L’anarchia come idea auto-regolativa

Incominciamo col dire che la rivoluzione non la possiamo fare noi soli; e non sarebbe, a parte la questione della forza materiale, nemmeno desiderabile il farla da soli; perché se non si mettono in movimento tutte le forze spirituali del paese e con esse tutti gli interessi tutte le aspirazioni palesi o latenti che stanno nel popolo, la rivoluzione sarebbe un aborto. E nel caso, poco probabile, che vincessimo da soli, ci troveremmo nell’assurda posizione o di imporsi, comandare, costringere gli altri e quindi cessare di essere anarchici e uccidere la rivoluzione stesa col nostro autoritarismo, oppure di fare ‘per viltà il gran rifiuto’, cioè ritrarci indietro e lasciare che altri profitti dell’opera nostra per scopi opposti ai nostri. Bisognerebbe dunque (…) attirare nel movimento, sommuovere, interessare le grandi masse, lasciando che la rivoluzione, della quale noi saremmo un fattore fra gli altri, produca quello che può produrre. Ma non per questo dovremmo rinunziare al nostro scopo specifico (…) del nostro programma: abolizione del potere politico ed espropriazione dei capitalisti”.

Così si esprimeva in un articolo pubblicato su “Pensiero e Volontà”, il primo ottobre 1925, eppure le sue riflessioni sembrano, almeno a chi scrive, attagliarsi ai tempi nostri non meno che ai suoi.

Gli anarchici non possono realizzare da soli gli obiettivi che si prefiggono. Negare questa evidenza sarebbe già un cadere nell’eurocentrismo, che da sempre è ideologia dei regimi che combattiamo, perché significherebbe presupporre che una qualche dottrina occidentale, sia pure l’, possa valere come linguaggio e ricettario universale, già bello e pronto, per tutti gli oppressi del mondo che vogliono liberarsi, e pretendere di inculcarglielo.

Ma, anche a prescindere dal fatto che, se assumesse tale pretesa, l’anarchismo entrerebbe in conflitto con i propri principi, chiunque può constatare che, persino sotto il grado attuale di omologazione delle culture, troppe e troppo diverse sono le radici sociali, economiche ed esperienziali da cui provengono gli sfruttati e i sottomessi di tutto il mondo perché sia ragionevole auspicare che esse possano, nei tempi contingentati richiesti da trasformazioni rivoluzionarie, convergere tutte entro un blocco omogeneo quanto da basta da riconoscersi in un unico orientamento, sia pure meta-politico come a mio avviso, (se si intende la sfera politica come sfera di contesa per il potere) andrebbe considerato l’anarchismo. Del resto, questa pretesa omologante, questo purismo e questa idea di egemonia che hanno caratterizzato molti partiti di ispirazione marxista, a quanto mi consta, non è mai stata degli anarchici o, certamente, non ha mai rappresentato tra essi una linea diffusa.

Agli anarchici, dunque, dovrebbe risultar chiaro che il non poter realizzare i propri obiettivi da soli implica la necessità di impegnarsi, senza rinunciare al proprio specifico, sia a disseminarne contenuti e forme nelle pratiche sociali e conflittuali, sia ad incoraggiare ogni seme libertario che dalla società stessa emerge aprendosi, come accade in ogni vero confronto e vera collaborazione, anche a possibili commistioni e ibridazioni con esse, a possibili e al momento non prevedibili trasformazioni dell’anarchismo stesso, a fronte delle trasformazioni del mondo.

Quali conseguenze potremmo trarre oggi da questa consapevolezza, come va declinata e quali conseguenze presenta sul piano pratico?

Penso che essa richieda, agli anarchici, lo sforzo di elaborare proposte e forme di ricostruzione della socialità, approcci alla comunicazione con le genti d’oggi, che siano, al contempo, il più possibile pluraliste e sperimentaliste, e dotate di poche ma chiare discriminanti basilari.

Intransigenti contro ogni imposizione ed ogni sfruttamento, diceva Malatesta, noi dovremo essere “tolleranti con tutte le concezioni sociali che prevalgono nei vari aggruppamenti umani, purché non ledano la libertà e il diritto uguale degli altri”.

