Gli anarchici non votano

Facendo un giro su Facebook, o ascoltando le parole e i dubbi di alcuni oppure incontrando taluni personaggi, è possibile sondare il polso di quanta confusione ci sia in giro oggi. Il sottoscritto sarà pure un militante anarchico di lunga data e particolarmente convinto, ma dubito mi si possa dare del fanatico: non mi riconosco certo nell’estetismo anarchico, nei dogmi parolai degli sbruffoni che si credono iperivoluzionari; il mio approccio è sempre molto laico e dialettico.

Andiamo al punto. Gli anarchici non votano, è una scelta intenzionale di carattere politico (professano idee totalmente altre dal conferire il potere a qualcuno, sia pure delegandolo a tempo) e simbolica (non intendono legittimare in alcun modo lo stato), ma anche razionale (la storia ci insegna che il voto non serve a niente, se non a contribuire a mantenere una casta di privilegiati). Non è fobia del voto in quanto tale: in contesti umani e non di potere è perfettamente ammissibile e, anche qui stringendo, non è votando che come suol dirsi retoricamente ci si “sporca le mani” ma attivandosi ogni giorno nelle dinamiche sociali e facendolo dal basso, senza creare ulteriori gerarchie né riconoscendole in alcun modo.

Inutile girarci intorno nascondendoci dietro scuse varie. Questa non è un’elezione “particolarmente importante” (ogni volta c’è un qualche motivo per definirla tale), il “pericolo fascista e/o ultraliberista” c’era ieri, speriamo di no ma presumibilmente ci sarà domani e le e questi non servono a nulla per scongiurarli; non c’è poi alcun partito “di sinistra” – oramai è un ossimoro – in cui i nostri ideali troverebbero ascolto: nessuno, neanche operazioni politiche che si vendono per “nuove”, con un linguaggio basato su di una retorica entusiastica stile imbonitori.

Poi, certo, ci sono candidati bravi e seri, non si è così miopi da non vederli. Non basta però: per un anarchico il giudizio individuale sui singoli non può sostituirsi ad una visione più generale e politica, a meno di non essere ottusi, perché “le brave persone” ci sono sparse un po’ ovunque, nei partiti, forse anche in quelli di destra (ops). Ovunque, però, non contano un tubo e vengono risucchiate dal gioco generale del sistema.

Uno non è anarchico “perché va bene tutto”: no, mia spiace, ma ci sono dei paletti. In estrema sintesi, se le parole hanno un senso, ancora oggi si è anarchici perché si vorrebbe un mondo di liberi ed eguali (sic), senza governo (il che non significa disorganizzazione e caos ma autoorganizzazione popolare: lo diciamo da sempre) e senza stato (inteso come l’espressione del potere politico, esecutivo e giudiziario, non nel senso di “società”). Per questo, se fatico a capire il voto referendario (l’esperienza ci dice che è comunque una truffa e non da risultati concreti, al massimo si riesce ad esprimere solo un’opinione), ancora più quello locale (in base alla solita scusa: “è la mia città, conosco tizio”), che un anarchico possa votare per determinare gli assetti dello stato, camera e senato, contribuire ai suoi meccanismi non sta in piedi in nessun modo.

Non si tratta di “incasellare” le persone in un’identità (ognuno di noi lo è già, che sia conscioo meno), né di dare patenti di anarchismo, ma di svegliarsi e fare chiarezza. Nessun dottore ci ha prescritto di definirci “anarchici”: si può essere genericamente “libertari”, “di sinistra”, “comunisti”… Essere anarchici significa essere tutto questo, ma anche qualcosa di più e questa differenza va rispettata.

Certo, poi ognuno si può definire come vuole e noi anarchici, in particolare, non possiamo certo impedirlo (persino qualche destrorso ogni tanto si definisce tale…), possiamo però pregare di non farlo, per onestà intellettuale. Se, ad esempio, cedete, ogni volta o di tanto in tanto, alla irrazionale suggestione elettorale, per favore, non copritevi con il termine “anarchico”. Certo, come tutti, siamo imperfetti e pieni di contraddizioni, ma con le elezioni – ed il potere politico, economico, culturale – non c’entriamo niente. Evitateci la solita solfa del fatto che lo stato c’è comunque, della supposta alternativa, dei documenti che abbiamo tutti: lo sappiamo bene, ma il fatto di doverci tenere per cause di forza maggiore una malattia non significa che ne dobbiamo tessere le lodi.

L’unico conforto è che nel movimento anarchico reale, militante, chi cade nella trappola dell’elettoralismo sono ben pochi. A questi pochi, comunque, un appello lo vorrei fare.

È inutile, per cominciare, che abusiate ritualmente di Berneri (che non voterebbe mai, tanto meno a queste elezioni) o della CNT del febbraio 1936 (che restò ugualmente astensionista – comunque non ci sono dei prigionieri da far uscire di galera dopo rivolte…) o dei due singoli che conoscete e che vanno a votare pur dicendosi anarchici e, magari, frequentando il movimento. Del resto, siete anche dei tipi curiosi: il 50% dell’elettorato in generale non vota certo non perché divenuti militanti rivoluzionari ma quanto meno perché disillusi dalle promesse del potere politico e voi “anarchici” andate a votare?

L’anarchismo è un’idea importante, con precisi riferimenti politici, storici ed etici, non storpiatelo a vostro uso e consumo. Se volete dirvi anarchici, venite nelle sedi, nelle manifestazioni e dateci una mano nelle varie attività e lotte che facciamo. Altrimenti, non fregiatevi impropriamente di un termine, perché per qualcuno quella parola lì ha ancora un significato preciso e nobile. Cerchiamo di non sporcarlo.