Il principio speranza del futuro

La è una forma di letteratura popolare – per nulla nel senso spregiativo del termine – nata non casualmente con la società industriale, perché la sua specifica forma narrativa ha permesso e permette tuttora di rappresentare le potenzialità ed i timori degli uomini di fronte ad una situazione che modifica di continuo, in una maniera mai vista prima, le condizioni materiali di vita di ogni essere umano. È facile notare la forte presenza dell’ – intesa sia come appartenenza ideologica e talvolta militante dei singoli scrittori, sia come tematica narrativa che va di là di questi, pur numerosi. Queste schede di lettura vogliono sostanziare la seguente tesi: se, come dicevamo all’inizio, la rappresenta i timori e le speranze verso il della società industriale, l’anarchia rappresenta il lato della speranza.

RUSSELL, Eric Frank, Galassia che Vai, Prima Edizione Italiana Milano, Mondadori, Urania, 299, 1962.

Eric Frank Russel è considerato il precursore della moderna fantascienza inglese. Nato il 6 gennaio 1905 a Sandhurst nella metropoli londinese, suo padre era istruttore all’accademia militare e trascorse parte della sua gioventù in Egitto e Sudan. Studiò l’arabo e maturò una sorta di idiosincrasia verso la burocrazia militare che lo condusse ad una visione pacifista-egualitaria, come emerge da alcuni suoi scritti che testimoniano la sua convinzione sull’eguaglianza fra le nazioni ed all’interno del genere umano. Lavorò quasi tutta la vita come progettista meccanico in una impresa edile. Aveva già pubblicato diversi articoli e poesie su quotidiani locali e riviste commerciali; nel 1933, ad esempio, aveva scritto una serie di articoli sulle comunicazioni interplanetarie, prendendo ad esempio gli scritti di Konstantin Tsiolkovsky, precursore sovietico della missilistica. Ha vinto un premio Hugo nel 1955 per il racconto breve Sarchiapone (Allamagoosa), probabilmente l’unico racconto umoristico ad avere vinto questo premio. Nel 1996 gli è stato assegnato postumo il Prometheus Libertarian Award dalla Libertarian Futurist Society per “Design for Great-Day”. Nel 1972 ha vinto in Italia un premio della rivista di fantascienza italiana Nova SF per “Una voce dal nulla”. Negli ultimi 15 anni della sua vita smette di scrivere improvvisamente “in attesa di nuove idee” come egli stesso affermava. Muore il 28 febbraio del 1978. È entrato postumo nel Prometheus Hall of Fame Award, nel 1985, proprio per il romanzo Galassia che Vai. È appunto in questo romanzo che emerge con particolare evidenza la sua visione pacifista e irridente nei confronti della gerarchia in genere e di quella militare in particolare – si tratta, tra l’altro di uno dei romanzi più divertenti ed umoristici dell’intero panorama fantascientifico.

Grazie alla casuale scoperta di un settantaduenne eccentrico e appassionato di illusionismo, la propulsione Blieder consente alla navi spaziali di visitare in pochissimo tempo pianeti-colonie abbandonati a se stessi da oltre 4 secoli, dove molti terrestri sono andati a vivere per scelta o per costrizione. Lo scopo della missione dei protagonisti (un ambasciatore e l’equipaggio militare, amministrativo e tecnico) è quello di instaurare nuovamente dei rapporti, fondare una comunità e “difenderla” da eventuali aggressori esterni.

Il primo pianeta visitato è una sorta di colonia penale, dove tutti i cosiddetti criminali sono stati deportati e lasciati liberi. Eppure, da soli hanno saputo autogestirsi sulla base di un individualismo tribale, sul modello delle “società senza stato”, formate da clan isolati che si incontrano in occasione del “periodo degli scambi”. Essenzialmente antiautoritari e irridenti nei confronti di qualsiasi governo:

Ma voi non sapete niente della Terra — continuò pazientemente l’ambasciatore. — Siete rimasti privi di contatti per quattrocento anni. Nel frattempo le cose sono molto cambiate.

Anche qui sono cambiate.

Non per il meglio, da quanto posso vedere. Avete stabilito uno stupido e inefficiente compromesso tra l’unità familiare e l’antiquato sistema delle bande. Il risultato è una quantità di miserabili clan, ciascuno con il suo quartier generale di tuguri, i suoi terreni di caccia e niente altro. Niente comodità, niente sicurezza, niente progresso, nessuna moralità.

