Il movimento del ’77 in Italia

Il movimento del è stato un fenomeno pressoché esclusivamente italiano, e ha un tempo breve, di circa un anno o poco più, inizia cioè coi primi movimenti del “proletariato giovanile” nel 76, scoppia con la cacciata di dall’ di Roma nel febbraio e l’insurrezione di Bologna nel marzo seguita dalla grande manifestazione di Roma e praticamente finisce con il convegno contro la repressione sempre a Bologna nel settembre . Tutto ciò ha spinto alcuni a teorizzare una “anomalia italiana”, vale a dire l’anomalia di un paese in cui la formazione del capitale è stata sempre storicamente più debole che negli altri paesi capitalisticamente sviluppati e che viene colto dalla crisi in una fase complessa di crescita e di modernizzazione, attraversata tuttavia da ampie persistenze di fasce di arretratezza oltre che da antiche tradizioni di rivolta popolare.

Tutto ciò è certamente, almeno in parte, vero. Tuttavia non si può dimenticare che, intanto, il movimento aveva alle spalle e si poneva in stretta continuità con le lotte operaie contro il lavoro, contro il cottimo, prima, contro i tempi della catena di montaggio , poi, che avevano comunque portato a un clima di maggiore “libertà” in fabbrica. Non c’è dubbio che l’ “operaio massa” in quel periodo abbia speso le sue migliori energie nella lotta contro il dispotismo di fabbrica, ottenendo anche dei notevoli successi, come è noto.

Bruno Astarian nel suo testo “Aux origine de l’antitravail” tratteggia in maniera esaustiva e dettagliata il quadro storico della lotta contro il lavoro in fabbrica negli ultimi 150 anni, a partire dalla resistenza dell’operaio professionale qualificato (di mestiere) all’organizzazione scientifica del lavoro (taylorismo), per arrivare al rifiuto del lavoro dell’operaio dequalificato alla catena di montaggio. Negli anni 70, dopo il periodo della “golden age” capitalistica del dopoguerra e i relativi aumenti salariali, la crisi capitalistica dovuta alla caduta del saggio di profitto porta a un aumento dei ritmi di lavoro nella catena di montaggio. Il rifiuto del lavoro è la risposta operaia alla crisi capitalistica e all’intensificazione del lavoro: sabotaggio, assenteismo, sciopero selvaggio, salto della scocca, corteo interno e spazzolata dei reparti, il gatto selvaggio, forme spontanee di lotta radicale al di fuori del controllo sindacale.

Il movimento del 77 rappresenta l’estensione della lotta operaia fuori dalla fabbrica, nel territorio e nell’indotto, come si vede anche nelle parole d’ordine. Inoltre il rifiuto del lavoro era comunque legato alla rivendicazione sul reddito. Nello slogan “lavoro zero reddito intero” c’è l’estremizzazione dell’affermazione dell’operaio massa sul “salario variabile indipendente”. Dove il reddito si sostituisce al salario per sottolineare il suo completo sganciamento dalla prestazione lavorativa. Nell’altro slogan “tutta la produzione all’automazione”, pur con qualche ingenua fiducia nelle possibilità insite nel progresso tecnologico, si riflette la coscienza della tendenza alla diminuzione del “lavoro necessario”. Mentre nel più rivendicativo “lavorare meno, lavorare tutti” si allude a una suddivisione egualitaria di questo residuo lavoro necessario.

La radicalità del movimento si esprime con nuove forme di lotta: autoriduzione, esproprio proletario, occupazioni di case, ronde proletarie sul territorio contro il lavoro nero, i sabati lavorativi e le agenzie del lavoro interinale, illegalità di massa praticata da giovani proletari sul territorio. Su questi comportamenti la rottura col tradizionale movimento operaio e col PCI è totale. Non per niente è proprio allora che il PCI, a proposito del movimento, comincia a parlare di “diciannovismo”, passando poi direttamente alla delazione.

Nonostante ciò il “movimento del 77” è riuscito ad elaborare e, soprattutto, a praticare obiettivi più generali. Rifiuto del lavoro, riappropriazione, autovalorizzazione : sono le parole d’ordine più diffuse nel movimento che alludono ad un “uso anticapitalistico della crisi”, come si diceva allora.

