I redditi e le loro fonti

I dati presentati da al recente vertice di Davos sono stati l’occasione per uno scambio di mail fra alcuni compagni.

Poiché credo che gran parte della discussione derivi da incomprensioni, approfitto dell’ospitalità di “Umanità Nova” per spiegare meglio la mia posizione e le sue implicazioni nella definizione del Libertario.

Il rapporto Oxfam si basa sui redditi monetari e segnala la polarizzazione della ricchezza nella società; questo rapporto, come è già stato sostenuto, si limita a fotografare gli effetti delle disuguaglianze, senza indagarne le cause.

Detto questo, rimane da capire, visto che i soldi non si mangiano, qual è il rapporto tra redditi monetari e tenore di vita, tra distribuzione del reddito e distribuzione nel processo di e, più in generale, il rapporto tra e distribuzione, e quindi la necessità di modificare i rapporti di e i corrispondenti rapporti di proprietà per modificare i rapporti di distribuzione e avviare il superamento delle disuguaglianze.

Redditi monetari e tenore di vita

Esiste una differenza tra redditi monetari e tenore di vita. Per chi ha un reddito di 3,5 dollari USA al giorno, un raddoppio del reddito a 7 dollari rappresenta un cambiamento radicale nelle condizioni di vita. Ma 3,5 dollari al giorno sono pari, sulla base del rapporto con l’euro del 9 febbraio scorso, a 4,375 euro, cioè 131,25 euro mensili, un aumento di meno del 9% dei salari più bassi. Basta pensare alle proteste che hanno provocato fra i lavoratori i recenti contratti che prevedono aumenti medi di 85 euro. È evidente che nelle metropoli imperialistiche un aumento dei redditi monetari più bassi può facilmente trasformarsi in un miglioramento del tenore di vita; se però noi consideriamo le condizioni delle grandi masse diseredate del pianeta, è difficile credere che un semplice aumento del reddito monetario possa significare un aumento della ricchezza reale, un aumento dei beni e servizi che formano la loro condizione materiale di vita.

Nelle metropoli imperialiste, le “soluzioni keynesiane” non avevano come scopo il miglioramento del tenore di vita delle masse. Scopo della ricerca e dell’azione dell’economista britannico era la stabilità del sistema capitalistico, diminuendo l’impatto delle crisi economiche e garantendo la continuità degli investimenti e la loro redditività. Tale era lo scopo delle sue misure di politica monetaria, che puntavano ad una moderata inflazione per compensare la caduta del saggio di profitto. Come la storia economica c’insegna, l’inflazione colpisce chi gode di un reddito monetario fisso, quindi nell’attuale modo di produzione i lavoratori dipendenti, ancorati a retribuzioni contrattate per periodi lunghi (tre/quattro anni). L’aumento dei redditi monetari, conseguenza dell’inflazione, poteva convivere inoltre con un peggioramento della qualità della vita, simboleggiato dalla sostituzione di beni di buona qualità con altri più scadenti. Le “soluzioni keynesiane” sono alla fine fallite perché la crescente caduta del saggio di profitto, generata dallo stesso sviluppo del modo di produzione capitalistico, richiedeva un aumento crescente dell’inflazione, oppure politiche draconiane di riduzione del prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore.

I problemi che si pongono sono quindi due: da una parte, la rappresentazione distorta che i rapporti monetari danno dei rapporti di produzione e di distribuzione, dall’altra, la ragione che fa sì che tali rapporti, i rapporti di produzione e di distribuzione, che sono rapporti antagonistici di sfruttamento e di oppressione, prendono la forma di rapporti monetari. La risposta a questi problemi rappresenta il nucleo fondamentale della critica dell’economia, e può essere affrontata solo sulla base della critica reale attuata dalle masse sfruttate delle conseguenze dell’economia capitalistica.

Rapporti di distribuzione e rapporti di produzione

Nonostante le grandi masse diseredate rappresentino la fonte viva di ogni prodotto, l’attuale organizzazione della produzione, finalizzata alla massimizzazione del profitto individuale, ignora quasi del tutto i loro bisogni, riducendole a una condizione di pura sopravvivenza. La distribuzione dei redditi monetari, quindi, rispecchia la distribuzione del reddito, la distribuzione dei beni e servizi prodotti in quelli destinati all’investimento e alla produzione, e in quelli destinati al consumo. Questi ultimi sono a loro volta distinti tra quelli destinati ai consumi di lusso e in quelli destinati al consumo delle masse popolari.

In questo senso, se noi consideriamo i grandi settori attraverso cui si sviluppa la produzione e la riproduzione capitalistica, possiamo vedere come il settore destinato alla produzione di beni e servizi d’investimento sia ben più grande di quello destinato alla produzione di beni di consumo, come all’interno di questo settore, la parte destinata alla produzione di beni di lusso sia in costante crescita, a danno di quelli destinati ai consumi più popolari.

