Il dialogo per il dialogo

L’avvenire è assai cupo.

Perché? Non cè nulla da temere, dal momento che oramai abbiamo affrontato il peggio. Non restano dunque che ragioni per sperare – e per lottare.

Per cosa?

Per la pace.

Pacifista incondizionatamente?[2]

Fino a nuovo ordine, resistente in assoluto – alla guerra ed a tutte le follie che ci vengono proposte.

Insomma, come si dice, non siete nel gioco?

Non in quello.

Non è comodo.

No. Ho cercato lealmente di starci. Ho provato a comportarmi da persona seria! Infine mi sono rassegnato: occorre chiamare criminale ciò che è criminale. Faccio un altro gioco.

Quello del no assoluto?

Quello del si assoluto. Ovviamente, ci sono persone più sagge, che cercano di accomodarsi con l’esistente. Non ho nulla contro di loro.

Dunque?

Dunque sono per la pluralità di posizioni. Si può fare il partito di coloro che non sono sicuri di avere ragione? Sarebbe il mio. In ogni caso, non insulto coloro che non sono sulle mie posizioni. È la mia sola originalità.

Possiamo precisare?

Precisiamo pure. I governanti attuali, russi, americani, talvolta europei, sono criminali di guerra, secondo la definizione del Tribunale di Norimberga. Tutti i politici di casa nostra che facciano riferimento a qualunque partito, tutte le chiese, spirituali o no, che non denunciano la mistificazione di cui il mondo è vittima, sono tutti ugualmente colpevoli.

Quale mistificazione?

Quella che ci vuol far credere che una politica di potenza, quale essa sia, può condurci ad una società migliore in cui la liberazione sociale sarà finalmente realizzata. Politica di potenza significa preparazione alla guerra. La preparazione alla guerra, ed a maggior ragione la guerra stessa, rendono precisamente impossibile la liberazione sociale. Non avete che da guardarvi intorno. La liberazione sociale e la dignità operaia dipendono strettamente dalla creazione di un ordine internazionale. Il vero problema è sapere se vi si arriverà tramite la guerra o tramite la pace. È relativamente a questa scelta che dobbiamo unirci o separarci. Tutte le altre scelte mi appaiono futili.

Cosa avete scelto?

Scommetto sulla pace. È il mio lato ottimistico. Ma occorre fare qualcosa per essa e sarà difficile. È il mio lato pessimistico. In ogni caso, oggi aderisco unicamente a quei movimenti per la pace che cercano di svilupparsi a livello internazionale. È in mezzo a loro che si trovano i veri realisti. Ed io sono con loro.

Avete riflettuto su Monaco?

Ci ho pensato. Gli uomini che conosco non accetterebbero la pace a qualsiasi costo. Ma in considerazione dell’infelicità che accompagna ogni preparativo di guerra e dei disastri inimmaginabili che porterebbe con se una nuova guerra, considero che non si debba rinunciare alla pace senza averne esaurite tutte le possibilità. E poi Monaco è stata già firmata, e per due volte. A Yalta ed a Potsdam. Dagli stessi che oggi vogliono assolutamente distruggerle. Non siamo stati noi a consegnare i democratici, i socialisti e gli anarchici delle democrazie popolari dell’Est ai tribunali sovietici. Non siamo stati noi che abbiamo impiccato Petkov.[3] Sono stati i firmatari dei patti che consacrano la spartizione del mondo.

Questi stessi uomini vi accusano d’essere un sognatore.

Ne prendo atto. Personalmente, preferirei questo ruolo, non avendo la vocazione dell’assassino.

Vi si dirà che siete coinvolto anche voi.

Là, i candidati non mancano. Uomini forti, sembrerebbe. Dunque, ci si può dividere il lavoro.

Questa è non-violenza?

In effetti, mi si attribuisce quest’atteggiamento. Ma è per potermi criticare più facilmente. Dunque mi ripeterò. Non credo che si debba rispondere alle percosse con una benedizione. Credo che la violenza sia inevitabile. Me l’hanno insegnato gli anni dell’occupazione. Non direi perciò affatto che occorre eliminare ogni sorta di violenza, la qual cosa sarebbe desiderabile, ma nei fatti utopica. Dico semplicemente che occorre rifiutare ogni legittimazione della violenza. Essa è allo stesso tempo necessaria ed ingiustificabile. Dunque, credo che occorre conservarle il suo carattere eccezionale, alla lettera, e rinchiuderla nei limiti più stretti possibili. Questo significa che non bisogna darle giustificazioni né legali né filosofiche. Non predico dunque la non-violenza, ne so disgraziatamente l’impossibilità, e, come si dice ironicamente, la santità. Mi conosco troppo bene per credere alla virtù assoluta. Ma in un mondo dove ci si ingegna a giustificare il terrore con gli argomenti più diversi, credo che occorra porre un limite alla violenza, rinchiuderla in specifici ambiti impedendole di giungere al massimo del suo furore. Mi fa orrore la violenza comoda. È troppo facile uccidere in nome della legge o della teoria. Ho orrore dei giudici che non finiscono il lavoro in prima persona, come tanti dei nostri buoni intellettuali.[4]

In conclusione?

