Soviet contro dittatura

Nel pensiero e nella storia anarchica, quanto avvenuto in dal febbraio del fino alla morte di , passando attraverso tutti i vari avvenimenti e le sue varie fasi, assume un valore centrale e permette di comprendere meglio l’anarchismo del XX secolo ed il rapporto di esso con i movimenti e le organizzazioni di tendenza marxista.

Negli avvenimenti russi i libertari non solo hanno potuto esprimere in concreto la propria volontà rivoluzionaria, concorrendo in modo sostanziale alla fine del regime zarista prima e alla sconfitta di Kerensky e delle varie Armate Bianche poi,[1] ma hanno tratto analisi, conferme e riflessioni che hanno caratterizzato tutto il pensiero, e quindi l’azione anarchica successiva.

Dal punto di vista teorico, i libertari hanno tratto una drammatica conferma dell’inconciliabilità reale tra anarchismo e marxismo (o, per essere più precisi, “comunismo di stato” o “autoritario” come lo definiranno fin dal 1872), rinnovando le critiche al ruolo dello stato in momento rivoluzionario, alla centralizzazione in un partito, all’autoritarismo per loro insito nel pensiero marxista di cui Lenin, Trotsky e Stalin sono conseguenziali espressioni ed al concetto stesso di “dittatura del proletariato”,[2] sviscerato in ogni suo aspetto: l’intensa suggestione derivata dai fatti di Russia ed il conseguente dibattito interno al movimento anarchico, sono stati l’occasione per una chiarificazione critica dei presupposti basilari dell’anarchismo.

Dal punto di vista pratico, dopo gli avvenimenti della Russia rivoluzionaria la diffidenza reciproca se non anche ostilità tra queste due differenti dottrine politiche, diverranno più nette, anche se, come è ovvio che sia, non mancarono contraddizioni, collaborazioni e persino tentativi, per restare in campo anarchico, di portarvi alcune caratteristiche essenzialmente organizzative del marxismo, ritenuto per questo “vincente”: si pensi all’intenso dibattito di fine anni ’40-inizio ’50, poi ripreso negli anni ’70, in Italia e Francia soprattutto.

In questa situazione di frammentarietà di notizie, all’inizio a causa della situazione bellica e successivamente per la repressione e l’ostilità della stampa cosiddetta “borghese”, per lucidità, cautela nei giudizi ma progressiva presa di distanza se non denuncia, si segnalano quelli che restano, in questo periodo (e forse non solo) gli esponenti più importanti dell’anarchismo: Errico (1853-1932)e quello che è ritenuto il suo più importante interprete e collaboratore, Luigi (1877-1935).

Analizzando gli scritti coevi in merito di entrambe le figure, si ha un riflesso di come l’intero movimento libertario si confrontò con quegli avvenimenti. La notizia della caduta della dinastia dei Romanov arriva in un periodo in cui la popolazione è prostrata dalla guerra e il movimento anarchico italiano vive in una situazione di semiclandestinità, con i suoi giornali chiusi o pesantemente colpiti dalla censura militare, con tanti militanti o sul fronte o incarcerati o esuli. La rivoluzione arriva all’improvviso, cogliendo di sorpresa i militanti anarchici; tra essi, Malatesta, ancora il faro a cui tutti guardano, anche chi lo critica, è in esilio a Londra, mentre Fabbri è impegnato come maestro elementare nel bolognese, evitando così l’arruolamento.

Quanto si viene a sapere, in modo frammentario e filtrato da organi di stampa “borghesi” o socialisti, provoca anche nel movimento anarchico un’ondata di entusiasmo difficilmente immaginabile. “Fare come in Russia” anche tra i libertari diventa l’obbiettivo cui pervenire. Immediati sono gli appelli alla solidarietà, come quello dell’USI dell’aprile 1917, e gli articoli da cui trapela speranza e ammirazione. Tra questi, significativo il numero unico semiclandestino “Eppur si muove” stampato a Torino a metà aprile 1917 e firmato sotto pseudonimo da Fabbri, in cui si coglie tutto l’entusiasmo per una rivoluzione definita “(…) sublime incendio, che fa tremare sui troni tutti i potenti e infonde il desiderio della rivolta in tutti gli oppressi; un fuoco di purificazione e di liberazione, che illumina le menti assetate di verità e scalda i cuori anelanti giustizia (…).[3]”

