Antispecismo, una critica

Prendo spunto dagli articoli comparsi su passati numeri di Umanità Nova per esprimere le mie personali perplessità sugli approcci e le teorie antispeciste ed animaliste, che ultimamente van di gran moda all’interno del movimento anarchico, e non solo. Non commenterò l’articolo apparso nel n. 26, né le sue provocazioni (che del resto mi han convinto ad inviare questo testo), più che altro per pietà verso lo stesore, capace di paragoni tra pecore galline e donne sfruttate, tra morti nel mediterraneo e vitelli macellati. Spero si renda conto da solo della stupidità di ciò che sostiene.

L’ come distrazione ideologica.

L’atteggiamento oltranzista e fideistico degli antispecisti (ben esemplificato dalla distribuzione di patenti di ) non giova sicuramente ad ampliare la riflessione sul ruolo che la specie umana tiene o dovrebbe tenere nei confronti della natura – tutta – che la ospita, e neppure alla critica costruttiva sugli abominii della produzione alimentare capitalistica (analizzata a fondo, anche se solo per la parte animale, dalla letteratura animalista).

Ben vengano le riflessioni sulla intersezionalità delle lotte e sull’aggiornamento delle ‘teorie otto/novecentesche’; come movimento e come individui sarebbe più che ora di spostarsi da una visione mirata alla soddisfazione dei propri bisogni materiali (peraltro senza attenzione a quanto questi siano indotti e/o fatui), verso un approccio che si potrebbe definire più comprensivo, cioè che tenga in conto anche l’impronta ecologica e sociale dei nostri consumi e desideri, delle nostre azioni e riflessioni.

I soviet e l’elettricità non fanno il comunismo, soprattutto se l’elettricità proviene dalle centrali nucleari. Sicuramente poi l’approccio classista occidentale alle lotte, spesso incentrato sull’aumento della capacità di consumo o degli standard di vita, omette e dimentica tematiche fondamentali, che solo a tratti emergono nell’opposizione al capitalismo estrattivista e nei dibattiti sul consumo consapevole.

Un gravoso percorso di riflessione è davanti a noi tutti, soprattutto a noi occidentali che ancora non elaboriamo completamente (per comodità o per ignoranza) l’ampiezza dell’espropriazione coloniale e le infami colpe sociali ed ambientali sulle quali basa il nostro benessere.

Anche la coscienza della catastrofe ecologica, già ampiamente in corso, pare essere annebbiata dalla praticità e comodità di alcuni gadget che lo sviluppo che l’ha provocata ci fornisce (tra i quali, beninteso, anche il pc su cui sto scrivendo)

In tale periodo, di confusione e di necessità di informazione e di dibattito, volto ad individuare delle alternative ed a combattere uno sviluppo idiota e distruttivo, incentrare la propria azione e riflessione sull’allargamento di presupposti ‘diritti’ agli è, a mio avviso, da una parte un frutto teorico del benessere borghese, dall’altra un preoccupante sintomo di quanto lontani siamo da teorie e pratiche universali e rivoluzionarie.

Per intenderci, si leggono molte più documentate riflessioni e ardenti condanne su come vivono e muoiono i polli, che su come vivano e muoiano i carcerati o i popoli lontani (e/o non ‘connessi’).

Ci si scalda per l’agnellino ed il beagle a colpi di like o di azioni dirette ma si conoscono a stento, per cenni, l’estensione delle predazioni e delle dominazioni mondiali; l’ignoranza – tanto per fare un esempio – sulle situazioni politico/economico/ambientali africane o asiatiche è immensa e la noncuranza con cui si continua a centrare il dibattito sulle questioni occidentali o al massimo mediorientali altrettanto manifesta.

Quel che voglio significare, mi si scusino le divagazioni, è che vedo ben arduo andare a spiegare l’antispecismo a chi muore di fame, a chi si vende i figli per provare a campare, a coloro a cui si rubano la terra e le fonti di sopravvivenza, a chi è schiavo ed a chi è sotto le bombe, perché ha avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata di mondo.

Ben più concepibile, ed infatti accade, che nel seno di una società nel pieno della decadenza borghese e con una sicurezza alimentare che sfocia nello spreco generalizzato, si arrivi a rendere ideologicamente prioritario il ‘diritto’, l’uguaglianza’, degli animaletti tanto carini che l’immaginario televisivo e internettiano ci propone, povere innocenti vittime della barbarie umana.

