Renicci di Anghiari. Noi non dimentichiamo. Noi non perdoniamo.

Con in testa ancora i canti e le giornate passate alla Rocca – vedi UN n. 25 – decidiamo di tornare verso casa perdendoci nella Toscana. Mentre percorriamo strade alternative e paesini mai sentiti, Cerchiaia, Colonna di Grillo, Palazzo del Pero, arriviamo nei pressi di Anghiari. All’approssimarsi della collina su cui si poggia “uno dei borghi più belli d’italia” veniamo accolti dal cartello che ricorda la famosa battaglia combattuta il 29 giugno 1440 tra le truppe milanesi dei Visconti ed una coalizione comprendente la repubblica di Firenze, quella di Venezia e lo Stato Pontificio. La voglia di fermarmi mi assale, ma non per la bellezza del posto, tantomeno per celebrare la vittoria della Serenissima. Da molti anni non riesco a non associare Anghiari ad altri fatti, ad un altro nome: , il campo di internamento fascista, prima, e badogliano, poi: il campo n. 97. Vogliamo vedere cosa è rimasto. Al museo civico chiediamo indicazioni per arrivarci: “Fuori da Anghiari a destra, per andare a La Motina, vi troverete sulla sinistra un bar e sulla destra uno spiazzo con un piccolo parco giochi, da lì lo vedete, il campo!” Ringrazio e domando “Nessuna indicazione stradale con scritto ?” Come risposta un “No” asciutto. Arriviamo allo spiazzo indicato e cominciamo a guardarci intorno, un casolare abitato davanti, un boschetto con delle case più distanti sulla sinistra e una larga pianura. Nessun cartello conferma che siamo nel posto giusto, il dubbio ci assale. Si ferma una macchina. Per fortuna scende un uomo del posto e sentendo esclama “Ah! Il campo dei polacchi!” Ci indica una stradina di campagna che va proprio nel “querceto” che avevamo notato. Arriviamo a quello che ora, come scoprirò dopo grazie a , è chiamato il “bosco degli anarchici.” Una manciata di casette, la maggior parte ristrutturate e abitate, una macchina con una targa polacca, un’aia delimitata da una rete con delle galline e, a fianco, un piccola area recintata, con una garitta di legno, un monumento, un cartello informativo e all’entrata un arco con la scritta “Giardino della memoria.” La sensazione è di un luogo che lotta tra l’abbandono e la voglia di restare con decoro e dignità a testimoniare una storia che i più vorrebbero insabbiare. E pensare che il campo di Renicci “è stato il più grande campo d’internamento in Italia dopo quello di Ferramonti.” Funzionante fin dal settembre/ottobre del 1942 è stato uno dei peggiori campi di concentramento fascisti per internare gli “slavi” civili sotto i 55 anni e schedati politici di qualsiasi età. Sono sloveni soprattutto, montenegrini e croati della Dalmazia, “rastrellati” dalla pulizia etnica attuata nella provincia “italiana” di Lubiana. Sono persone; la maggior parte ha già vissuto l’efferatezza e la repressione fascista dei campi dell’isola di Rab e di Gonars, e ora si trovano stipate in quindici per ogni tenda, 250 per ogni baracca. Freddo gelido e fango d’inverno, mancanza di acqua potabile d’estate, vitto scarso, sorveglianza continua, pattuglie notturne che disturbano il sonno, potrei continuare ma non riuscirei a spiegare le sofferenze che i militari fascisti italiani hanno inferto a questi uomini soprattutto, ma anche vecchi, donne e bambini, non importa se in numero minore. I decessi per freddo, fame, dissenterie e altre malattie sono numerosi. 

Nell’estate del 1943 il campo cambia “casacca.” Il governo Badoglio sceglie Renicci per destinare degli “elementi particolarmente pericolosi”; il campo n.97 è perfetto, per la sua ubicazione isolata, per l’efficace reticolato di ferro e per la severità del comandante Pistone. “Provvederò a reprimere rigorosamente qualsiasi attività manifesta. Anche con mezzi estremi”: aveva promesso l’alto ufficiale appena convertitosi da fascista a “badogliano.” La disciplina del campo tenuta dai badogliani, infatti, è la fotocopia di quella fascista, nulla cambia se non la composizione degli internati. Ai quasi quattromila slavi, si aggiungono gli antifascisti provenienti dalle isole di confino. Ma non tutti, la maggior parte sono stati liberati da un pezzo. Rimangono solo quelli che in modo del tutto discrezionale da parte del potere sono considerati a vario titolo “pericolosi”: gli antifascisti anarchici e slavi. In pochi, tra questi il socialista Sandro Pertini, protesteranno a tutti i livelli per questa scelta arbitraria, reclamandone l’immediata liberazione. Nonostante questo, dopo un lungo e pericoloso viaggio, il 23 agosto 1943, centinaia di soldati e carabinieri in assetto di guerra scorteranno i nuovi “ospiti” fino al campo, ad accoglierli 500 militari di sorveglianza. Nessuna intimidazione o violenza però può piegare gli animi dei 118 compagni internati; al contrario, iniziano a protestare contro l’appello mattutino, contro il divieto di intercomunicazione tra i prigionieri e contro le condizioni del campo.