Non si tratta, oggi, per noi di essere “tolleranti”, parola che a odierno orecchio svezzato non può non rivelare tutto il suo portato paternalistico, ma piuttosto del fatto che, come felicemente sintetizzava lo stesso Malatesta in un altro passo, qualunque rivoluzione, per riuscire veramente emancipatrice, dovrà svolgersi liberante in mille modi diversi, corrispondenti alle mille diverse condizioni morali e materiali degli uomini d’oggi. Si tratta dunque di acquisire il massimo di resilience, di elasticità interattiva e cognitiva, possibile, tenendo fermi i punti discriminanti dell’agire anarchico, ma anche mettendoli alla prova in sperimentazioni sul campo che non potranno non presentare ambiguità, mescolanze e ibridazioni con altre tradizioni e influenze.

Ragione stessa della nostra esistenza”, come anarchici, scriveva ancora Malatesta nel 1924, “è quella di combattere sempre per la diminuzione (fino a che non si potrà conseguirne l’abolizione completa) dell’autorità e del privilegio”.[1] Di conseguenza, offriva all’annosa questione del “che fare” questa lapidaria risposta: “Provocare, se ci è possibile, noi stessi il movimento, parteciparvi in ogni modo e con tutte le nostre forze, imprimervi il carattere più libertario e più egualitario che per noi si potrà, appoggiare tutte le forze di progresso, difendere il meglio quando non si può raggiungere l’ottimo, ma conservare sempre ben distinto il nostro carattere di anarchici”.[2]

Date queste premesse, supposta una loro condivisione almeno tra una parte degli anarchici, ciò che questi ultimi, senza cadere in contraddizioni e al contempo aprendosi al confronto, possono oggi fare è, a mio avviso, proporre a movimenti, individui, gruppi sociali libertari radicati in tradizioni diverse dalle proprie pratiche di auto-organizzazione, cooperazione e lotta che assumano l’anarchia come idea auto-regolativa, modello sperimentale, da mettere a confronto con altri, testare, arricchire, rielaborare, alla luce delle problematiche presenti, attraverso un procedimento per prove ed errori basato su libere scelte individuale e collettive.

Il concetto di idea auto-regolativa sta a indicare che l’anarchia va qui assunta non come ricetta di cui si pretenderebbe di possedere già, in maniera integrale, gli ingredienti, ma come criterio tendenziale, orientativo di un percorso di auto-liberazione individuale e collettivo, da testare e applicare con la consapevolezza che solo una libera e plurale sperimentazione sociale potrebbe adeguatamente riempirlo di contenuti ‘positivi’ (qui intendendo l’aggettivo nel duplice senso di non solo privativi o eliminativi e di emancipativi), adeguati all’epoca e al contesto. L’anarchia, dunque, non come condizione che si pretende di poter realizzare, globalmente e immediatamente ovunque si possa gestire spazi, quasi potesse scendere dal cielo, ma come modello cui tendere il più possibile, a partire dalle condizioni che di volta in volta sono date, e pietra di paragone per orientarsi nelle scelte pratiche. Ovvero, come idea programmaticamente aperta, da riempire di forme e contenuti in farsi, da testare empiricamente e rinnovare costantemente, in liberi esperimenti sociali, tramite le esperienze collettive e di ciascuno.

Quanto alle poche, chiare, indispensabili e irrinunciabili, discriminanti basilari, esse, per come riesco a declinarne ora uno schizzo (questa mia vuol essere ovviamente solo una prima proposta di discussione) dovrebbero, a mio avviso, unire elementi caratterizzanti dell’anarchismo classico a fattori innovativi, in parti già assimilati, in parte emergenti all’interno del dibattito nel nostro e in altri movimenti, la cui specificazione non può che essere concepita come un work in progress:

Tra i capisaldi classici dell’anarchismo sociale:

  • Anticapitalismo, dunque, inconciliabilità con la proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e delle risorse naturali e con lo sfruttamento capitalistico, servile o schiavistico del lavoro. Questa opzione lascia spazio a moltissime, diverse, possibili forme di sperimentazione sociale e va incontro a molti problemi aperti, in merito ai quali occorrerebbe cumulare riflessioni ed esperienze, a cominciare a quelli relativi ai ‘confinamenti’ ed alle trasformazioni che, in qualunque ipotizzabile transizione verso un regime post-capitalista, anche le attuali forme di proprietà individuale degli oggetti d’uso potrebbero o dovrebbero subire;

  • Antistatalismo, dunque inconciliabilità con la proprietà statale dei grandi mezzi di produzione e delle risorse naturali ed estraneità ad ogni agone elettorale. Lotte a favore di una libera sperimentazione di modelli non statuali ed egualitari di vita associata;

  • Antiautoritarismo, ovvero, lotta contro il principio di autorità, le discriminazioni di genere, classe, razza e specie, e ogni altra lesione delle libertà basilari umane;