Le vittime della barbarie umana ci sono, a miliardi, nell’ambito della nostra stessa specie, senza bisogno di andare a cercare oltre; ma forse considerarle ci imporrebbe anche di cambiare il nostro modo di concepire la vita, il consumo ed i cosiddetti ‘diritti’, e questo, mi pare, sia meno di moda e meno comodo.

La produzione di cibo.

Detto ciò, ritorno alla questione alimentare, che meriterebbe molta maggior attenzione, dato che rappresenta uno dei pochi bisogni ineludibili di tutte le forme di vita ed un campo nel quale il capitalismo ha dato e dà del suo meglio.

Condannare l’industrializzazione e il mercantilismo della situazione attuale della produzione di proteine animali, insieme agli incredibili ed indecenti metodi di allevamento che si applicano, mi pare un’ovvietà. Oltretutto, un buon terzo della carne prodotta a livello mondiale viene gettata per sovrapproduzione.

Peraltro, grande e devastante impatto hanno anche (e forse più) le produzioni capitalistiche di cibo non animale: le monoculture varie ed il loro portato di espropriazioni e sconvolgimenti sociali, di danni incalcolabili agli ecosistemi ed alla biodiversità, di uso intensivo dei suoli e di chimica fertilizzante e diserbante. Va notato che queste produzioni non sono per nulla solo indirizzate all’alimentazione animale, cito per esempio lo zucchero, l’eucalipto, la frutta, la palma e le produzioni per bioetanolo, colza in primis.

Insomma, ridurre il problema delle distorsioni della produzione agro-alimentare all’allevamento intensivo moderno, proponendo la soluzione ‘go vegan e tutto andrà meglio’ è una vera e propria miopia rispetto all’impatto che hanno le produzioni vegetali.

Per quanto riguarda lo sfruttamento della natura, bisogna esser chiari: le metodologie di produzione degli ortaggi, della frutta, dei legumi e dei cereali, la loro selezione varietale negli ultimi 60/70 anni, i meccanismi di stoccaggio e distribuzione in essere, nel loro complesso sono ultra-capitalistici.

Non voglio dilungarmi in esempi che sfortunatamente sono molti (e si spera conosciuti): dal mare di serre in plastica dell’andalucia ai raccoglitori schiavizzati in italia, dai monopoli sementieri all’uso smodato di acqua, fertilizzanti di sintesi e diserbanti. Tutto ciò senza chiamare in causa nè gli ogm né tantomeno le produzioni destinate all’alimentazione animale.

L’impatto sul nostro globo delle produzioni non animali è davastante: basti citare le invasioni di alghe in tutti i bacini interni terrestri, provocate dai deflussi di ammendanti organici e chimici, resi necessari dall’iper sfruttamento dei suoli che ormai hanno perduto la loro fertilità originaria.

Più di un bacino naturale e quasi tutti i fiumi sono stati nel corso dei secoli deviati, snaturati, svuotati ed inquinati dalla cieca programmazione alimentare (il lago d’aral per la produzione di frutta e cereali in asia centrale e la crisi idrica iraniana, sono solo alcuni esempi)

Antispecismo totale?

Preavviso di partire dal campo opposto: sono infatti un contadino, un ortolano, un pastore, allevatore ed uccisore (di conseguenza non solo non anarchico, ma “fascista!” o “assassino!”, immagino) di svariate specie animali e vegetali che, tra l’altro, consumo con gusto quando arrivano sul desco comunitario al quale mi siedo ogni giorno. Proprio da questo, cioè dall’atto del mangiare, nasce una domanda che vorrei porre agli antispecisti: cosa mangiate?

Escludendo le forme di ascetismo e di digiuno continuato, immagino che in qualche modo pure voi vi riempiate la pancia, che sia con frutta e verdura o con derivati dai legumi o dai cereali. Volontariamente tralascio i pasticconi e gli integratori, che meriterebbero un discorso a parte.

Ora, quando si parla di ampliamento di supposti ‘diritti’ verso altre specie animali o della loro ‘liberazione’ o del ‘disumano’ atto dell’allevamento… la domanda che sorge spontanea è: perché vi fermate? Cosa vi hanno fatto, infatti, le forme di vita vegetali per non meritare di essere considerate titolari di diritti? Perché ci si focalizza solo sugli animali, peraltro quasi sempre solo sui mammiferi maggiori, dimenticando, tanto per citare, il cece o l’insalata? Forse che essi non provino dolore? e chi ce lo dice? Forse che non tendano anch’essi alla sopravvivenza, alla riproduzione? Forse che non siano anch’essi sottomessi alla logica produttiva e capitalistica che li priva di ogni facoltà di scegliere?