Niente tasse, niente lavoro, niente intruppamento — aggiunse Hamarverd [Abitante del pianeta]”.

Il secondo pianeta visitato, di nome Igea, abitato da naturalisti ambientalisti, è anch’esso fondato sull’antiautoritarismo e su una sorta di primitivismo basato sulla vita salutare e sulla cura del fisico e della mente: gli abitanti girano nudi e l’equipaggio militare con sergenti, truppa ecc, per non offendere gli usi locali, sono costretti ad andare in giro anch’essi nudi, fra dialoghi esilaranti e commenti ironici degli abitanti del luogo (per la verità un po’ boriosi e fanatici) sui corpi pallidi e flaccidi dei terrestri. Qui però riusciranno ad impiantare una sorta di consolato, anche se gli abitanti di Igea dimostrano un essenziale antimilitarismo istintivo:

Sentite — tagliò corto l’ambasciatore (terrestre) — Io voglio solo venire a un’intesa col vostro governo.

Su che cosa? — indagò il sindaco, tormentandosi la barba con un’espressione furba.

Circa un accordo militare.

Militare? — Il sindaco Bouchaine strinse gli occhi fino a farli scomparire quasi del tutto. S’immerse in un profondo raccoglimento, poi confessò: — Ho letto questa parola da qualche parte, probabilmente nei libri di storia, ma non ricordo assolutamente che cosa significa.

Voi non avete esercito? Non avete soldati?

Esercito? Soldati?”

Il terzo pianeta denominato Kassim è stato fondato da fanatici religiosi: qui la nave terrestre non trova nessuna forma di vita e gli abitanti, a quanto pare, si sono autoestinti… il messaggio non potrebbe essere più eloquente.

Sul quarto pianeta, il più interessante di tutti, vive una popolazione evoluta, che non conosce l’uso del denaro e fonda la sua società sulla disobbedienza civile e sulla libertà assoluta: ogni attività volontaria che arreca vantaggio ad un altro determina un’ ”ob” – obbligo – che si scambia con un analogo ob, in altre parole con un lavoro ritenuto utile alla collettività. Le parole più utilizzate sono “fift” (fatti i fatti tuoi) per rifiutarsi di rispondere e “libertà, mi rifiuto” come arma di disobbedienza civile. Gli abitanti del pianeta “K229” adottano una filosofia pacifista e gandhiana (gli abitanti definiscono loro stessi appunto“gand” a differenza dei terrestri ritenuti “anti gand”):

Non fidatevi delle apparenze — disse Jeff. — Abbiamo più di quanto voi pelandroni potete immaginare.

Per esempio?

Be’, tanto per cominciare, abbiamo l’arma più potente che sia mai stata concepita dalla mente di un uomo. Siamo gand, capito? Non abbiamo bisogno di navi, fucili e altri giocattoli. Abbiamo qualcosa di meglio, di più efficace. Non c’è difesa contro di quella.

Accidenti! Mi piacerebbe proprio vederla (…). Ma naturalmente, non ci aspettiamo che ci riveliate segreti tanto preziosi.

Non c’è niente di segreto — rispose Jeff, tranquillissimo. — Potete averla quando volete, e gratis. Volete sapere perché?

Magari!

Perché funziona solo in un senso. Noi possiamo usarla contro di voi… ma voi non potete servirvene contro di noi.

Sciocchezze! — disse Gleed. — Non esiste un’arma simile. Fatemela vedere, se è vero.

Scendendo pesantemente dallo sgabello, Jeff andò alla parete, staccò una targhetta lucida e la porse all’altro attraverso il bancone.

Potete tenerla — disse. — E buon pro vi faccia.

Gleed la esaminò, rigirandola tra le dita. Non era altro che una striscia ovale di una sostanza che sembrava avorio. Da un lato era liscia. Dall’altro, portava una scritta incisa in lettere dorate: «L.M.R.».Lanciando un’occhiata a Baines, con espressione perplessa, Gleed osservò: — E la chiamate un’arma, questo coso?

Sicuro.

Allora, proprio non capisco. — Passò la targhetta a Harrison: — E tu?