Tutto il periodo compreso tra il febbraio e l’ottobre 1917, è caratterizzato da un sostegno incondizionato sia per la Rivoluzione avvenuta, sia verso coloro che, insieme agli anarchici, in un’aurea quasi mitica data la mancanza di informazioni certe, si sapeva che stavano lottando contro il governo di Kerensky per dare una direzione socialista alla rivoluzione avvenuta:[4] i bolscevichi, ed in particolare la loro guida, Lenin. Innumerevoli sono gli articoli usciti sui giornali anarchici che esaltano quanto sta avvenendo in Russia.

Come scrisse un altro esponente anarchico importante del periodo, Luigi Galleani, “[..] Bolsheviki. Nessuno sapeva di preciso cosa volesse dire, ma poiché nessuno sapeva disgiungerlo dalle prime vittorie dell’insurrezione [..] tutti furono bolsheviki!”.[5] Allo stesso modo, analizzando la stampa anarchica coeva, vediamo che data l’incertezza delle informazioni, spesso i termini “leninisti”, “massimalisti”, “bolscevichi”, vengono assimilati a quello di “anarchici”: con questi, si intendono tutti coloro che volevano portare la Rivoluzione all’estremo delle conquiste,[6] e in effetti in questo periodo in Russia libertari e bolscevichi sono effettivamente accomunati dal comune obbiettivo di rovesciare il governo Kerensky. Lo stesso Malatesta, non a caso definito “il Lenin italiano”, al rientro dall’esilio nel dicembre 1919, intervistato da l’Avanti, alla domanda “lei è bolscevico?” rispose:” io sono anarchico, quindi nel concetto rivoluzionario io voglio superare i bolscevichi; ma se per bolscevismo (…) si intende il soviettismo, allora sì, io sono bolscevico”.[7]

Pure Fabbri, nel 1920, ricordò come fino alla rivoluzione d’ottobre dei bolscevichi e delle loro peculiarità in Italia non si sapeva quasi nulla, se non tra pochi “cultori delle cose sociali” ed esclusivamente sotto l’aspetto teorico, mentre allo scoppio della rivoluzione, essendo loro “i più audaci e fortunati condottieri, [..] la classe operaia di tutti i paesi simpatizzò coi bolscevichi”.[8]

Questo clima di confusione, ma di entusiasmo e solidarietà da contrapporre alla campagna degli organi di stampa definiti borghesi, caratterizza tutto il movimento anarchico in quegli anni, tra contraddizioni, suggestioni popolari, miti e tentativi generosi di provare a conciliare quanto avveniva in Russia con le convinzioni libertarie. Ugualmente, il colpo di stato dell’ottobre 1917 inizierà a suscitare qualche dubbio, che comunque non inficia il sostegno alla Rivoluzione.

I primi dubbi emergono sulla rivista L’Avvenire anarchico di Pisa, che già a fine novembre, in un articolo peraltro censurato, definisce Lenin stesso ormai “perduto per la rivoluzione, come tutti i più o meno illustri esponenti delle dittature rivoluzionarie del presente e sarei per dire anche dell’avvenire.[9] Insieme all’Avvenire Anarchico sempre più dubbi iniziano a fare capolino sui giornali libertari, in particolare sul Risveglio di Ginevra, che può contare su una rete di contatti e quindi di informazioni migliore. Fin da subito, in vari articoli si pongono alcuni punti-fermi rispetto ad una condivisione di qualunque moto rivoluzionario: benché in periodo di rivoluzione si possano appoggiare coloro che si oppongono al vecchio regime, questo non implica l’abbandono del principio dell’eliminazione di ogni autorità. Pertanto, vengono rigettate le formule di conquista del potere e dittatura del proletariato.[10]