La vera differenza tra questa vita e quella animale, dove sta? Nella deambulazione? Nella mancanza degli occhi? Nel fatto che noi umani non siamo in grado di percepire il loro dolore? Ben poca cosa, mi pare. Tra la linfa che sgocciola dal pistillo reciso e il sangue che sgorga dalla gola tagliata, la differenza è in fondo solo nella percezione umana.

Una buona parte delle piante che consumiamo viene piantata al solo crudele scopo di fornirci cibo. La microsfera biologica del suolo viene stuprata per preparane il terreno. Quasi tutti i vegetali se lasciati stare in pace hanno cicli di vita ben diversi da quelli imposti dall’uomo produttore e realizzano piuttosto in fretta un habitat proprio.

Molte specie vengono eradicate, cioè uccise, al fine di essere consumate; ad altre facciamo sopportare la metodica e ripetuta asportazione dei loro figli in divenire (i frutti che cogliamo non sono, in fondo, che contenitori per le future generazioni di piante che noi massacriamo allegramente mangiando); di aLuther Blissettltre, addirittura, con sadica perversione, tostiamo la progenitura, la maciniamo, la spremiamo.

Ovviamente, anche i nostri eroi dei diritti per tutti gli organismi dotati di occhi, si riforniranno in qualche modo del cibo a loro necessario, delegando la produzione ad altri più o meno capitalisti e più o meno rispettosi della biosfera.

Questa delega, all’apparenza innocente e che spesso si traduce in una certa ‘moda’ del consumismo etico (portando anche acqua al mulino di chi produce in maniera più ragionata) è a mio modo di vedere il centro della questione. Infatti, se per un attimo proviamo ad allontanare lo sguardo ed a essere obiettivi, l’intero bio sistema è fatto di sfruttamento, predazione, parassitismo: ogni essere vivente ha bisogno, per la sua stessa esistenza, di prevaricarne altri, e a sua volta viene prevaricato.

È la catena alimentare, bellezza. La si può accettare o meno, ma provatevi con i migliori discorsi ideologici ad insegnare ad un gatto a non mangiare il topo, o ad una zecca di non succhiare il sangue al gatto… Allora perché non visualizzarci come un anello di quella catena, forse tra i più forti e forse tra i più stolti, e di prelevare dal resto della situazione solo quello che ci serve, con rispetto e nella consapevolezza del nostro ruolo? Che questo si faccia verso forme di vita animali o vegetali è indifferente.

Oggi, purtroppo, la nostra società si è distanziata dalla natura quanto più poteva, ed insieme ha sviluppato un forte rifiuto della violenza primaria, quella necessaria alla sopravvivenza. Il lanciare facili strali contro la produzione alimentare, il commuoversi per la gallina ingiustamente torturata o per il maiale allevato in mezzo metro quadro, senza però proporre alternative che riguardino la produzione alimentare, mi sembra una grave mancanza.

Sarebbe ora, a mio modo di vedere, di iniziare a considerare la questione dell’autoproduzione delle nostre necessità alimentari, che siano carnivore o meno… sinceramente, tra i vegani e vegetariani che ho conosciuto (così come tra i carnivori, sicuro) ne ho trovati ben pochi che siano in grado di coltivare un orto o di riconoscere le erbe spontanee, men che meno di dedicare a queste attività il tempo e la cura necessari. Non parliamo poi di provvedere al proprio fabbisogno annuale di vegetali.

Ecco. Quest’ultimo punto mi pare il più importante. Perché, amici anarcovegani, al posto di cercare di imporci la vostra visione delle cose, fino al punto di condannare le costinate benefit e di etichettare tutti i carnivori come ‘cattivi non anarchici’, non pensate ad andare a zappare la terra? (detto col massimo rispetto per la nobile attività, beninteso).

Alimentarsi senza delegare, producendo. Assumendosi anche la responsabilità della prevaricazione. Puntando verso metodi non capitalisti ed il meno possibile impattanti e/o crudeli, che siano credibili e praticabili più degli integratori, dei cibi di sintesi e delle boutique del ‘bio’ e del ‘vegan’.

Provateci, magari vi resterà meno tempo per i voli ideologici e per provocazioni del tipo ‘se non mi rispondete è perché non sapete cosa controbattere’, che lascerei più ai giardini d’infanzia che al movimento libertario.

Luther Blissett