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Una cattiva salute

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I dati dell’Istat per il 2016 parlano di un peggioramento delle condizioni di vita in Italia. L’11,9% delle famiglie (7,2mln. di persone) è in condizioni di grave deprivazione materiale che interessa in particolare 1,25mln. di minori. Un peggioramento che coinvolge maggiormente gli anziani che dall’8,4% del 2015 passano al 11%e le famiglie con il bread winner disoccupato (da 32,1% al 35,8%), mentre la disoccupazione giovanile (25–34 anni)riguarda il 43,8%, di cui un 35% è da considerarsi popolazione inattiva.Numeri che si aggiungono a quelli dello scorso anno che denunciavano un peggioramento dell’aspettativa di vita degli italiani, un aumento della mortalità che ha precedenti solo negli anni della II Guerra Mondiale e un divario in aumento fra le condizioni socio-economiche del Sud e quelle del Nord del paese. Eppure, si sta parlando del paese che fino a pochi anni fa era fra i primi posti a livello mondiale per la collettiva, il tasso di invecchiamento,il servizio sanitario. Forse qualcosa è venuto meno in questi anni? Sicuramente. Molte cose sono cambiate nella società italiana in termini di copertura sanitaria e queste possono rappresentare una utile chiave di lettura non solo delle trasformazioni generali avvenute, ma della strategia e degli obiettivi immediati e a lungo termine che il potere si è posto.

Andiamo per ordine. Ogni giorno migliaia di persone attendono per ore di essere visitate nei vari Pronto Soccorso del paese. I dati del Ministero –Simeu (Società Italiana di Medicina di Urgenza), rilevati su un campione nazionale di 42 , parlano di un intasamento riguardante i Pronto Soccorso nel paese dove il 76%dei pazienti vi staziona per più di due giorni. Le cause di ciò sono varie. Ad esempio una domanda esagerata e sovradimensionata di salute da parte dell’utenza. Oppure l’eccesso di medicina difensiva da parte del personale per prendere in carico ogni paziente. Per non parlare della riduzione del personale stesso che non riesce a sostenere agevolmente la domanda che è troppo grande,anche a causa di un monitoraggio non funzionale della salute sul territorio da parte dei di Medicina Generale. Molto altro ancora, ma la questione centrale è la disponibilità dell’offerta sanitaria, o meglio di presidi, ambulatori, ospedali e, per dirla brutalmente, di posti letto.

Nella sostanza in circa venti anni si è dimezzata l’offerta pubblica di posti letto disponibili, passando dal 6,1 per mille abitanti del 1996 al3,8 del 2013. Un fatto sotto gli occhi di tutti. Le grandi fabbriche della salute (la machine à guérir come la chiamava Foucault) così come si sono conosciute fino alla fine del XX secolo, oggi appaiono come grandi apparati industriali vuoti. Non c’è città, piccola o grande che sia, che non abbia un ospedale, vecchio o moderno, con lunghi corridoi vuoti, stanze chiuse, padiglioni incompiuti e così via. Una desolazione simile a quella che viene mostrata dalle grandi periferie industriali dismesse. In questo caso però i letti tagliati –ci dicono per risparmiare, ma nei fatti non si sono mai visti conti economici che mostrassero il risultato di tali “risparmi” –non sono scomparsi, ma semplicemente sono stati svenduti dal sistema sanitario pubblico all’assistenza privata convenzionata.

I grandi reparti ospedalieri del ’900 si sono trasformati nella loro struttura e sono diventati più piccoli e flessibili, copiando in tutto e per tutto il modello toyotista del lavoro, veicolando la nascita di nuove strutture sanitarie atte ad accogliere la cura della cronicità. Una scelta obbligata sul piano clinico, organizzativo e sanitario, ma nei fatti le varie offerte residenziali presenti (private e pubbliche) hanno preso in carico la domanda di centinaia di cittadini facendo pagare loro quelle giornate di ricovero che prima avevano gratuitamente. Nella sostanza si viene a delineare un quadro sanitario pubblico decisamente ri/destrutturato nella sua capacità di sostenere la salute collettiva, ed in questo c’è chi grida, da tempo, al rischio di scomparsa del sistema sanitario nazionale così come è stato conosciuto nel suo portato universalista. In realtà si sta trasformando la risposta istituzionale alla salute in una offerta per il mercato dove le questioni sanitarie più complesse (emergenza, specialistiche e diagnostiche particolari), che implicano alti costi di gestione e manutenzione (in termini di personale e macchinari) restano sulle spalle della tassazione collettiva, mentre la meno costosa, come quella residenziale, diventa un mercato ghiotto dove già grandi corporation nazionali (es.il gruppo CIR di De Benedetti) si sono gettate.

Il risultato è nel migliore dei casi una frammentazione dell’offerta e della copertura sanitaria, dove però il singolo cittadino non sa più a chi rivolgersi e cosa fare,risolvendosi, il più delle volte, a ricorrere ulteriormente al mercato, all’assistenza privata domiciliare sostenuta dalle badanti di ogni tipo, all’acquisto di farmaci da banco, non sempre risolutivi ed economici. In ciò la famiglia media subisce una erosione continua del suo reddito speso fra ticket, farmaci, esami e badanti. Un esempio su tutti il caso degli out of pocket, dove in pratica si cerca sul mercato quei servizi che il sistema sanitario offre ma con tempi d’attesa lunghissimi. Con il SSN bisogna aspettare qualche mese per una ecografia? Con 200 euro si è serviti già il giorno dopo; e chi non spenderebbe 200 euro per la salute?