L’esplodere della crisi economica capitalistica, che poi si protrarrà fino ai nostri giorni, e i processi di ristrutturazione che ne derivano portano rapidamente a licenziamenti di massa, riduzione drastica del proletariato di fabbrica e al formarsi di un vasto esercito industriale di riserva, flessibile e precario, che venne allora identificato come “proletariato giovanile” o come un “nuovo soggetto sociale”, individuabile attraverso la pratica di comportamenti antagonistici e di forme di lotta sul territorio, inedite rispetto a quelle del proletariato di fabbrica, che andavano sotto il nome di “illegalità diffusa”.

Nel movimento del 77 ha avuto una grande importanza il ruolo dell’ “operaismo italiano”, la corrente teorica marxiana nata nei primi anni 60 con le riviste “Quaderni rossi” e “Classe operaia”, e quindi della componente organizzata dell’ “”. Nell’interpretazione operaista nasce un nuovo soggetto proletario, l’ “operaio sociale”, caratterizzato da precarietà, flessibilità, sapere diffuso, conoscenza del territorio. Le caratteristiche principali di questo nuovo soggetto possono essere, a mio avviso e in estrema sintesi, così delineate :

1) il sapere diffuso proprio dell’intellettualità di massa in parallelo con la crescita dell’incorporazione della scienza e della conoscenza nei processi produttivi e nella cooperazione sociale;

2) il rifiuto del lavoro;

3) la riappropriazione di reddito al di fuori del rapporto di lavoro salariato;

4) l’espandersi dei bisogni e dei desideri proletari oltre i limiti di sussistenza imposti dalla vendita della forza lavoro, oltre e attraverso il mondo dei consumi borghesi e la stessa controcultura.

La stagione dell’operaio sociale però è breve, stretto fra PCI e lotta armata, la quale da parte sua imponeva al movimento una scelta che non era in grado di reggere. Il movimento fu rapidamente sconfitto, trovandosi poi di fronte all’aut aut imposto dalla lotta armata con il rapimento Moro, fino alla definitiva repressione guidata dal PCI con gli arresti del 7 aprile 1979. Ma evidentemente allora la crisi non aveva ancora macinato abbastanza, mentre ora ne vediamo con evidenza tutti gli effetti. Intorno alla metà degli anni 70 la situazione cambia rapidamente e radicalmente. Di fronte alla crisi il capitale reagisce con il decentramento produttivo, delocalizzazione degli impianti, deindustrializzazione, outsourcing. Scompaiono intere fabbriche: a Milano l’Innocenti, Magneti Marelli, Breda, Alfa Romeo, Pirelli, Motta/Alemagna, Falck…l’elenco sarebbe lungo. Milano da “città industriale” diventa città di “terziario avanzato”, come si diceva allora (servizi, moda, made in Italy ecc.). Di fronte a tutto questo si verificano importanti cambiamenti nella composizione di classe.

La lotta operaia anticapitalistica, del cosiddetto “operaio massa”, si svolge essenzialmente sul terreno del salario, estremizzando però la sua portata. Questo porta indubbiamente da una parte ad una accelerazione dei processi di proletarizzazione già in corso e ad una estensione del rapporto di salario a strati vastissimi di lavoratori, ma non intacca minimamente, dall’altra, il carattere di merce dei beni di consumo e dei servizi, vale a dire la “democrazia del mercato”. Contrariamente all’operaio professionale, protagonista del precedente ciclo di lotta dell’inizio del Novecento, l’operaio massa non ha un suo progetto di autogestione della produzione e di organizzazione sociale alternativo a quello capitalistico. La sua azione è prima di tutto distruttiva. Di fronte alla crisi non ha alternative : o riaffermare la centralità della fabbrica, in una strenua difesa della sua centralità come soggetto sociale antagonista o scomparire come tale. Di fatto però rifluisce nel fabbrichismo e nella difesa del posto di lavoro.