Queste e altre riflessioni saranno fatte proprie da Fabbri, in un importante articolo del gennaio 1918 sull’Avvenire Anarchico[11] che riflette ancora una volta il clima di incertezza in essere, ma è molto chiaro nel definire quanto per il pensiero anarchico possa risultare inconciliabile e potenzialmente pericoloso, non solo per i libertari come schieramento politico, ma per le sorti della Rivoluzione stessa, questa svolta autoritaria. Pur con tutte le cautele del caso dovute ad informazioni reperite molto spesso su organi di stampa non favorevoli alla rivoluzione, ugualmente si ribadisce non solo che la rivoluzione sociale debba assolutamente accompagnarsi alla libertà politica, ma che se la Rivoluzione si fa Stato, con tutto ciò che esso comporta, si avvia un inesorabile processo autoritario che nega di fatto ogni tentativo rivoluzionario.

Questi concetti, espressi in termini molto chiari e con una tempestività straordinaria rispetto al panorama anarchico europeo, saranno poi ripresi ed ampiamente sviluppati in altri scritti di Fabbri di poco successivi, in particolare Dittatura e Rivoluzione e Anarchia e comunismo “scientifico”, oltre ad innumerevoli articoli e scritti vari, e diventeranno parte fondante della critica alla rivoluzione russa.

Il successivo svolgersi degli eventi susciterà una drammatica conferma ai dubbi degli anarchici italiani. In particolare, in aprile del 1918 in Italia arrivano notizie circa un’ondata di repressione pesante in tutta la Russia contro gli anarchici, in particolare a Mosca e S. Pietroburgo, dove i libertari controllavano interi quartieri; le sedi e diversi organi di stampa vengono chiusi dalla Ceka, e centinaia sono gli arrestati e i morti.

Rispetto a questi fatti, la reazione anarchica è veemente, pari alla grande delusione per la piega che gli eventi stanno prendendo, ma ugualmente si distingue sempre tra la situazione contingente e la Rivoluzione russa intesa come valore assoluto e da difendere.

Può sembrare paradossale, e per molti versi lo è senz’altro, ma questo atteggiamento corrispondeva ai sentimenti del tempo ed alla percezione che gli anarchici avevano non solo dell’importanza assoluta di quanto stava avvenendo in Russia, interpretando gli avvenimenti come massimo esempio a cui rifarsi magari per estendere la rivoluzione in altri stati e constatando che essa godeva di un enorme prestigio popolare, alimentato dalle scarse informazioni che arrivavano, per cui era difficilmente contrastabile, se anche lo avessero voluto, a meno di non alienarsi a propria volta parecchi consensi; ma questa apparente contraddizione tradiva il sentirsi parte attiva di un fenomeno rivoluzionario, che, se pure stava subendo rallentamenti e sconfitte a causa di una fazione al momento più forte, era comunque una causa condivisa su cui provare a ricoprire un ruolo da protagonisti.

A ciò è da aggiungersi la solidarietà politica rispetto alla rivoluzione stessa che era vista come realmente attaccata dalle varie potenze straniere e dalle armate bianche: questo suscitava un ulteriore moto di difesa della Rivoluzione in quanto evento storico, politico e sociale unico, il cui esempio andava esteso ovunque, dimostrando in concreto la fattibilità degli ideali rivoluzionari.

Come esplicitò molto chiaramente Fabbri: “Finche in Russia la Rivoluzione era in pericolo, noi, senza rinunciare alle nostre idee e proseguendo ad informare ad esse la nostra propaganda e la nostra attività, consideravamo che dovere principale nostro era la difesa della rivoluzione contro tutti gli attacchi, le diffamazioni e le calunnie della borghesia; che dovevamo innanzi tutto essere solidali con la rivoluzione, qualunque ne fosse l’indirizzo, contro i nostri governi capitalisti che la insidiavano col blocco della fame e l’aggredivano con le armi, a tradimento, da ogni parte.”[12]

Non mancarono in questo periodo nel movimento anarchico e sindacalista libertario dibattiti e discussioni anche molto accese, che in alcuni casi portarono pure a spaccature, soprattutto, ma non solo, rispetto alla nascita della Terza Internazionale, che, accolta inizialmente in modo favorevole dai libertari, fu presto respinta quasi in toto una volta compreso che i libertari in essa non solo non erano graditi, ma che non avrebbero trovato alcuna condivisione.[13]

Tutto il dibattito libertario del periodo risente pesantemente degli echi dei fatti di Russia. Come abbiamo già detto, in particolare due temi sono ritenuti particolarmente importanti: il ruolo dei ed il concetto stesso della dittatura del proletariato, aspetti che spesso nell’analisi erano affrontati insieme, come contrapposizione tra i due poli in cui si dibatteva la rivoluzione russa.