Alla fine quello che ne scaturisce è un quadro fosco dove, nel migliore dei casi, la politica, centrodestra, centrosinistra, grillini e guitti vari, risponde sostenendo il bisogno di avviare la “terza gamba”, cioè le assicurazioni private– e qualcuno teme già di diventare come il sistema sanitario USA o di ritornare alle vecchie mutue. Niente di tutto questo. Il sistema italiano probabilmente continuerà ad essere quello di sempre. Un welfare familistico che conta sugli sforzi delle famiglie, operante in una zona grigia dell’offerta dove ci saranno doppioni per determinati settori,mentre per altri non resterà che la disperazione di chi non ha risorse economiche di alcun tipo.

In merito il rapporto Censis del 2015 specifica che all’interno delle famiglie a basso reddito in più della metà dei casi (66,7%) almeno un componente ha dovuto rinunciare alle cure sanitarie, dato che si aggiunge al fatto che 7,7 milioni di italiani hanno contratto debiti al fine di sostenere le cure sanitarie:di conseguenza,non stupisce che per poco meno della metà dei cittadini (42,7%) è presente la percezione di una sanità pubblica in fase di peggioramento. Inoltre secondo l’ultimo rapporto dell’Osserva Civico del 2015 (come denuncia Cittadinanza Attiva e il Tribunale dei Diritti del Malato) 4,3 milioni di italiani rinunciano alle cure sanitarie a causa dei ticket che vengono pagati più di 50 euro a testa in media in un anno da ogni cittadino, con punte massime al Sud fino a 60 euro. La spesa sanitaria a carico è del 3,2% contro una media Ocse del 2,8% , con punte molte alte nelle regioni del Sud, ad esempio in Sicilia 781,2 euro, e basse al Nord, ad esempio in Valle d’Aosta 267,9 euro. Il 58% di coloro che si sono rivolti al Tribunale dei Diritti del Malato (su un totale di 26 mila) lo ha fatto a causa delle liste di attesa, mentre  il 31% in merito ai ticket. Molti altri indicatori, dal numero di posti letto per cronici ed acuti, alla media delle giornate di degenza, alla presenza di punti nascita e di strutture per il trattamento del dolore e delle cure palliative, consegnano un paese con una sanità a macchia di leopardo, con le criticità dei servizi strettamente correlate alla dimensione geografica (Nord–Sud), territoriale (centro–periferia) e socio-economiche.

Si potrebbe continuare quasi all’infinito, ma il quadro descritto deve essere utile a riflettere su alcune questioni. In primo luogo la situazione attuale è la conseguenza chiara di un attacco frontale da parte dei grandi capitali al sistema sanitario pubblico, al fine di poter aumentare il mercato in cui trarre profitto. Un attacco condotto grazie all’assenza in certi casi della politica istituzionale: quando c’erano i comitati di gestione delle vecchie USL degli anni ’80, in qualche situazione poteva esserci corruzione e cattiva spesa, ma si aveva, almeno teoricamente, un referente diretto cui il cittadino poteva rivolgersi in casi di problemi. Ora i vari Direttori Generali (che in pratica si comportano come gli AD delle industrie private) prendono lauti guadagni per veicolare continuamente tagli e ridimensionamento dell’offerta sanitaria e del personale. Dal 2009 si sono persi circa 50.000 posti di lavoro, fra cui 10.000 , 8.000 medici, 2.000 circa di personale di supporto. Tutto ciò è stato reso possibile anche da un’azione combinata dei vari apparati di potere, dai sindacati confederali, ai partiti, al cosiddetto associazionismo che non ha mosso un dito a difesa di posti di lavoro e posti letto. Il tutto senza dimenticare i media di ogni tipo che hanno taciuto sulle lotte, le proteste, l’indignazione ed il grido di giustizia sociale (e sanitaria) che in questi ultimi venti anni si sono levati da varie zone del paese. Più funzionale (al palazzo e al mercato) sbattere in prima pagina l’ennesimo delirio di Salvini o il fattaccio di malasanità, che mettere le tante lotte sostenute a difesa della salute pubblica.

Infine, l’ultimo fattore di rilievo riguarda la dimensione rivendicativa e difensiva collettiva che gli utenti, o meglio gli sfruttati e i proletari utilizzatori del Servizio sanitario nazionale, e dei lavoratori che ne fanno parte (in misura abbastanza articolata, dato che è una cosa fare l’inserviente di una cooperativa in appalto ed altro è essere un libero professionista pagato all’ora quello che prende lo stesso inserviente in un mese). Tutti costoro semplicemente sono degli atomi in balia delle esigenze del mercato e delle istituzioni e non riescono a fare fronte comune di fronte al furto di salute pubblica che, nella migliore delle ipotesi, viene letto come sopruso individuale. Ecco,in questo passaggio c’è tutta la chiave di lettura che la sanità italiana riesce a dare per poter interpretare un peggioramento generale che riguarda ogni settore dove l’attacco iperliberista dei mercati e dittatoriale dei centri di potere non trova resistenze utili ad arrestarlo. Un brutto quadro finale, specie nell’anniversario della rivoluzione russa o in prossimità della festa del Primo maggio, ma una realtà da cui non si può sfuggire se non per prendere coscienza che la salute individuale è una questione di sistema, che le differenze di classe si ripercuotono in maniera drammatica sul benessere individuale e collettivo dei lavoratori, che alle gerarchie professionali e ad una scienza che è sempre asservita al potere è necessario contrapporre la diffusione dei saperi e delle pratiche, della solidarietà e della condivisione e organizzare la difesa della salute come del lavoro, dei diritti, di una vita degna di essere vissuta da donne e uomini liberi che non sono disposti ad accettare alcun tipo di visione fatalista, né della malattia,né del dominio di nessuno.

L’infermiere anarchista