Il “grande fratello” sempre più grande

Le informazioni sui nostri comportamenti in Rete possono rivelare, anche indirettamente, determinati aspetti della nostra vita e della nostra personalità che vorremmo mantenere riservati oppure a conoscenza solo di determinate persone. Questo desiderio è destinato continuamente a scontrarsi con l’aumento inarrestabile della sorveglianza tramite e non solo nel settore degli apparati repressivi statali.

La quantità di dati che vengono registrati ogniqualvolta ci colleghiamo a , usando un computer o un telefono , è molto superiore a quanto si possa immaginare. In alcuni casi gli scopi per i quali queste informazioni vengono raccolte e memorizzate è dichiarato apertamente, in altri bisogna cercarlo tra le centinaia di righe scritte in caratteri minuscoli nei “contratti” che più o meno volontariamente accettiamo, in altri ancora ne siamo completamente all’oscuro.

La maggior parte dei dati raccolti è destinato al sistema mercato, in pratica viene usato per provare a venderci qualcosa. In passato, quando le informazioni erano registrate sulla carta, questo lavoro veniva fatto principalmente in due modi: acquisendo liste ed elenchi oppure tramite sondaggi. Nei primi anni della rivoluzione informatica non era ancora disponibile una potenza di calcolo abbastanza economica da usare per incrociare velocemente ed efficacemente i dati raccolti da diverse fonti. Oggi, il tipo e la quantità di fonti dalle quali provengono i dati personali e la velocità nella loro elaborazione permettono la raccolta di informazioni personali quotidiana e particolareggiata.

Come molte persone già sanno andare su una pagina web semplicemente per leggere una notizia, guardare una immagine o un filmato significa – nel migliore dei casi – lasciarci la nostra “impronta”. Che è più o meno “profonda” a seconda del sito che stiamo visitando e di come è configurato. Non tutti sanno invece che, molto spesso, guardare una singola pagina significa segnalare la nostra visita anche ad altri e senza che ci venga detto. Per rendersi conto direttamente di questo basta installare “Lightbeam” [1] disponibile per il browser “Firefox”. Questa estensione permette a chi la usa di vedere rappresentate graficamente e in tempo reale le connessioni (e quindi lo scambio di dati) che il sito che stiamo visitando ha con altri siti. In alcuni casi questo genere di collegamenti è necessario per il funzionamento del sito principale, in altri serve a registrare il nostro passaggio e le nostre azioni anche per altri scopi. E questa è solo la punta dell’iceberg.

Tra le cose che vengono normalmente registrate ci sono la lista delle ricerche che abbiamo fatto sull’onnipresente motore di ricerca e l’elenco dei siti visitati. Anche solo incrociando questo genere di dati possono essere ricavate e archiviate molte informazioni su di noi. Per ovviare, almeno in parte, a questo genere di intromissioni si può usare un servizio come “DuckDuckGo” [2] che promette di non fare quello che di solito fanno i motori di ricerca.

Fino a questo punto siamo ancora nel campo di cose più o meno risapute e per le quali è possibile trovare qualche scappatoia, in altri casi la cosa è molto più difficile se non quasi impossibile.

Una ONLUS francese ha recentemente messo a disposizione [3] i dati relativi a una ricerca che dimostra come molte delle applicazioni, di qualsiasi tipo, comunemente installate sui cellulari contengono al loro interno dei “tracciatori” in grado di raccogliere e inviare dati, la loro presenza spesso non è segnalata o non lo è chiaramente. Ancora una volta, la rappresentazione grafica di questi collegamenti, spesso nascosti alle persone che usano quei programmi, è molto più concreta di qualsiasi descrizione, come si può verificare guardando la mappa interattiva creata dal “The Haystack Project” [4].

I dati registrati automaticamente, con i sistemi descritti sopra, si vanno ad aggiungere a quelli che si possono ricavare dalla nostra attività sui “social media”, dai video che guardiamo e dagli acquisti che facciamo tramite il computer e la Rete. Tutti archiviati da qualche parte su Internet (e fuori) pronti a costituire la base per descrivere e persino prevedere il nostro comportamento.

Già oggi alcuni ricercatori hanno affermato di riuscire a predire, con una buona approssimazione, alcune caratteristiche personali semplicemente analizzando i famigerati “like” o il nostro profilo su “FaceBook” [5]. Altri sono addirittura convinti che i giudizi sui tratti di personalità individuati tramite le informazioni acquisite automaticamente tramite computer sono più accurati di quelli formulati dagli esseri umani [6].

Ci sono addirittura imprese che, senza usare alcuna informazione di tipo finanziario, danno una valutazione della solvibilità creditizia di una persona arrivando a utilizzare per questo genere di indagini persino i dati fisici ricavati dal cellulare del richiedente, compreso l’uso della batteria [7].

I dati raccolti direttamente da uno dei “giganti” del web vengono analizzati insieme ad altri comprati all’esterno da una delle tante società create negli ultimi anni che stanno accumulando, spesso in modo poco trasparente, una quantità di informazioni personali superiore a quella posseduta da un qualsiasi stato. Il tutto apparentemente per essere usato esclusivamente a fini pubblicitari o di vendita. Ma nulla vieta che possano essere già stati o che saranno utilizzati in futuro anche per altri scopi.

Il “” diventa sempre più grande.

Riferimenti

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Lightbeam_(software)

[2] https://duckduckgo.com/

[3] https://exodus-privacy.eu.org

[4] https://haystack.mobi/panopticon/

[5] http://www.pnas.org/content/pnas/110/15/5802.full.pdf

[6] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4313801/

[7] http://money.cnn.com/2016/08/24/technology/lenddo-smartphone-battery-loan/index.html