I soviet rappresentavano effettivamente “la totale negazione di ogni dittatura politica oltre che la negazione della dittatura di stato”,[14] erano l’espressione popolare e libertaria della rivoluzione, esprimendo una prassi federativa e quindi contraria all’accentramento del potere così come si era venuto a delineare con la presa del potere bolscevico. Con la consueta lucidità premonitrice e estremo rigore analitico Fabbri nel già citato Dittatura e rivoluzione riconosce che nella Russia di Lenin i soviet stessi erano di fatto svuotati e che questo fatto era un oggettivo sintomo degenerativo della rivoluzione stessa. Al contrario, la dittatura del proletariato, col suo pesante dirigismo economico e politico mortificava non solo l’autonomia di produttori “liberamente associati” ma rendeva il popolo ancora più schiavo, con la sua “disciplina da caserma” da comunismo di stato, che assommava due tirannidi, quella del governo e quella del proprietario. Del resto, riprendendo l’annosa questione che su altri termini – ma con gli stessi concetti – risaliva agli albori del dissidio tra marxisti e anarchici,[15] la stessa definizione di dittatura del proletariato era un assurdo logico, “poiché la caratteristica propria d’ogni dittatura è il potere accumulato in una o poche persone, e non sminuzzato in una collettività”.[16] Analogamente, era non credibile neanche sostenere che questa fase sarebbe stata transitoria, perché “il potere, appunto perché tale, ha sempre modo di farsi confermare e non revocare, o di rimanere al potere malgrado ogni revoca, per amore o per forza.”[17]

Dalla primavera del 1918, quindi, le critiche al regime bolscevico diverranno sempre più palesi, anche se la Rivoluzione in se era ugualmente difesa. È sempre Fabbri, in questo periodo, a cercare di fare chiarezza rispetto alla contraddittorietà del momento, ricercando una sintesi che potesse chiarire ai libertari quale fosse una linea interpretativa corretta. In una serie di articoli iniziati nell’agosto del 1918, scritti in modo pacato ma determinato, pubblicati dall’Avvenire Anarchico, dopo aver ripreso le consuete argomentazioni circa le differenze tra anarchismo e marxismo ma ricordando l’importanza della difesa della Rivoluzione, ribadisce l’inevitabilità di una degenerazione autoritaria a causa dell’”antico e fatale errore” dell’assunzione del potere di un partito “rivoluzionario”che in realtà impedirebbe alla stessa rivoluzione di esprimersi compiutamente, critica l’argomentazione secondo cui questo accentramento autoritario si era reso indispensabile per salvare la stessa rivoluzione. Secondo Fabbri, infatti, se la Rivoluzione si salverà, sarà solo se permetterà “per virtù di tutte le forze antiautoritarie ed anarchiche esplicantesi liberamente (…) per distruggere […) gli avanzi del vecchio regime, siano le insidie borghesi risorgenti sotto veste democratica, repubblicana o magari socialista”.[18]

Questo articolo è molto importante, soprattutto perché si inserisce in un dibattito complessivo in seno all’anarchismo, in cui, in virtù delle suggestioni degli avvenimenti russi, nel movimento come abbiamo detto c’era confusione sulla natura stessa dell’anarchismo, sui rapporti tra essi e il bolscevismo, e quindi sul come agire concretamente.

A Fabbri, nel gennaio del 1919, si aggiungerà Malatesta, in una lettera a lui indirizzata che ebbe vasta eco nel periodo anche in virtù del prestigio dell’anziano anarchico in esilio a Londra, e diverrà pure, integralmente, la prefazione al libro di Fabbri Dittatura e rivoluzione, che sarà dato alle stampe nel 1921.