No. — Harrison la esaminò con cura. — Che cosa significa questo «L.M.R.»?

È gergo formato con le iniziali — spiegò Baines. — È diventato il motto del pianeta. Potete vederlo scritto dappertutto, se già non l’avete notato.

L’ho visto qua e là, ma non ci avevo dato importanza. Ora ricordo che era scritto in parecchi posti, compreso il locale di Seth e quello dei pompieri.

Ed era anche sul fianco dell’autobus che non abbiamo potuto scaricare — fece eco Gleed. — Ma per me, non significa niente.

Significa tutto, invece — disse Jeff. — «Libertà Mi Rifiuto».(…)

(…) Per esempio… — disse Gleed. — immagina che, quando ritorno a bordo, quel rinoceronte del sergente Bidworthy mi dia un ordine. Io lo guardo impassibile e dico: «Mi rifiuto». Che succede? Ne segue, come un’inviolabile legge di natura, che lui casca fulminato, oppure mi sbatte al fresco.

Il che ti farebbe bene.

Aspetta… non ho finito. Io sono in gattabuia, rinnegato e vituperato da tutto l’ufficialame, ma l’ordine va eseguito ugualmente. Perciò, Bidworthy si sceglie qualcun altro. La vittima, un mio collega, fa la stessa faccia ebete e dice: «Mi rifiuto». Viene sbattuto al fresco e io non sono più solo. Bidworthy tenta di nuovo. La prigione non tiene più di venti persone e così gli altri vengono rinchiusi nella mensa ingegneri (…) [poi in altri spazi al punto da] riempirli fino al soffitto di gente che si rifiuta — continuò Gleed che traeva un piacere sadico da quell’immagine. — Finché alla fine Bidworthy deve prendere secchio e spazzola e mettersi a lavare i ponti, mentre Grayder, Shelton e gli altri ufficiali si alternano al turno di guardia. Intanto Sua Eccellenza l’ambasciatore è in cucina a preparare il pranzo per tutti, assistito da tutti i suoi burocrati!

(…)

Harrison osservò: — Di’, pensa se ogni essere vivente dell’impero terrestre, da Prometeo a Kaldor Quarto, attraverso milleottocento anni-luce di spazio, ricevesse la bolletta delle tasse, la stracciasse in mille pezzi e dichiarasse: «Mi rifiuto». Cosa credi che succederebbe?

Non ci sarebbero più tasse. Le autorità dovrebbero farne a meno, volenti o nolenti.

Succederebbe il caos. — Harrison accennò alla fontana e ai bimbi che vi giocavano attorno. — Ma qui non c’è caos. Io non lo vedo, almeno. Evidentemente, loro non approfittano di quest’arma del rifiuto. La usano con criterio, su basi stabilite di comune accordo.”

Inoltre, nel pianeta K229 la terra da coltivare, ma anche altri mezzi di produzione, è considerata bene comune appartenente a tutti:

Voi volete una fattoria. La vorreste sulla Terra, ma è impossibile. La Terra dice: «No! vattene!». Perciò, dovete farvela altrove. — Aspettò che le parole producessero il loro effetto, poi aggiunse: — Qui potete averne una senza la minima difficoltà. — Fece schioccare le dita. — Così! —

Non prendetemi in giro — pregò Gleed, che moriva dalla voglia di crederci. — Come sarebbe a dire?

Su questo pianeta, ogni pezzo di terra appartiene alla persona che lo ha in possesso, alla persona che ne fa uso. Non dovete fare altro che cercarvi un pezzo di terra libero e coltivarlo, e nessuno vi contesterà il diritto di proprietà finché continuerete a coltivarlo. Nell’attimo in cui comincerete a servirvene, sarà vostro. Nell’attimo in cui cesserete di usarlo e lo abbandonerete, chiunque avrà diritto di impossessarsene.”

Una comunità anarchica in tutto e per tutto , come l’avevano ipotizzata Proudhon, Kropotkin ecc. Ed è proprio qui che la maggior parte dell’equipaggio al motto di : “Libertà , Mi rifiuto” deciderà di non ritornare sulla terra e vivere lì in pace ed armonia con gli uomini e la natura: la nave riparte con a bordo quasi solo gli ufficiali ed i politici.