Lo scoglio antropocentrico

Ho notato con piacere l’interesse che negli ultimi tempi Umanità Nova ha dimostrato per le tematiche antispeciste, desidero pertanto complimentarmi con la Redazione per tale apertura che, spero, non si riveli meramente un fuoco di paglia, ma seguiti nel tempo.
Avendo letto il dibattito tra Nicholas Tomeo e Danilo Gatto (vedasi 
http://www.umanitanova.org/2017/06/11/dibattito-antispecismo), in quanto attivista e divulgatore antispecista ho ritenuto utile intervenire per fornire un mio contributo cercando anche di rispondere – parzialmente e in ordine sparso – a quanto già scritto.

L’idea antispecista è relativamente giovane (la nascita del sostantivo “specismo” risale solo al 1970 come evidenziato da Tomeo), la filosofia conseguente (che ha enormemente allargato il concetto di specismo inteso originariamente dallo psicologo Richard Ryder come discriminazione e non anche come sistema di valori, come è stato proposto successivamente) è pertanto ancora più giovane e non del tutto ancora assimilata, come peraltro mi pare lo stesso Gatto abbia già in vario modo sottolineato. Il radicamento della lotta antispecista in Italia, poi, è addirittura recentissimo (poco meno di 20 anni fa, quando cominciai a interessarmi alla questione, le attiviste e gli attivisti antispecisti erano una minoranza infinitesimale anche all’interno dello stesso panorama animalista radicale); con ciò desidero porre all’attenzione di chi legge una considerazione banale ma probabilmente utile: la lotta antispecista proprio perché così giovane è ancora in pieno sviluppo sia teorico che ovviamente strategico, non ci sono ancora delle precise linee d’azione da seguire con tutto ciò che ne consegue, quindi errori compresi che pertanto non dovrebbero essere letti in chiave negativa, ma come necessario cammino esperienziale per la formulazione di una strategia matura.
Quanto sopra esposto per rispondere alla critiche di Gatto sulla presunta inerzia pratica del micromondo antispecista rispetto alle altre tipologie di lotte sociali e culturali. Inerzia che a mio avviso in generale non esiste e che se in alcuni casi specifici può verificarsi, lo si deve al fatto che stiamo parlando di un’idea radicale recente nemmeno sfociata in un movimento e che peraltro può contare su forze ancora esigue. Per quanto concerne invece l’infantilismo antispecista a cui si faceva cenno del dibattito, rispondo che gli esempi riscontrabili nei vari altri movimenti (con alle spalle una storia ben più lunga e strutturata di quella dell’) si sprecano. Un atteggiamento di maggiore tolleranza sarebbe dunque opportuno.
Come Tomeo mi piace sottolineare che gli intenti antispecisti sono sempre stati connotati da una grande apertura (che personalmente reputo addirittura eccessiva e fuorviante in alcuni casi, ma questo è un altro discorso) nei confronti delle lotte intraumane: da anni vi sono spezzoni antispecisti ai cortei in occasione del 25 aprile (perché se di liberazione dal dominio si deve parlare, è assurdo relegarla solo a questioni prettamente umane se non addirittura nazionali), numerose ed esplicite da parte antispecista le prese di posizione contro il fascismo dilagante (più o meno conclamato) in ambito animalista nel nostro Paese, contro il razzismo, il patriarcato, la discriminazione sessuale, l’omotransfobia e via discorrendo. Fino alle lotte contro gli OGM, anticapitalistiche e antiautoritarie, per non parlare della partecipazione diretta a esperienze di resistenza sul territorio come quella NOTAV. Non sono mancate nemmeno le autocritiche (esercizio in cui teoriche e teorici dell’antispecismo eccellono) e critiche in ambito animalista: un esempio per tutti, l’ampio dibattito sul fenomeno del veganismo consumista dilagante. Insomma per essere una filosofia giovane recentemente comparsa in Italia, l’antispecismo ha non solo tentato caparbiamente un contatto con altri ambienti che sente naturalmente affini (ovviamente compreso quello anarchico), ma ha inoltre prodotto una mole di testi, pubblicazioni, siti web, incontri, dibattiti, seminari e realtà radicate sul territorio inusuale per l’attuale panorama controculturale nostrano.
Pur essendo spudoratamente di parte, mi sento in tutta onestà di affermare che non è certo a causa dell’inerzia o della scarsa volontà in ambito antispecista se ad oggi contatti e incursioni in altre lotte e ambiti, hanno prodotto risultati a dir poco deludenti; credo invece che vi sia un colpevole disinteresse – se non addirittura manifesta ostilità – da parte di molte realtà impegnate in altre lotte, che non possono o non vogliono comprendere l’importanza e, per quel che è possibile, l’universalità (non mi piace parlare di trasversalità) del messaggio antispecista.
Chi legge comprenderà come in questo panorama non risulti affatto semplice avviare soluzioni che, in mancanza di reciprocità, non rimangano relegate solamente al piano teorico.