Lo spirito indomito e solidale di questi italiani “altri” impresse uno spirito nuovo negli “slavi”, ricorda Failla: “l’Italia da quel momento per essi non fu più soltanto la patria del fascismo che li opprimeva ma anche di uomini militanti nella lotta internazionalista per la libertà dei popoli.”

Tra intimidazioni e minacce arriva l’8 settembre e, come racconta il compagno Umberto Tommasini, “ierimo sempre là. Telegrammi a Roma: i ne prometteva che dovevamo essere liberai, inveze sempre là ierimo. Un pasticcio: proteste, sciopero de la fame gavemo fato.” “Dopo i ha comincià a mandar via a la spicciolata. Tutti i giorni vigniva co’ la lista. Tutti quanti là: <Sarò anche mi? Sarò anche mi? Sarò anche mi?> E, caro mio, vien el giorno anche per mi!”

Tra fughe ed estenuanti rilasci programmati, all’alba del 14 settembre 1943, Renicci è vuoto; gli aguzzini sono spariti; gli ex prigionieri sono ormai in viaggio per tornare a casa o sono già nuovamente attivi con la propria forza morale e politica nella lotta per la liberazione e per la costruzione di un mondo differente. 

Rimane il campo a testimonianza di quella che giustamente il compagno Giorgio Sacchetti definisce “una vergogna tutta italiana.” 

Renicci è lo schiaffo in faccia a chi da anni vorrebbe rappresentare il fascismo come un regime tutto sommato tollerante, che ha realizzato più cose buone che cattive. È uno schiaffo a chi vuole far passare la “favola” che in fin dei conti i fascisti italiani, anche all’estero, fossero considerati “brava gente.” A chi ancor oggi, dopo tutte le testimonianze e la desecretazione di archivi “compromettenti” continua ad affermare che la repressione mussoliniana non fu poi così forte, fino a dichiarare, come ha fatto anni fa Silvio Berlusconi, che il confino era una sorta di “villeggiattura.” Le 118 biografie di “non conformi” presenti a Renicci e raccolte nel libro di Giorgio raccontano un’altra storia; parlano di uomini provenienti da tutta Italia, che hanno conosciuto la violenza delle autorità e poi del fascismo, che sono state costrette ad emigrare, a perdere il lavoro, a subire persecuzioni, carcere e confino, e della vita precaria delle loro famiglie; uomini che nonostante questo hanno continuato a rimanere il più possibile coerenti con le proprie idee e a credere nella possibilità di una società più giusta è migliore. Altro che villeggiatura!

Renicci è lo schiaffo in faccia anche a chi continua a negare l’evidente continuità nella transizione fascismo-democrazia, e il campo n.97 non è altro che la forma tangibile delle decisioni politiche del governo Badoglio atte ad impedire che alcuni tra i più combattivi ed esperti militanti anarchici potessero svolgere un ruolo attivo subito dopo la caduta del fascismo. Ma rappresenta anche l’ammonimento a non appiattire la storia dell’antifascismo in quella della Resistenza. 

È forse per queste ragioni, per quella storia che, come afferma Failla “deve essere fatta prima che gli altri, quelli che di solito scrivono e sistemano arbitrariamente i fatti della storia, possano scrivere la storia che non hanno fatta,” che il Giardino della Memoria sembra più un modo per lavarsi la coscienza, che un luogo che grida “Vergogna!”

Molto è stato fatto dai compagni del territorio non solo il libro su Renicci di Sacchetti, ma anche manifestazioni, eventi come “Mucchi di rena” per ricordare “quei dieci ettari di repressione della dignità umana e di violenza”, o rappresentazioni teatrali come quelle allestite da Andrea Merendelli, con l’idea di un teatro che serva a raccontare verità scomode. Molte sono le testimonianze da mantenere vive come sta facendo Fabio Santin con il suo fumetto, si spera pubblicato a breve, che prendendo spunto dal diario dell’anarchico veneziano Corrado Peressino ricostruisce gli ultimi giorni di luglio fino all’8 settembre e il viaggio da Ventotene a Renicci assieme ai compagni Umberto Tommasini e Giorgio Jaksetich, comunista triestino. 

È ora di partire, di tornare a casa, do un ultimo sguardo al giardino, alla parte di baracche rimaste inabitate e alla casa del capitano, rimessa a nuovo, dipinta di bianco, il verde perfetto del suo giardino. Una mano di vernice è tutto cambia, anche le prospettive; come il comandante Pistone passato senza cesure da capitano fascista a capitano badogliano, fino a tentare anche di rifarsi una verginità antifascista e soprattutto come Marcello direttore dei campi di confino di Ponza nel 1937 e di Ventotene nel 1939, e che dopo una fulgida carriera negli apparati dello stato democratico diventa nel 1968 questore a Milano, quando assieme a Calabresi si è reso complice dell’assassinio di Giuseppe Pinelli.

Guardando per l’ultima volta il bosco degli anarchici mi torna alla mente un pensiero di Gogliarda Sapienza che ora riesco ad apprezzare fino in fondo; l’odio e l’indignazione aiutano a mantenere il ricordo intatto, guai a perdonare: il perdono è assassinio e menzogna, quando non è viltà.

Bibliografia

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