Uno stato non glielo auguro a nessuno

Intervento di Tomás Ibáñez alla presentazione del libro omonimo, il 19 aprile 2018 a Barcellona, presso Espai Contrabandos. Barcellona, 2018, editore: www.pepitas.net

Le cinque “cronache inopportune” che raccoglie il libro (con scritti di Tomás e di Corsino Vela, Santiago López Petit, Miguel Amorós e Paco Madrid) manifestavano la perplessità rispetto alle posizioni di alcuni settori libertari di fronte a un referendum convocato nientedimeno che per la creazione di uno Stato.

Ciò che ora voglio affrontare è la questione del “che fare?” nel quadro del “labirinto catalano” e concretamente considero il dilemma politico sollevato da questo “che fare?”.

La verità è che, per quanti condividiamo una sensibilità anarchica e siamo quindi, al tempo stesso, senzapatria, antinazionalisti, anticapitalisti e antistato, non risulta per nulla facile decidere “che fare?” in questo contesto.

Quello che è certo è che in situazioni complesse ciò che è meno indicato è cercare rifugio nelle acque tranquille delle sicurezze dottrinali. Perché quando esistono argomenti di peso a favore di una cosa e del suo contrario, cioè quando le situazioni costituiscono davvero un dilemma, non si possono seppellire i dubbi né screditare i tentennamenti.

Da un lato non vi è dubbio che quando sorge un movimento di lotta popolare quello è il nostro posto e che, di fronte alla repressione, è impossibile restare indifferenti. Di certo questi movimenti popolari sono generalmente eterogenei, sia in termini di composizione sia di obiettivi. Tuttavia, contro un desiderio di omogeneità che è scarsamente libertario, è opportuno ripetere fino alla nausea che “da soli non ce la facciamo” e che lottare esclusivamente con coloro che condividono i nostri postulati porta all’inefficacia e all’impoverimento delle prospettive.

È necessario “meticciare” le lotte e le prospettive se non vogliamo cadere nell’assurdo secondo cui avremmo dovuto inibirci nel Maggio del 68 o durante il 15 Maggio 2011 (movimiento degli indignados, ndt) perché si trattava di movimenti eterogenei.

La gamma di argomenti per motivare un nostro gettarci nella mischia del “labirinto catalano” è assai ampia: la possibilità di aprire crepe, di straripamento, di scardinare il regime del 1978 (anno della Costituzione pactada che segnava una Transizione a metà dal franchismo, ndt), di intessere complicità nel fragore della lotta, di fomentare disobbedienze, di indebolire lo Stato, di aprire un processo costituente dal basso e, tutto ciò, senza avere nulla da perdere nel caso venisse proclamata una Repubblica in sostituzione di una Monarchia o se saltassimo da uno Stato spagnolo a uno catalano, ecc. ecc.

Tuttavia, a fronte di questa lunga lista ci sono altri argomenti che ci mettono sull’avviso di come questo sia uno di quei conflitti in cui non avremmo motivo di partecipare. Ricorrerò a due di questi argomenti.

In primo luogo: è chiaro che prender parte a questo conflitto significa sommare le nostre forze a quelle di chi lo sta protagonizzando, cioè l’, e quindi rafforzarlo. Ma appare chiaro che in tal modo, data la sua attuale composizione politica, quello che stiamo facendo è rafforzare il nazionalismo catalano, con l’aggravante che ciò non sottrae una briciola di forza al nazionalismo spagnolo, bensì lo potenzia.

Cosicché il risultato del nostro coinvolgimento nel conflitto consiste nel potenziare non uno, cosa già di per sé incoerente, ma due nazionalismi. E questo è già il colmo per noi che ci definiamo libertari e libertarie.

In secondo luogo: la ragione per la quale risulta incoerente sommare la nostra forza all’indipendentismo non risiede nel fatto che la lotta per l’indipendenza si proponga di creare uno Stato. Perché vivere e lottare in uno Stato spagnolo o in uno catalano non pone nessun problema specifico.