Allo stesso tempo il “proletariato giovanile o diffuso”, privato delle sue punte più radicali, rifluiva entro i limiti delle compatibilità capitalistiche, in un processo progressivo e inevitabile. I comportamenti individuali contro il lavoro vengono riassorbiti, Il rifiuto del lavoro diviene inevitabilmente rifiuto del lavoro operaio e, come tale, corre parallelo ai processi di ristrutturazione capitalistica, di deindustrializzazione, di decentramento produttivo, di “terziarizzazione” della società, di salarizzazione del lavoro non operaio, di espansione del lavoro improduttivo immateriale, ne diviene prodotto e allo stesso tempo acceleratore. Il dispiegarsi della crisi capitalistica compie il resto del lavoro: per quello che riguarda la riduzione dell’orario di lavoro dopo la sconfitta del movimento del 77 assistiamo ad una effettiva inversione della tendenza. Negli anni 80 la gestione capitalistica della crisi arriva ad usare i comportamenti soggettivi individuali contro il lavoro per distorcerli ai propri fini. Intanto viene utilizzata una parte dell’ingente debito pubblico di quegli anni per finanziare una serie di ammortizzatori sociali necessari per tenere a bada la massa di licenziati e cassintegrati, il nascente precariato, gli assunti nel pubblico impiego ecc.

Procede intanto il processo selvaggio di deindustrializzazione in parallelo con quello, altrettanto devastante, di finanziarizzazione dell’economia, con la conseguente disgregazione del vecchio soggetto operaio. Il ristagno della produttività, dovuto al calo degli investimenti, porta inevitabilmente in tutti i settori, produttivi e non, ad un aumento generalizzato degli orari di lavoro. Il lavoro necessario, comunque in diminuzione, lungi dall’essere ripartito in maniera egualitaria, viene distribuito in maniera del tutto irrazionale : decentramento produttivo in paesi “in via di sviluppo”, sacche sempre più consistenti di esclusione dai rapporti di produzione e sociali, precarizzazione e sottoutilizzazione di fasce di forza lavoro soprattutto giovanile, al contrario aumento dell’intensità del lavoro e delle ore lavorate per i lavoratori già impiegati. Aumenta invece a dismisura il lavoro superfluo, vale a dire il lavoro non produttivo divenuto indispensabile per il mantenimento della produzione e del consumo capitalistico : lavoro nell’ambito della finanza, delle banche, nel settore legale, del controllo e gestione del sociale, dell’informazione, della pubblicità, dello spettacolo e chi più ne ha più ne metta. Ricompaiono e si generalizzano vecchie forme di lavoro, quasi precapitalistiche, come quelle dei servizi alla persona, badanti e affini, accanto ad un continuo aumento del lavoro volontario. Negli anni 90 l’afflusso sul mercato di crescenti quote di forza lavoro extracomunitaria e, successivamente, l’introduzione dell’euro portano ad una drastica riduzione dei salari dei lavoratori occupati e, di conseguenza ad una radicale accentuazione dei fenomeni sopra descritti. Aumenta a dismisura l’esercito industriale di riserva, ovvero la sovrappopolazione relativa che tende a diventare assoluta. Il quadro di disgregazione sociale che ne consegue è impressionante. Dopo la mitica battaglia del vecchio movimento operaio per le otto ore ritorna di moda il plusvalore assoluto.

La microelettronica ha avuto la più grande diffusione nel campo della comunicazione, dell’informazione, della raccolta e trasmissione dati, nel campo amministrativo, finanziario e del controllo sociale, nei servizi alle imprese e alla pubblica amministrazione, tutti campi in cui si sono riversati i “lavoratori autonomi di seconda generazione” la cui “sussunzione”, detta in termini marxiani, è stata solo “formale”, cioè limitata all’acquisto di prodotti del “lavoro immateriale”. D’altra parte però il lavoro mentale ha subito, in larga parte, lo stesso processo già toccato al lavoro manuale, vale a dire l’incorporamento del lavoro vivo nel lavoro morto, cioè nel macchinario, impersonificato in questo caso dal microprocessore. Tuttavia, pur nell’aumento relativo del lavoro immateriale, la divisione fra lavoro manuale e intellettuale (o cognitivo) rimane comunque fondante del modo di produzione capitalistico, anche se andrebbe ovviamente attualizzata.

Trarre delle conclusioni da queste prime considerazioni sparse sulla composizione di classe non è facile. Quanto meno sarebbe necessario un ulteriore approfondimento di analisi e di inchiesta. In termini molto generali possiamo dire che, nella condizione attuale di crisi strutturale del capitalismo, il movimento di deintegrazione dei lavoratori prevale su quello di integrazione, ma che quest’ultimo riguarda comunque, almeno nel mondo occidentale, strati corposi di lavoro improduttivo legato alla circolazione del capitale finanziario, commerciale ecc. , alle attività di controllo e di repressione, alla difesa della proprietà privata, alla società dello spettacolo. E che una ridefinizione di un percorso di ricomposizione di classe non può essere pensato e praticato che a livello mondiale.