Nella sua lettera Malatesta riprende e chiarisce i temi che già Fabbri e tanti altri avevano trattato, con l’obbiettivo primario di fornire una chiave interpretativa salda di fronte alla drammaticità degli eventi. Dichiarandosi d’accordo con Fabbri sulla questione della dittatura del proletariato, ricorda che anarchia significa non governo e quindi, a maggior ragione, ogni dittatura sia lontana dall’anarchismo. Secondo Malatesta, i bolscevichi altro non sono che “dei marxisti, che sono onestamente e conseguentemente restati marxisti (…). Noi rispettiamo la loro sincerità, ammiriamo la loro energia, ma come non siamo mai stati d’accordo con loro sul terreno teorico, non sapremmo solidarizzarci con loro quando dalla teoria si passa alla pratica. (…) Il proletariato naturalmente c’entra come c’entra il popolo nei regimi democratici, cioè semplicemente per nascondere l’essenza reale della cosa. In realtà si tratta della dittatura di un partito, ed è dittatura vera e propria, coi suoi decreti, le sue sanzioni penali, coi suoi agenti coercitivi e soprattutto colla sua forza armata, che serve oggi per difendere la rivoluzione dai suoi nemici esterni, ma che servirà domani per imporre ai lavoratori la volontà dei dittatori, arrestare la rivoluzione, consolidare i nuovi interessi che si vanno costituendo e difendere contro la massa una nuova classe privilegiata”.[19]

Nella prefazione all’edizione spagnola di Dittatura e rivoluzione, Malatesta ribadì le sue critiche alla svolta autoritaria del governo leninista, la cui azione era la “condanna” della rivoluzione stessa: prima con la creazione di un corpo di pretoriani e un esercito che “superò per ferocia” quello zarista; costituì “un innumere burocrazia e ridusse i sovieti a puri strumenti del potere centrale o li sciolse con la forza; soppresse con la violenza, spesso sanguinaria, ogni opposizione; volle imporre il suo programma sociale agli operai e ai contadini riluttanti, e così scoraggiò e paralizzò la produzione.”[20]

Il significato più autentico della rivoluzione, come prepararla nella fase precedente l’insurrezione e quindi come esplicarla, è stato sempre il fulcro del pensiero malatestiano, a cui dedicò praticamente tutta la sua opera e non è possibile in poche righe riportare l’enorme quantità di scritti a tal proposito. Ciononostante possiamo provare a sintetizzare i passaggi essenziali. Innanzitutto, essa è inevitabile, intrinsecamente razionale essendo la risultante della realtà storica e va preparata con l’esempio e la propaganda; pur essendo razionale, la rivoluzione non è atto deterministico ma si basa su un “atto di volontà”, individuale e di massa, quindi non può essere legata ai soli fattori economici; visti i rapporti di forza esistenti nella società sarà inevitabile, nel momento insurrezionale, impiegare la forza necessaria all’espropriazione dei mezzi di produzione e, anche successivamente, alla difesa rivoluzionaria di fronte alla reazione; ma questa violenza dovrà essere sempre proporzionata e mai predominante, così come è da escludere l’uso della forza in periodo rivoluzionario per imporre la propria volontà ad altri, anche perché l’anarchia sarà il risultato della libera volontà degli uomini e le donne, pertanto non può essere predeterminata a tavolino, dovrà essere plurale e permettere libertà di scelta e sperimentazione; anche per questi motivi, va ricercato il più possibile l’allargamento ad altre forze, almeno nella fase insurrezionale, e pertanto nessuna rivoluzione può essere espressione politica ed ideologica di un singolo orientamento. Tra le forze che andrebbero eliminate, essendo espressione di privilegio e potere, vi è lo Stato, inconciliabile con l’idea stessa di Rivoluzione. Compito degli anarchici è spingere le masse verso l’anarchismo, non sostituendosi ad esse ma nemmeno aspettando che lo diventino spontaneamente: le “minoranze rivoluzionarie” esistono ma non devono sostituirsi alle masse, anche perché “l’anarchia non si fa per forza”:[21] tutto verrà con il progressivo estendersi delle idee in mezzo alle masse, per questo è inevitabile una fase di “gradualismo rivoluzionario”, senza forzature. In quest’ottica di rivoluzione “permanente” andrebbe ad innestarsi una società libera e federalista.