In realtà qui il problema non risiede tanto nella forma che si vuol dare a ciò che si rende indipendente, bensì in cosa è ciò che si rende indipendente. Perché se ciò che si cerca di rendere indipendente, così come l’entità dove si trova buona parte delle energie per ottenere ciò, si concepisce come una nazione, quantunque questa non si definisca in termini etnico-culturali ma politici, allora si sfocia necessariamente, inevitabilmente, in una società di classe, escludente e statalista.

In tal senso, è chiaro che partecipare al conflitto significa sostenere delle strutture tanto repressive quanto quelle che si vuole sostituire ed è quindi lecito domandarsi cosa ci stia a fare la gente libertaria in quest’avventura.

Restarcene a casa il 1° ottobre? (giorno del referendum indipendentista, ndt) Difendere le urne? Era qui il dilemma in quel determinato momento.

Una considerevole parte della gente ha partecipato al referendum, sia per separarsi dalla e creare uno Stato, sia per difendere le urne. Se la gente vuole votare, nessuno ha il diritto di impedirglielo. Meno che mai a bastonate.

Tuttavia, non dovremmo amplificare né la misura in cui questa partecipazione fu un’espressione della volontà popolare, né la capacità di autorganizzazione che si manifestò. Non dobbiamo dimenticare che a convocare il referendum non fu la gente, bensì istanze di governo (Govern, in catalano). Non fu la gente a formulare la domanda, furono quelle istanze. Non fu la gente a definire il funzionamento delle urne, delle liste elettorali e del sistema di gestione informatica dei voti, fu fondamentalmente un governo che bramava di arrivare a governare, a medio termine, uno Stato vero.

È chiaro che, di fronte alla sproporzione delle forze, il Govern aveva assolutamente bisogno della partecipazione in massa della gente. E il governo seppe gestire le emozioni con l’intelligenza sufficiente affinché molte persone obbedissero all’appello lanciato dal loro Govern.

Da allora il dilemma si è spostato verso il partecipare o no ai CDRs (Comitès de Defensa de la República, strutture di base dell’indipendentismo più radicale, ndt). È un dilemma, perché è nei CDRs chi si muove e lancia la sfida allo Stato. Tuttavia, bisogna che ci domandiamo se si tratta di figure che presentano tonalità libertarie o se ci troviamo di fronte a un banale specchietto per le allodole per reclutare nuovi alleati.

Anche in questo caso, esistono argomenti di peso per ciascun punto di vista: ciò evoca quella che ho denominato la sindrome di Ulisse.

Credo che quando i canti delle sirene paiono irresistibili bisogna fuggire dalla tentazione di tapparsi le orecchie al fine di salvaguardare i principi. Al contrario, bisogna prestar loro un’attenzione speciale, prendendo però delle minime precauzioni per non lasciarsi incantare dalla loro melodia. Ulisse ci riuscì facendosi legare all’albero della sua nave. La mia proposta è di esporci pienamente al canto dei CDRs, ma ancorando la nostra nave a pochi principi che ci aiutino a valutarne il senso.

A mio avviso, quando si tratta di partecipare a movimenti eterogenei, questi principi rimandano a tre considerazioni molto semplici. In primo luogo: chi sono i componenti principali di questi movimenti, vale a dire qual è la loro composizione sociale e politica? In secondo luogo: qual è il loro grado di orizzontalità e di autonomia, reale e non solo formale? Siamo padroni, sia pure un minimo, delle nostre agende o queste stanno in mani altrui? E in terzo luogo: in che misura i loro obiettivi sono sufficientemente compatibili con i valori libertari?

La mia personale sensazione è che i CDRs, non questo o quello in particolare, ma i CDRs nel loro complesso, nell’insieme del territorio catalano, falliscono in rapporto a ciascuna di queste tre considerazioni.

Questo non significa che non ci sia qui materia per il dibattito, perché, se è ben chiaro che i canti dei CDRs sono molto allettanti, tuttavia non sembra che nei nostri mezzi di comunicazione sia così chiaro che si tratta di canti di sirene. Questa circostanza può far sì che Ulisse trascuri la propria prudenza e si lasci incantare, ed è, a mio avviso, quello che si sta verificando.

Traduzione di Pietro Masiello