Bastino, per adesso, alcuni esempi per rendere l’idea. Novembre 2005 : la rivolta del proletariato metropolitano, precario e dequalificato, infiamma le banlieues parigine. Emilio Quadrelli, in un articolo apparso sul numero 10 della rivista Collegamenti Wobbly, crede di poter individuare una analogia fra la rivolta dei banlieuesards e i fatti di Piazza Statuto del 1962, cioè l’inizio di un nuovo ciclo di lotta paragonabile a quello dell’operaio massa. All’apparenza però gli avvenimenti francesi presentano maggiori analogie proprio con il movimento del 77, con tutte le sue contraddizioni irrisolte e le sue divisioni, in una condizione di crisi capitalistica ormai diventata permanente. Non c’è alcun legame diretto fra il movimento del 77 e la rivolta nelle banlieue, nessun leader in comune. Non si sa molto sul tipo di organizzazione presente nelle banlieue, anche se si può pensare che non tutto sia stato spontaneo; sicuramente esistevano forme comunitarie di tipo etnico fra gli emigrati di seconda o terza generazione, che certo nel 77 non c’erano. In qualche modo però vengono riprese delle forme di lotta (controllo del territorio, zone liberate dalla presenza della polizia ecc.) del movimento del 77, quindi qualcosa nella memoria storica rimane, anche perché i soggetti protagonisti delle lotte erano gli stessi.

Marzo 2006 : l’opposizione degli studenti al CPE (contratto di primo impiego), a difesa di alcune garanzie, assume toni di scontro violento e si generalizza a tal punto da costringere il governo francese a ritirare il provvedimento. Fra i due movimenti, quello studentesco e quello delle banlieue, non si instaura alcun collegamento evidente, anzi si registrano alcuni episodi di tensione fra le due componenti, anche perché si può pensare che gli studenti (lavoro intellettuale/cognitivo) abbiano ancora qualcosa da perdere.

Nel corso del 2011 le masse subordinate della Tunisia e dell’Egitto, qualificabili probabilmente come proletariato di riserva, inscenano una rivolta dagli esiti comunque tuttora imprevedibili. Altri riots si verificano in Inghilterra, Grecia, Spagna. Nel settembre di quell’anno gli operai della Foxconn di Shenzhen si ribellano contro i bassi salari e le condizioni di lavoro disumane. La lotta, una delle mille che avvengono in Cina quotidianamente, buca fortuitamente lo schermo dei media occidentali a causa della contemporanea uscita nei centri commerciali dell’iPhone5 della Apple, che viene prodotto in quella fabbrica, a costi naturalmente molto bassi.

Nell’epoca dei riots in Italia c’è poco: due manifestazioni a Roma fra 2010 e 2011, con violenti scontri con la polizia, e il 1 maggio 2015 a Milano prima di Expo, molto sopravvalutato dai media. Pesa la controrivoluzione preventiva di Genova 2001. Gli avvenimenti di Genova 2001 si possono considerare una vera e propria azione di controrivoluzione preventiva che ha tagliato le gambe sia al riformismo altermondialista che al movimento radicale no global e alla  radicalità territoriale dei centri sociali, assicurando, almeno in Italia, almeno dieci anni di pace sociale. Nonostante ciò i fatti di Genova hanno segnato un cambiamento storico di fase rispetto al novecento, confermato poi dall’11 settembre delle torri gemelle, che ha fatto piazza pulita della teoria sulla “fine della storia”, così come di una affrettata definizione de “L’impero”. Mentre nel dibattito in corso sulle rivolte si oscilla fra una esaltazione un po’ acritica da una parte e un rifiuto della violenza, non solo da parte borghese ma anche da parte di alcuni settori della sinistra, nonostante ciò avvenga in un paese che ha conosciuto in passato le “stragi di stato”. Nel dibattito si segnalano le posizioni della rivista “Il lato cattivo”, che, dopo aver esaltato le rivolte del 2011, successivamente attribuisce i movimenti del 2014 (Turchia Gezy Park, Egitto, Hong Kong rivoluzione degli ombrelli ecc.) alla classe media salariata in via di impoverimento.