Gli uomini di cui ho parlato, nello stesso tempo in cui lavorano per la pace, devono far approvare, a livello internazionale, un codice che preciserà questi limiti alla violenza: abolizione della pena di morte, rifiuto dell’ergastolo, della retroattività delle leggi e del sistema concentrazionario.

Che altro?

Occorrerebbe un altro contesto per precisarlo. Ma se è possibile che fin d’ora questi uomini aderiscano in massa ai movimenti per la pace già esistenti, lavorino per la loro unificazione sul piano internazionale, redigano e diffondano con la parola e con l’esempio il nuovo contratto sociale di cui abbiamo bisogno, credo che si muoveranno nella direzione giusta. Se ne avessi il tempo, direi anche che questi uomini dovrebbero sforzarsi di preservare nella loro vita personale la parte di gioia che non dipende dalla storia. Ci si vuol far credere che il mondo d’oggi necessita di uomini che si identificano totalmente con la loro dottrina, che perseguono dei fini definitivi tramite la sottomissione totale ai loro convincimenti. Credo che questo genere di uomini nello stato attuale del mondo farà più male che bene. Ma ammettendo, cosa che non credo, che essi giungano a far trionfare il bene alla fine dei tempi, penso che occorra che esista un altro genere d’uomo, attento a preservare le piccole sfumature, lo stile di vita, la speranza della felicità, l’amore, l’equilibrio di cui i figli di questi stessi uomini hanno bisogno, alla fine, anche se la società perfetta fosse dunque realizzata. In ogni caso, io parlo qui come scrittore. Gli scrittori sono sempre stati al fianco della vita, contro la morte. Dove sarebbe la nobiltà di questo irrisorio mestiere se non fosse fatto giustamente per perorare instancabilmente la causa degli esseri umani e della felicità?

Traduzione e note di (1)

NOTE

[1] Défense de l’Homme, 10, giugno 1949, pp. 2-3. Défense de l’Homme era una rivista anarchica francese, uscita dal 1948 al 1976, con una spiccata attenzione ai temi della pace e dell’antimilitarismo, diretta inizialmente da Louis Lecoin. L’articolo in questione segna l’avvicinamento dello scrittore-filosofo francese alle posizioni libertarie, che si farà sempre più netto begli anni a seguire.

[2] La questione in gioco, come sarà chiaro più avanti con la citazione degli accordi di Monaco, è quella dei tentativi compiuti, in buona o cattiva fede, pochi anni prima, per evitare la guerra con la Germania governata dal partito nazista, che si risolsero nel rafforzamento della posizione hitleriana. Di fronte alla politica della Russia staliniana, l’accusa classica che veniva rivolta ai movimenti per la pace era quella di favorire di fatto il totalitarismo. L’articolo di cerca soprattutto di rispondere a questo genere di obiezioni ai movimenti pacifisti.

[3] Nikolaj Petkov era figlio di Dimităr Petkov, primo ministro del principato di Bulgaria dal 5 novembre 1906 fino al suo assassinio l’anno successivo. Nel 1936 fu eletto deputato del Partito agrario e si batté contro la politica autoritaria di re Boris III e la sua politica favorevole all’alleanza con la Germania nazista e l’Italia fascista. Esponente dell’ala sinistra del Partito agrario, fu arrestato nel 1941. Dopo essere stato liberato, fu tra i promotori del Fronte Patriottico, che nel settembre 1944 assunse il potere. Divenne vicepresidente del Consiglio nel primo governo Georgiev e firmò l’armistizio con l’Unione Sovietica. Dopo aver mantenuto la coalizione con i comunisti, finì per rompere con loro e dare le dimissioni. Passò all’opposizione, ma il 6 giugno 1947 fu arrestato e poi processato con l’imputazione di complotto contro lo Stato. Condannato a morte il 15 agosto, si vede respingere l’appello il 18 settembre, nonostante le numerose proteste internazionali. Venne impiccato a Sofia cinque giorni dopo.

[4] Si può vedere in questo accenno una nota critica, da un lato, agli eredi di movimenti come il surrealismo che accompagnano a “bombarole” parole di fuoco una prassi di vita borghese, dall’altro, agli intellettuali che alla stessa prassi di vita borghese dei primi accompagnano il plauso alle repressioni ed alle condanne a morte dei regimi totalitari.