Si capisce quindi molto bene la sua avversità a forme totalizzanti di potere quale quello bolscevico, che tanto più si rafforzano quanto meno lasciano libera espressione a soluzioni come i liberi soviet, che al contrario implicherebbero libertà e quindi una reale rivoluzione.

Pochi mesi più avanti, al rientro dall’esilio londinese e accolto al porto di Genova nel dicembre del ’19 da una folla festante, così come in altre città italiane, scrivendo a proposito della nascente Terza Internazionale ribadisce che questa organizzazione non ha niente da condividere con i libertari.[22]

Nel febbraio del 1920 viene fondato a Milano sotto la direzione dello stesso Malatesta, il quotidiano anarchico Umanità Nova che ebbe una notevole diffusione per alcuni anni, prima della soppressione attuata dal regime fascista. Malatesta fino al 1922 cercò di limitare gli attacchi alla rivoluzione sovietica evidenziando le caratteristiche positive, ma non per questo evitando di sottolineare quelle che erano le peculiarità dell’anarchismo, che per forza di cose contrastavano con quanto stava avvenendo in Russia. In più editoriali ed articoli, infatti, la questione russa fu uno degli argomenti centrali della sua riflessione.[23]

A partire dalla fine del 1920, comunque, nella pubblicistica libertaria i giudizi sulla rivoluzione bolscevica si fanno sempre più duri. Emblematico è il confronto tra il saluto “entusiasta” espresso dalla mozione approvata all’unanimità e solidale alla Rivoluzione Russa approvata al Secondo Congresso dell’Unione Anarchica Italiana del luglio del 1920 e quella approvata, sempre all’unanimità, dal terzo congresso di Ancona del novembre 1921: pur riconfermando la sua solidarietà alla rivoluzione, dichiara “di non conoscere affatto il governo russo cosiddetto comunista come il rappresentante della rivoluzione, vedendo anzi in esso il maggior nemico della rivoluzione stessa, in quanto il governo bolscevico si avvia con la sua politica interna ed estera a divenire un governo come tutti gli altri, transigente col vecchio mondo borghese, ma, sia pure con forme nuove e talvolta peggiori, oppressore e sfruttatore del proletariato in nome del quale pretende di esercitare il potere”. Allo stesso tempo, la mozione reclama la libertà degli anarchici perseguitati in Russia per i più svariati motivi.[24]

Pur mantenendosi quindi un atteggiamento di solidarietà di fondo verso la rivoluzione, era cambiato nettamente il giudizio sul governo bolscevico. I motivi sono essenzialmente tre: 1) la possibilità di avere informazioni più dirette da diversi militanti libertari che nel periodo si erano recati in Russia ed avevano informato su cosa stava avvenendo, ovviamente risultando più credibili delle corrispondenze “borghesi”, 2) l’annientamento dell’esperienza machnovista, l’armata popolare essenzialmente contadina comandata dall’anarchico NestorMachno che in Ucraina aveva contribuito non solo alla vittoria della rivoluzione, costituendo un vasto territorio liberato con villaggi federati tra loro, ma anche, spesso in alleanza coi bolscevichi, aveva sconfitto armate bianche, eserciti stranieri e nazionalisti ucraini,[25 3) il massacro di Kronstadt, isola-fortezza al largo di Pietrogrado e importante base navale, la cui flotta era già stata definita dagli stessi bolscevichi “onore e gloria della Rivoluzione” per il coraggio dimostrato. Il Soviet di Kronstadt, raccogliendo il malumore popolare sempre più vasto tra gli operai e i contadini dovuto in particolar modo all’andamento disastroso dell’economia ed alla mancanza di libertà, in stretto rapporto con gli operai di alcune delle più importanti fabbriche di Pietrogrado, a fine febbraio 1921 iniziarono a reclamare elezioni di nuovi soviet liberamente eletti, con voto segreto; libertà di parola e stampa per tutte le forze rivoluzionarie, e la possibilità di creare sindacati per gli operai; la liberazione dei detenuti socialisti rivoluzionari e anarchici; la fine dei privilegi dell’esercito e del partito bolscevico; razioni alimentari uguali per tutti e libertà per i contadini di coltivare come meglio credono. Per tutta risposta, su ordine di Trotzki, che da questo momento nell’immaginario anarchico diventa una delle figure più negative, i marinai e gli altri membri del soviet di Kronstadt (nell’ordine di diverse migliaia) vengono assediati, sconfitti e quindi giustiziati sommariamente.[26]

