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Sulla necessità, come femministe, di parlare e di praticare l’antimilitarismo

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“la mentalità militare si fonda sull’intimo legame tra violenza e superiorità maschile,

sul culto della forza, sul disprezzo della debolezza fisica,

insinuando un senso di spregio verso le donne.”

G.I. Colborn

Pochi giorni fa, mentre scorrevo annoiata la home di Facebook, mi è capitato di trovare un articolo sulle torture nelle carceri di Saydnaya in Siria. Aprendo l’articolo trovo una storia raccontata da un’infermiera, Rasha, che per anni si era occupata di medicare donne e bambini vittime di abusi sessuali, sin dal momento dell’arresto e dell’incarcerazione. Riportando alla memoria ciò che ha vissuto nella carceri di Assad, ricorda come l’arma dello fosse quella preferita dai soldati da usare sulle donne. E ricorda, in particolare, ciò che sistematicamente accadeva ad una ragazza sedicenne, la “prescelta”, quella che veniva fatta uscire più spesso dalla cella. Una volta la ragazza tornò in cella ridendo, una risata isterica, e dicendo “ora sono un generale, un generale dell’esercito siriano”.

Diventare generale significava essere stuprate dal numero più alto possibile di militari contemporaneamente. Quel giorno, lei inizia a prendersi a testate contro il muro sino ad uccidersi.

Questa storia mi ha perseguitato per tutta la notte, e il giorno seguente. Mi sono posta molti interrogativi: cosa succederebbe in un contesto di guerra a me, in quanto donna? Come posso esprimere il mio sostegno e la mia solidarietà verso ogni donna ed ogni corpo che viene violato? Ma soprattutto, cosa posso fare affinché questo non avvenga più?

Mentre pochi giorni prima in migliaia siamo scese in strada per lo sciopero globale transfemminista dell’8 marzo, mi rendevo conto che probabilmente nello stesso giorno altre migliaia di donne, in contesti di guerra, subivano abusi, stupri e ogni tipo di violazione dei loro corpi e delle loro volontà.

Sicuramente lo stupro è un elemento strutturale nella società occidentale, la quale, attraverso i suoi dispositivi, produce e riproduce le dinamiche del dominio patriarcale e, dunque, anche la cultura dello stupro. Tuttavia, in contesti di guerra, lo stupro non è “solo” una conseguenza dell’oggettivazione della donna e della mentalità maschilista, ma diventa un obiettivo in sé. Il corpo della donna diventa il terreno su cui affermare il dominio.

Non possiamo infatti dimenticare come storicamente lo stupro si sia affermato come vero e proprio strumento di guerra, atto ad imporre la supremazia di un gruppo, etnia, razza, ecc. Basti pensare, guardando alla storia più recente, alla Somalia, dove negli anni Novanta i militari italiani della Folgore si resero colpevoli di torture sui civili ed usarono l’arma dello stupro collettivo su di una donna somala utilizzando anche una bomba illuminante. O al conflitto in Bosnia-Erzegovina, dove lo stupro e ingravidamento sistematico di donne bosgnacche (bosniache musulmane) fu messo in atto da parte dell’esercito serbo per riequilibrare la popolazione bosniaca a favore dei serbi ortodossi e poter così imporre la propria supremazia etnica. I caschi blu dell’Onu si resero complici delle violazioni sulle donne bosniache. Come succede, anche oggi, ad Haiti, e in molti altri luoghi di guerra, dove i “corpi di pace” delle Nazioni Unite usano il ricatto del cibo per costringere le donne rifugiate a cedere il proprio corpo.

Il corpo delle donna diventa oggetto di gioco, con cui divertirsi, su cui affermare, attraverso lo stupro di gruppo, lo spirito cameratesco. (S)oggetto da umiliare per mostrare e vedere riconosciuta la propria mascolinità, campo di guerra, terreno da conquistare. Lo diventa in Siria, lo diventa nelle mani dell’Isis, lo diventa in presenza dei militari statunitensi in Afghanistan.

Tutto questo mi conduce a riflettere sull’importanza e la necessità, come femministe, di riflettere sul militarismo. Non voglio, con queste parole, assumere un atteggiamento paternalista secondo il quale sta a noi, donne bianche, liberare le altre donne. Al contrario, vorrei riflettere su quello che guerra e militarizzazione comportano, in particolare per le donne, ovunque esse si trovino. E per dire questo parto parlando della Siria, perché è li che ora si sta consumando l’apice delle atrocità. Ma potrebbe un giorno succedere a noi. O ad altre donne. A noi sta il compito di non farlo succedere più.

Proprio perché questa nuova ondata del movimento femminista si connota come globale/transnazionale e intersezionale, ritengo che non si possa fare a meno di parlare di militarismo, nelle sue varie sfaccettature. Non affrontare questo dibattito significa, a mio avviso, perpetuare un pensato per donne bianche e occidentali, le quali mantengono una condizione di privilegio rispetto ad altre donne nel mondo.

E’ necessario e urgente riflettere su come il militarismo, e la guerra, riproducano dei modelli di supremazia maschile attraverso la dominazione del corpo della donna. Ma non solo. Il militarismo è da sempre strumento fondamentale per la repressione dei nostri corpi in sovversione, come dimostrano le numerose uccisioni di compagne e donne in lotta: in America Latina, si vedano Berta Càceres, attivista ambientalista honduregna, Susana Chavez, militante femminista messicana, e Alicia Lopez Guisao, attivista socialista, o in Kurdistan, per mano dei corpi militari della Turchia e dell’Isis, entrambi supportati in modo più o meno diretto dai paesi europei.

E ancora, il corpo della donna diventa strumento per la legittimazione di politiche securitarie ed imperialiste. Pensiamo alla militarizzazione avvenuta in Italia con l’operazione “Strade Sicure” e col pacchetto sicurezza del 2009, la cui approvazione si deve alla strumentalizzazione di alcuni casi di stupro avvenuti a Roma. Allo stesso modo, la difesa dei diritti delle donne e delle comunità LGBT è stata usata pretestualmente da diversi Stati, in particolare dagli Stati Uniti, per adottare politiche imperialiste e nazionaliste. Raffigurarci come soggetti deboli da difendere attraverso l’attuazione di tali politiche ci lede in due modi: il primo, già illustrato, è legato alla repressione e al clima securitario che ci viene imposto mentre, parallelamente, le crociate per la difesa della cultura occidentale che “rispetta le donne” produce violazioni su altre donne e continua ad alimentare una visione colonialista. In secondo luogo perché ci rappresenta come vittime, come corpi la cui tutela spetta all’uomo, incapaci di soggettivizzarci e di autodeterminarci. Noi invece siamo in grado di prendere coscienza e di autodeterminarci. Siamo in grado di distruggere il patriarcato sin dalle sue basi, di sradicarne le radici. Ed è per questo che hanno bisogno di corpi armati, operazioni speciali, stati d’emergenza e quant’altro. Per reprimere la nostra ribellione, i nostri corpi di donne, trans, gay, lesbiche in sovversione.

Credo che la nostra lotta di liberazione non debba in nessun modo prestare il fianco alle posizioni securitarie e guerrafondaie che connotano gli Stati. Ma affinché questo non avvenga, è necessario che il movimento femminista assuma l’ come un proprio valore fondamentale non solo attraverso una mera dichiarazione d’intenti, ma stimolando un intenso dibattito e programmando un’azione politica che tenga conto di questo legame.