Senza mercato ne legge

prideDice lo psichiatra: “La nostra identità, il modo in cui la percepiamo e la rappresentiamo, è il risultato di un dialogo psicobiologico e culturale complesso in buona parte ancora sconosciuto. Fantasie, comportamenti e desideri (sessuali e non) sono così personali da rendere piuttosto arduo il compito di creare categorie generali e sufficientemente esplicative.” (Il Fatto Quotidiano 27.05.17)

E perchè dovremmo crearle, queste categorie? chiediamo noi.

La vita è fatta di diversità che si esplicano in molteplici sfumature; comprese quelle di , di genere e di orientamento.

La diversità è qualcosa che la natura crea continuamente ma che la cultura nel suo divenire storico spesso soffoca.

Una cultura castigante, eteronormata ed eteronormativa, omofoba, sessista, razzista, sostanzialmente fascista. E’ quella che spinge a rivendicare l’orgoglio della propria diversità, vale a dire il bisogno di essere normali rispetto a sè stessi. E’ la prima cosa; indispensabile, necessaria, fondamentale, come l’aria per respirare.

Dopo viene tutto il resto; dopo viene la rivendicazione di un riconoscimento e un’uguaglianza, che sono pure costrutti culturali che si proiettano anche a rompere i limiti che la natura pone. Nel mezzo ci stà tutta la problematizzazione su bisogni, desideri, diritti che può collocare ciò che si chiede in una prospettiva al rialzo con più libertà ed autodeterminazione per tutt* oppure al ribasso con leggi omologanti frutto di mercanteggiamenti politico-istituzionali in uno sfondo biotecnologico mercantile liberista che spesso chiamiamo biopotere. La ( per altri), argomento del momento, è calato pienamente in questo groviglio. Quanto sia difficile discuterne è testimoniato dall’asprezza del confronto che rasenta i toni del “chi non è con noi è contro di noi”; forse tanta difficoltà viene dalla complessità e da un pregresso poco messo a fuoco. Non è questo lo spazio per approfondire, ma crediamo che l’argomento stia dentro un percorso che è quello che arriva a pensare gli organi senza corpo, quella logica di smembramento che si è prodotta nel corso degli ultimi anni a sostegno della pratica dei trapianti per cui il corpo perde unità e le sue parti possono transitare, si possono vendere o, in questo caso, imprestare. Questo discorso è sostenuto e propagandato fin dalle scuole elementari con la retorica del “dono”, una delle cose più oscene che il panorama del biopotere ci offre. “Nessuno è così povero da non avere nulla da donare” suggeriscono i donatori di organi o di sangue, il che vuol dire che anche quando il sistema economico ti ha messo sul lastrico, restano sempre i tuoi fluidi o i tuoi organi da mettere a disposizione. D’altra parte, la vendita di ovociti per pagare le spese dell’università, è cosa che si fa.

Sia chiaro che il corpo, come l’utero, “è mio e lo gestisco io”. Ci mancherebbe. Però anche questo slogan ha una storia. Legata alla rivendicazione di contraccezione ed aborto liberi, gratuiti, autogestiti. Ora dovremmo anche riflettere su quanta della libertà rivendicata ci è rimasta quando la contraccezione passa quasi esclusivamente per gli ormoni delle famigerate case farmaceutiche (e sperare anche che nessuno te li neghi) e l’aborto, concesso dalla 194, porta in sé il seme avvelenato dell’obiezione di coscienza.

E “non si fanno leggi sul corpo delle ”, si diceva. La gpa richiederà una regolamentazione sull’utero, sul corpo, sull’intero soggetto, che, come il corpo, ha una storia; ha una storia anche l’essere della madre con il feto, una storia che si dovrebbe negare, cancellare, interrompere. Si può fare, se una decide di farlo. Non a caso nell’aborto l’ultima parola spetta alla madre. Nella gpa spetta alla legge.

Forse tutto sarebbe diverso se coltivato fuori da una logica normativa istituzionale, dentro relazioni reali fra persone contigue, dove il dono sarebbe effettivamente un dono. Solo che il desiderio rivendicato come diritto, in questo caso, alla riproduzione, fa saltare vicinanza, sensibilità e solidarietà e richiede le regole del mercato, l’intervento della norma permissiva o sanzionatoria, il controllo del biopotere, appunto.

Nel rivendicare diversità e richiedere omologazione affinchè i propri geni possano essere riprodotti in un costrutto che rimane tutto sommato quello della famiglia, c’è qualcosa che non quadra.

Rivendicare diversità dovrebbe significare anche immaginarsi fuori dal controllo normativo istituzionale per creare qualcosa di meglio, per essere orgogliosamente divers* e culturalmente evolut*.

… e dopo un fuck you! detto in faccia a quell* del family day non sta mai male….

FEMINIS FURLANS LIBERTARIS

tratto da http://dumbles.noblogs.org