Perché non ho votato “Potere al Popolo”

Non è più il momento di dare consigli a chi ha deciso di votare “”, anzi, se uno è andato a votare il 4 marzo, meglio che abbia votato questa piuttosto che altre liste.

Mi piacerebbe anche a me condividere la speranza che basti deporre una scheda in un’urna per affrettare il cambiamento sociale, che, contrariamente a quanto è avvenuto finora, le classi privilegiate rinuncino in tutto o in parte ai loro privilegi, il governo abbandoni il potere di fronte ad una maggioranza parlamentare, senza ricorrere alla violenza contro le aspirazioni popolari. Anche a me piacerebbe avere tanta fiducia nelle persone da credere che gli eventuali eletti di “Potere al Popolo” sappiano resistere alle lusinghe del potere, ai compromessi della vita parlamentare. Auguro di sbagliarmi e che “Potere al Popolo” possa rappresentare una via breve e facile all’emancipazione della classe operaia, che per me rimane la grande causa a cui ogni movimento politico deve essere subordinato.

Tento di esprimere le ragioni che mi hanno portato a non votare, e a non votare “Potere al Popolo”.

La scelta del movimento anarchico di non partecipare alle , di non recarsi alle urne e soprattutto a non candidarsi deriva da una precisa scelta politica, strategica, teorica e tattica, e non può essere circoscritta ad una dimensione moralistica. Soprattutto per quanto mi riguarda, l’aspetto etico ha un’importanza relativa.

Sono convinto che le scelte della vita quotidiana ci portano continuamente a trovare dei compromessi, fra quella che si vorrebbe l’etica anarchica e la presenza all’interno di una formazione economico sociale antagonista, basata sulla divisione in classi e strutturata gerarchicamente. L’appello ad una presunta coerenza etica si presta quindi ad essere criticato, più o meno a ragione, dal punto di vista delle esigenze individuali, mentre l’appello ad una coerenza astratta non può essere compresa da chi non condivide i presupposti di questa scelta etica.

Mi occuperò quindi di questioni politiche, cioè di scelte collettive, senza pretendere di esprimermi, e tanto meno giudicare, le scelte individuali altrui.

Il movimento anarchico affonda le proprie radici nell’esperienza della prima Internazionale (1864-1881), anzi di quella esperienza è il continuatore più coerente. Nel preambolo al Programma Anarchico, adottato dalla Federazione Anarchica Italiana, si afferma che “è il programma comunista anarchico rivoluzionario, che già da cinquant’anni fu sostenuto in Italia nel seno della I Internazionale sotto il nome di programma socialista”. Il primo punto dello statuto della prima Internazionale afferma che “l’emancipazione della classe operaia dovrà essere opera dei lavoratori stessi”; ciò sta a significare, per la componente anarchica del movimento operaio, che i lavoratori e le loro organizzazioni non possono delegare ad alcuno il percorso che porterà all’affermazione degli obiettivi storici della classe: qualsiasi forma di delega, all’interno della società divisa in classi e all’interno delle istituzioni gerarchiche, si traduce in una rinuncia al protagonismo dell’immensa massa sfruttata, in una delega a quel ceto politico, avvocati, giornalisti, intellettuali d vario tipo, che pretendono di rappresentare il movimento operaio. Il rito elettorale è uno dei momenti in cui questa delega si concretizza. Dal punto di vista anarchico, quindi, l’automovimento della classe operaia è incompatibile con il metodo parlamentare.

In particolare per quanto riguarda l’esperienza di “Potere al popolo”, come per altre liste che si sono presentate in elezioni precedenti, ci troviamo di fronte a raggruppamenti politici in cui ogni riferimento all’emancipazione della classe operaia non solo viene spostato in tempi lontani, come nel caso delle organizzazioni riformiste, ma scompare del tutto. Nonostante il coinvolgimento, reale o auspicato, di settori di movimenti di lotta e sindacali, ci troviamo quindi di fronte ad organizzazioni interclassiste, di carattere democratico-borghese, sia pure radicale, che subordinano l’esigenza di una politica autonoma degli sfruttati alle esigenze della politica borghese.

L’affermazione che i rappresentanti dei lavoratori, anche i migliori tra loro, una volta eletti, finiranno per tradire i programmi su cui si erano presentati alle elezioni, non ha nulla di moralistico. Prima ancora di basarsi sull’esperienza storica, si basa su una conseguente applicazione della concezione materialistica.

Se volete trovare una perfetta descrizione dei meccanismi che provocano le degenerazioni dei che partecipano alla lotta elettorale e delle conseguenze di queste degenerazioni sul movimento operaio, basta leggere la vasta letteratura che si è sviluppata nello stesso ambito socialdemocratico e autoritario, da parte dei gruppi più intransigenti che intendevano sostituire i gruppi ormai corrotti alla guida delle organizzazioni politiche e sindacali. È il caso dei socialisti intransigenti contro i revisionisti e i possibilisti, è il caso dei leninisti nei confronti dei membri della Seconda Internazionale, è il caso dei gruppuscoli della nuova sinistra nei confronti degli stalinisti; salvo poi subire le stesse degenerazioni manifestatesi nei gruppi dirigenti più vecchi.