Tra i temi emergenti e cruciali che il movimento anarchico sta, non sempre con ottima digestione, assimilando:

  • Antispecismo, lotta contro la detenzione, lo sfruttamento e la soppressione degli animali da reddito e contro la sempre più invasiva antropizzazione degli ambienti in cui vivono gli animali selvatici, promozione della cultura vegana e vegetariana e della sperimentazione scientifica non basata su animal testing e non invasiva; promozione di tutte le forme di sperimentazione, ricerca, iniziativa orientate a diminuire lo sfruttamento e l’oppressione degli animali e/o a indebolire gli apparati di potere e i centri di interesse interessati, invece, a e perpetuarli ed estenderli;

  • Lotta contro la degradazione ambientale globale prodotta dallo sviluppo capitalistico;

  • Avvio di una riflessione critica sulle nuove forme di scorporamento, disappropriazione ed appropriazione dei saperi nell’epoca contemporanea e su possibili alternative non “primitiviste” ad esse, in grado di coinvolgere tutti gli strati della società, e, particolarmente, del mondo della cultura e del lavoro che da tali processi sono toccati.

Tra i temi cruciali, già interni alle riflessioni e alle pratiche del movimento anarchico, che richiedono, però, a mio avviso, anche a fronte della enorme complessità delle problematiche inerenti, uno sforzo ancor maggiore di confronto, sia con altre forme di attivismo o di disagio sociale, sia con i portatori di saperi di ogni ordine e grado:

  • Disponibilità ad uno studio e uno sforzo di comprensione effettiva dei processi di dislocazione e riorganizzazione dei processi lavorativi in corso, a livello globale.

  • Promozione e organizzazione di filiere di lotta o filiere critiche, cioè attività di lotta per i beni primari, e di rivendicazione di libertà e condizioni dignitose di vita e di lavoro, costruite attraverso:

  1. l’individuazione di filiere produttive che coinvolgono sia interessi locali sia interessi dislocati in altri luoghi;

  2. la costruzione di reti di comunicazione, scambio di informazioni e organizzazione di iniziative di lotta con i lavoratori o i residenti di altri luoghi coinvolti in quelle filiere;

  3. la programmazione ed attuazione di forme di lotta che, tramite questi mezzi e queste reti, si mettano in grado di fermare efficacemente cicli produttivi che coinvolgono interessi economici e politici di livello internazionale ma anche di rilevanza locale.

Tra i punti più dolenti, innanzitutto va citato che il grado di litigiosità e tendenza allo scissionismo che si registra in tutte le altre organizzazioni politiche esistenti, quelle non anarchiche, è facilmente riconducibile a due cause principali:

  1. esse mirano alla conquista e gestione del potere, va quindi da sé che ogni loro membro in parte collabori in parte confligga con gli altri per questo fine e che, assumendo il potere come priorità, ognuno di essi sia disposto a scaricare l’organizzazione cui appartiene quando ciò torni utile al suo personale accumulo di potere.

  2. coloro che aderiscono a tali organizzazioni sono uomini che fin dalla culla han respirato e assorbito i modelli competitivi e arrivisti che questa società inculca e perciò tendono, talvolta anche malgrado iniziali ‘buone’ intenzioni (gli esempi potrebbero essere innumerevoli), a riprodurle.

Ovviamente a quest’ultima cosa non sfuggono naturalmente neanche chi si dichiara anarchico. Non so se questo basti a spiegare il fatto che, pur non avendo da contendersi alcun potere, essi abbiano (noi abbiamo) finora mostrato la tendenza a riprodurre, all’interno delle loro organizzazioni e nei rapporti tra queste, un grado di litigiosità, tendenza alla contrapposizione e alla scissione, inclinazione allo scontro piuttosto che al confronto, non inferiori a quelli di qualunque altra organizzazione sociale o politica. So che questo è uno dei tarli con cui dovremmo più seriamente confrontarci, con spirito autocritico: il cammino di qualunque eventuale trasformazione rivoluzionaria comincia anche da qui, da questa riflessione autocritica, da questa rivoluzione di se stessi.

Questi, a mio avviso, alcuni dei requisiti, o minimi comuni denominatori di un movimento di cui gli anarchici potrebbero tentare di farsi promotori e che si riconosca nel motto “sperimentiamo l’anarchia”, intendendolo, come si è accennato, quale idea regolativa di un percorso di ricerca, di auto-trasformazione, di auto-costruzione dei singoli e della società.

NOTE

[1] In MALATESTA, Errico, Rivoluzione e Vita Quotidiana, p. 276.

[2] Ibidem.