Per meglio rimarcare il problema, è possibile in estrema sintesi affermare che l’idea antispecista è per sua natura connotata da una ricerca di confronto (e anche scontro se onesto e costruttivo), per veicolare un messaggio rivoluzionario che ad oggi come già accennato è ancora in fase di crescita e che forse lo sarà sempre, perché capace di arricchirsi attraverso la reinterpretazione in chiave non specista degli apporti esterni. Pensare per esempio a una sorta di antispecismo autoreferenziale o arroccato su posizioni inamovibili è quanto di più lontano ci possa essere dalla realtà; come pure è irreale pensare – e ciò vale a mio avviso in linea generale – che si possa giungere in tempi brevi a un antispecismo che non risenta in qualche misura di un modello sociale, culturale e politico in cui gli stessi individui antispecisti sono nati, cresciuti e si sono formati: le famose gabbie fisiche e mentali che ci siamo autocostruiti e in cui viviamo che ci rendono impossibile svincolarci completamente dal paradigma che ci ha generati immaginando soluzioni futuribili che non abbiamo mai vissuto. Pertanto, anche in questo caso un po’ più di condiscendenza potrebbe giovare.
Allo stesso modo mi sento di affermare che anche in ambito antispecista vigono purtroppo invidie, gelosie, e addirittura veri e propri conflitti intestini causati dalla smodata voglia di protagonismo, dal campanilismo, dall’autoreferenzialità, dall’ego smisurato e da altre ben note miserie umane. Miserie spesso causa di fallimenti (questi sì imperdonabili) di progetti e di attività importanti per la lotta stessa, che divengono motivo di scontri vergognosi di natura prettamente personale e strumentale (in una certa misura sono quindi d’accordo con quanto afferma Gatto a tal proposito). Temo però che la conflittualità autodistruttiva sia un elemento fisiologico per ogni struttura organizzata che la società umana è in grado di generare (vedasi le gabbie a cui accennavo), in special modo per quelle che rifiutano il contesto sociale, culturale ed economico vigente. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che notoriamente in Italia si legge pochissimo, che c’è una spiccata tendenza alla frammentazione, e che si tende ad evitare come la peste qualsiasi lavoro di approfondimento teorico, si potrà facilmente comprendere la complessità della situazione.

Concludo sottolineando quanto, se non sbaglio, sia già stato affermato in vario modo nel dibattito ossia che il vero – e forse insormontabile – scoglio tra le posizioni antispeciste e quelle di altre lotte di liberazione, consiste nel fatto che la base di partenza antispecista è la strenua opposizione all’antropocentrismo che permea la nostra società anche nelle sue frange più critiche. Non per nulla Steve Best (visto che lo si è già citato) ebbe a dire “Dopo un seminario sul marxismo o l’anarchismo, gli studenti possono parlare a tavola di rivoluzione mentre mangiano i corpi di animali torturati e uccisi. Dopo un seminario sui diritti degli animali, si trovano spesso a fissare il piatto, mettendo in discussione i loro comportamenti più basilari”*.
Sono questi comportamenti definiti da Best “basilari” che nella quasi totalità dei casi generano atteggiamenti di chiusura nei confronti delle istanze antispeciste. Atteggiamenti dovuti al fatto che l’ottica antispecista parte dalla considerazione dello sfruttamento e del dominio di viventi relegati ben al di sotto della soglia (umana) che comunemente le altre lotte di liberazione considerano, assumendo come prospettiva la liberazione animale nel tentativo di scardinare una scala gerarchica più ampia e complessa. Come ho spesso occasione di dire quando mi trovo ad affrontare questo genere di argomenti, si può essere antirazzisti e antifascisti senza essere antispecisti, ma non è possibile il contrario perché la lotta antispecista considera l’ingiustizia perpetrata sull’individuo a prescindere dalla specie di appartenenza e ciò per logica conseguenza finisce per coinvolgere anche gli individui umani. E’ questo che deve essere tenuto in debita considerazionee che costituisce un banco di prova per futuri sviluppi dell’idea antispecista, la quale però non dovrà mai abbandonare il suo fondamentale approccio morale alla questione animale. E’ da una differente scala di valori che in tutta evidenza prendono vita i problemi discussi. Si potrà individuare in futuro ogni sorta di tattica e di strategia, resta il fatto che il messaggio antispecista è e rimarrà profondamente scomodo per chiunque, individui antispecisti compresi.

Note:

*) Steven Best, Crisis and the Crossroads of History: The Need for a Radicalized Citizenry.
Traduzione italiana consultabile all’indirizzo: https://comedonchisciotte.org/crisi-e-crocevia-della-storia-la-necessita-di-una-cittadinanza-radicalizzata/