Non credo sia il caso di parlare di disonestà personale, anche se gli esempi non mancano. Quello che opera è un fenomeno sociale, che costringe che vi partecipa a comportarsi in modo analogo, indipendentemente dalle posizioni teoriche o dell’appartenenza politica. È un fenomeno sociale che l’anarchismo ha denunciato prima ancora che si manifestasse in tutta la sua ampiezza, non sulla base di una valutazione moralistica, ma applicando quella concezione materialistica della storia e del divenire sociale che dovrebbe essere appannaggio esclusivo dei marxisti. In realtà il marxismo, con la sua scelta elettorale, apre una contraddizione tra elaborazione teorica e pratica politica, e siccome anche la teoria si basa sulla pratica, anche l’elaborazione teorica finisce per esserne condizionata. Il movimento anarchico, al contrario, di là delle scelte filosofiche coscienti dei suoi membri, si dimostra capace di elaborare una strategia coerente e non contraddittoria con i presupposti della filosofia della prassi.

Ma, ancora una volta, perché non votare “Potere al Popolo”? Perché questa lista non poteva rappresentare il referente politico di tutti quei movimenti che fanno dell’autorganizazione, dell’autogestione, dell’azione diretta la propria pratica quotidiana?

Innanzitutto c’è da considerare il fatto dell’enorme diffusione delle pratiche libertarie come conseguenza della crisi: l’azione diretta, le occupazioni, le autogestioni hanno permesso a tantissimi proletari di risolvere il problema della casa e, in misura minore, quello del lavoro, del reddito, di rapporti sociali al di fuori della sfera mercantile. Il fatto che questi fenomeni siano stati attuati da persone estranee al movimento anarchico, se da una parte fanno capire come si possano presentare pericoli di degenerazione autoritaria, dall’altra dimostrano la potenza delle pratiche libertarie, che si impongono, come una legge naturale, anche a chi non è cosciente di metterle in pratica.

Ora, a questo vasto movimento, agli attivisti che ne fanno parte, una lista elettorale può offrire un riferimento politico? Lasciando da parte le questioni teoriche o strategiche, credo che a questa domanda possa essere data una risposta vedendo la composizione di “Potere al Popolo” e come essa si presenti come una raccolta di sconfitti e di trombati. Rifondazione Comunista, Rete dei Comunisti, Sinistra anticapitalista, portano alla nuova lista un patrimonio di sconfitte elettorali e di incapacità ad interpretare e dare uno sbocco alle pulsioni astensioniste della maggioranza della classe operaia. Allo stesso tempo, le liste di base che dovrebbero dare un carattere nuovo al movimento mostrano già i segni dei condizionamenti istituzionali.

Un esempio in questo senso è dato da Buongiorno Livorno, lista di “movimento” che si è presentata alle ultime elezioni amministrative, ottenendo un discreto successo di percentuali, ma senza riuscire ad incidere nella massa che si è astenuta. Ebbene, poco prima delle elezioni politiche del 2013, a Livorno furono occupati diversi spazi, fra cui una vasta area edificabile, sottratta così alla speculazione, su cui prese vita l’esperienza degli orti urbani autogestiti, che fece suo lo slogan “cementificazione zero”. Tale slogan sarà poi ripreso dalla lista 5 stelle che vincerà le elezioni amministrative l’anno successivo.

L’azione del gruppo consiliare di “Buongiorno Livorno”, fin dall’inizio, si orienta a trovare un compromesso fra la posizione del collettivo Orti Urbani, cementificazione zero, e quello della cooperativa di costruzioni proprietaria dell’area, che più volte tenta di impadronirsene e di cacciare gli occupanti. È così che si arriva alla proposta di un 20% dell’area da destinarsi a nuove costruzioni e un 80% che dovrebbe rimanere agli occupanti, secondo forme da definire. L’azione di Buongiorno Livorno, affiancata da altri gruppi politici, riesce a far passare la proposta 20/80 fra gli occupanti e a ridurre il collettivo ad una larva. Una volta ottenuto questo risultato, la maggioranza 5 stelle del consiglio comunale approva una mozione che prevede l’edificabilità per il 20% dell’area, ma per il rimanente 80% cancella l’esperienza degli Orti autogestiti, prevedendo un parco!

Nonostante i consiglieri di Buongiorno Livorno si siano scagliati contro l’amministrazione e la maggioranza, resta il fatto che il risultato del loro attivismo nella “stanza dei bottoni” cittadina è che un’area, sottratta alla speculazione dall’azione diretta e dall’autogestione, sarà probabilmente consegnata dalla tattica del compromesso politico di nuovo alla speculazione, se la pratica di ispirazione anarchica non riuscirà ancora una volta a mettere i bastoni fra le ruote ai padroni della città e del cemento.

Ricordo che Buongiorno Livorno è la colonna portante di “Potere al Popolo” labronico.