano ad una esplosione distruttiva delle contraddizioni. Così come non si può tornare alla concertazione, non si può tornare al vecchio modello democratico, di collaborazione fra le classi. La costituzione del 1946 si basava su un compromesso interclassista, dettato dalla paura delle masse operaie in armi; oggi lo sviluppo capitalistico ha rotto quel compromesso, e non si può tornare più indietro, ma bisogna andare avanti.
Le convulsioni del capitalismo internazionale ci stanno trascinando verso una nuova tragedia, che non può essere fermata da generici appelli alla coesistenza pacifica tra gli Stati, alla concertazione fra le classi sociali e le loro organizzazioni, e nemmeno al rispetto delle regole democratiche. Può essere fermata solo dall’abolizione degli Stati, dall’abolizione delle classi sociali.