Questi avvenimenti segnano un punto di non-ritorno nella pubblicistica anarchica. Dopo queste vicende, infatti, non sarà più possibile per i libertari difendere una realtà politica che ai loro occhi ormai non presentava più nessuna caratteristica realmente “rivoluzionaria”, ma al contrario si palesava per la riproposizione di tutto quanto da sempre combattevano: centralizzazione, repressione, pensiero unico. Ugualmente, analizzata dal punto di vista storico, non si poteva negare che essa rappresentasse “(…) il fatto storico più grande ed ancora più promettente per l’avvenire degli ultimi cinquant’anni” [e che] “solo la Rivoluzione russa ha posto chiaro e netto il problema dell’emancipazione operaia, della fine dello sfruttamento e del privilegio di classe. Ha posto il problema, ma non l’ha risolto e si allontana sempre più dalla soluzione.”[27]

La figura dello stesso Lenin, che abbiamo visto assumere all’inizio i contorni mitizzati di un alfiere rivoluzionario, diviene esemplificazione del Potere come altri dittatori prima e dopo di lui. Infatti, alla sua morte, se Fabbri ugualmente riconosce in lui una personalità di grandi doti politiche ed organizzative e le difficoltà oggettive contro cui la sua azione si è dovuta scontrare, Malatesta, in un articolo dal sintomatico titolo “Lutto o festa?”,[28] dopo averlo paragonato alle figure eccezionali di grandi dittatori del passato, scrive: “(…) Egli, sia pure colle migliori intenzioni, fu un tiranno, fu lo strangolatore della rivoluzione russa – e noi che non potemmo amarlo vivo, non possiamo piangerlo morto. Lenin è morto. Viva la libertà”.

La “breve illusione” creata dai fatti dell’ottobre del 1917 era brutalmente terminata, e da lì in poi il rapporto tra anarchismo e bolscevismo fu di contrapposizione ideologica. Se anche le circostanze storiche, in alcune situazioni particolari, portarono a reciproche influenze e collaborazioni, come ideologie esse si posero sempre in modo divergente.

NOTE

[1] Si veda in particolare, nella vasta pubblicistica in merito, AVRICH, Paul, L’altra anima della rivoluzione. Storia del movimento anarchico in Russia, Milano, Antistato, 1978; oppure Volin, La rivoluzione sconosciuta, Carrara, Franchini, 1976, al quale si deve, tra l’altro una puntuale descrizione della nascita del primo Soviet nel 1905 differente dalla vulgata trotzkista e in particolare una delle più dettagliate ricostruzioni, avendo partecipato in prima persona, del movimento Machnovista.

[2] Tra tutti, FABBRI, Luigi, Dittatura e rivoluzione, Cesena, l’Antistato, 1971; LEHNING, Arthur, Marxismo e anarchismo nella rivoluzione russa, Pescara, Samizdat, 1999.

[3] “Eppur si muove!”, a cura del Circolo Operaio Torino, 15 aprile 1917, in BERTOLUCCI, Francesco, A oriente sorge il sole dell’avvenire, Pisa, BFS, 2017.

[4] Giampietro Berti, nel suo Il pensiero anarchico dal settecento al novecento, Manduria-Bari, Lacaita, 1998, definisce il rapporto tra anarchici e bolscevichi come una sorta di “inganno” operato da questi ultimi nei confronti dei libertari che a loro volta si “autoingannarono” cancellando ogni differenza dietro allo slogan “tutto il potere ai soviet!”

[5] GALLEANI, Luigi, Una battaglia, Roma, edizioni Adunata dei refrattari, 1947, in BERTOLUCCI, Francesco, A oriente sorge il sole dell’avvenire, Pisa, BFS, 2017.