La polemica sui consumi indotti è secondo me sostanzialmente moralistica, perché in realtà i consumi sono dettati dallo sviluppo della società: la fame è fame, ma una cosa è soddisfarla mangiando cibo crudo con le mani, altra cosa mangiando cibo cotto con coltello e forchetta, e questo è il prodotto dell’evoluzione sociale, da una parte, e dalla pressione delle masse popolari che affermano il loro diritto a partecipare a questo migliore tenore di vita, che loro hanno creato e prodotto. Bisogna inoltre tener presente che la statistica è in grado di individuare i prodotti, beni e servizi, che entrano nei consumi delle famiglie dei lavoratori, e di registrarli più o meno puntualmente: a fianco dell’indice del costo della vita, esiste uno specifico indice del costo della vita per le famiglie di operai e impiegati, che rileva sì i prezzi di tali prodotti, ma anche quali prodotti entrano in un anno nel consumo di tali famiglie. Quindi è possibile separare, nella massa di ricchezza prodotta annualmente, la quota residua destinata ai produttori reali, dopo i prelievi destinati agli investimenti e alle classi privilegiate, governanti, preti, militari, agrari, speculatori, capitalisti, banchieri ecc. ecc.

Gli economisti trattano due volte le principali categorie: ad esempio nella distribuzione compaiono rendita, salario, profitto e interesse, mentre nella produzione figurano terra, lavoro e capitale come fattori della produzione. Il salario è quel medesimo lavoro salariato che viene analizzato in un altro capitolo. Se il lavoratore non partecipasse alla produzione nella forma del lavoro salariato, il suo diritto a parte della ricchezza sociale annualmente prodotta non assumerebbe la forma del salario. L’articolazione della distribuzione è determinata completamente dall’articolazione della produzione e, al tempo stesso, le forme della distribuzione sono il modo più chiaro in cui, in una società data, si manifestano gli agenti della produzione. Alla considerazione più superficiale, la distribuzione si presenta come distribuzione di prodotti e sussistente ben al di fuori e quasi indipendentemente dalla produzione. Prima di essere distribuzione di prodotti, e prima dei rapporti monetari che da essa derivano, la distribuzione è: 1) distribuzione degli strumenti di produzione e 2) distribuzione dei membri della società fra i diversi rami della produzione. La distribuzione dei prodotti è, quindi, solo un risultato di quest’altra distribuzione, che è radicata nel cuore stesso del processo di produzione e che determina l’articolazione della produzione.

Al singolo individuo la distribuzione si presenta come una legge sociale, che condiziona la sua posizione all’interno della produzione e che, dunque, precede la produzione. Dalla nascita l’individuo non ha né capitale né rendita, ed è la distribuzione sociale che lo indirizza al lavoro salariato. Proprio questo esser indirizzato risulta dall’esistenza, come autonomi agenti della produzione, del capitale e della rendita. In particolare il capitale appare, a questa visione immediata, sia come agente della produzione,sia come fonte di reddito e, inoltre, come determinante determinate forme della distribuzione. Come tali, interesse e profitto figurano anche nella produzione, in quanto forme in cui il capitale si maggiora, s’accresce, dunque, momenti della stessa sua produzione. Interesse e profitto come forme della distribuzione sottendono il capitale come agente della produzione. Si tratta di modi di distribuzione, che hanno come presupposto il capitale come agente della produzione. Son, dunque, modi di riproduzione del capitale. produzione,

Produzione capitalistica e produzione comunista

Non si possono quindi modificare i rapporti monetari senza modificare i rapporti di distribuzione, e non si possono modificare questi ultimi senza modificare i rapporti di produzione. L’abolizione della proprietà privata e l’autogestione nei vari impianti produttivi da parte dei consigli dei lavoratori è la premessa indispensabile di questa trasformazione del processo di produzione e dei rapporti ad esso collegati. Ma non è sufficiente: una “società dei produttori” sarebbe alla fine incapace di rispondere alle molteplici esigenze della società moderna, ai problemi generati dalla disoccupazione, dall’impatto ambientale delle produzioni, per arrivare al superamento della divisione del lavoro sulla base di genere, che ha dato origine al patriarcato, alla divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, all’antagonismo tra città e campagna.

Solo una libera associazione di organismi che rappresentino produttori e consumatori può operare questa trasformazione, trasformando le singole capacità lavorative in un’unica capacità lavorativa, che operi sulla base di un piano concordato fra i singoli individui e i singoli organismi, dal semplice al complesso, e non imposto da un’autorità centrale.

Per rendere possibile tutto questo è necessario riorientare la produzione nel senso di una de crescita reale, spostando risorse dal settore della produzione dei beni d’investimento a quello della produzione dei beni di consumo; imponendo fin da subito una consistente e generalizzata riduzione della giornata lavorativa, rendendo così ai singoli tempo disponibile per partecipare effettivamente alle scelte che riguardano tutti, ed evitare che le pratiche autogestionarie si riducano a stanchi rituali.

Questo modo di produzione superiore, che oltrepassa i limiti del modo di produzione capitalistico e libera la società dal controllo dello Stato si chiama Comunismo Libertario.