[6] FEDELE, Santi, Una breve illusione, Milano, Franco Angeli, 1996.

[7] Cit. in FEDELE, Santi, Una breve illusione, Milano, Franco Angeli, 1996.

[8] Vedi FABBRI, Luigi, Dittatura e rivoluzione, Cesena, l’Antistato, 1971.

[9] Cit. in BERTOLUCCI, Francesco, A oriente sorge il sole dell’avvenire, Pisa, BFS, 2017.

[10] Vedi FEDELE, Santi, Una breve illusione, Milano, Franco Angeli, 1996.

[11] Citato in BERTOLUCCI, Francesco, A oriente sorge il sole dell’avvenire, Pisa, BFS, 2017.

[12] In FABBRI, Luigi, Dittatura e rivoluzione, Cesena, l’Antistato, 1971.

[13] Sull’intenso dibattito in merito, si veda CARERI, GIANFRANCO Careri, Il sindacalismo autogestionario, ed. USI, 1991; MALATESTA Errico, E.Malatesta, Pagine di lotta quotidiana, 2° vol, Carrara, ed. Movimento anarchico Italiano, 1975; ANTONIOLI, Maurizio, Armando Borghi e l’Unione Sindacale Italiana, Manduria, ed. Lacaita, 1991; BORGHI, Armando, Mezzo secolo d’anarchia, Napoli, ed. Scientifiche Italiane, 1954; LEHNING, Arthur, L’anarcosindacalismo, Pisa, BFS, 1994.

[14] In LEHNING, Arthur, Marxismo e anarchismo nella rivoluzione russa, Pescara, Samizdat, 1999.

[15] Volutamente non tra “comunisti” e “anarchici”, poiché a lungo saranno questi ultimi a definirsi “comunisti”.

[16] In FABBRI, Luigi, Dittatura e rivoluzione, Cesena, l’Antistato, 1971.

[17] in FABBRI, Luigi, Dittatura e rivoluzione, Cesena, l’Antistato, 1971.

[18] In FEDELE, Santi, Luigi Fabbri.Un libertario contro il bolscevismo ed il fascismo, Pisa, BFS, 2006.

[19] In FEDELE, Santi, Una breve illusione, Milano, Franco Angeli, 1996.

[20] In MALATESTA, Errico, Rivoluzione e lotta quotidiana. (a cura di Gino Cerrito), Scritti scelti, Vicenza, Antistato, 1982.

[21] In MALATESTA Errico, E.Malatesta, Pagine di lotta quotidiana, 1° vol, Carrara, ed. Movimento anarchico Italiano, 1975.

[22] Vedi BERTOLUCCI, Francesco, A oriente sorge il sole dell’avvenire, Pisa, BFS, 2017.

[23] Vedi MALATESTA Errico, E.Malatesta, Pagine di lotta quotidiana, Carrara, ed. Movimento anarchico Italiano, 1975. e MALATESTA, Errico, Rivoluzione e lotta quotidiana. (a cura di Gino Cerrito), Scritti scelti, Vicenza, Antistato, 1982.

[24] in FEDELE, Santi, Luigi Fabbri.Un libertario contro il bolscevismo ed il fascismo, Pisa, BFS, 2006.

[25] Si veda in particolare: MACHNO, Nestor, La rivoluzione russa in Ucraina: marzo 1917-aprile 1918, Ragusa, La Fiaccola, 1988; ARSHINOV, Piotr, Storia del movimento machnovista, Pescara, Samizdat, 1999; Volin, La rivoluzione sconosciuta, Carrara, Franchini, 1976.

[26] Si veda in particolare: AVRICH, Paul, Kronstadt 1921, Milano, Mondadori, 1971; METT, Ida, 1921: la rivolta di Kronstadt, Roma, Partisan, 1970; Volin, La rivoluzione sconosciuta, Carrara, Franchini, 1976; COSTA, Sergio e POIRTE, Xavier, 1921-1981 Kronstadt, Carrara, Coop. Tipolitografica, 1981.

[27] In FEDELE, Santi, Luigi Fabbri.Un libertario contro il bolscevismo ed il fascismo, Pisa, BFS, 2006.

[28] Umanità Nova, 1 febbraio 1924.