La lunga onda rosso-bruna

Roberto Pirrone. Non mi ricordavo proprio chi fosse questo tizio. Fino a quando un paio di settimane fa sono andato a comprare il giornale all’edicola-tabacchi dove vado di solito e mi sono trovato in coda dietro a un esagitato che, mentre spendeva alcune decine di euro in Gratta E Vinci, continuava a citarlo alla povera edicolante con gli occhi spalancati come esempio del fatto che “i veri comunisti sono quelli che sono contro gli immigrati”. Finiti i girotondi e le gazzarre della spazzatura fascista e leghista la sera prima, il primo a festeggiare i risultati elettorali che hanno poi portato alla nascita del Governo -5 Stelle la mattina del 5 marzo è stato a Firenze proprio il signor Pirrone. Ex militante del e fino ad allora noto solo negli ambienti dei collezionisti di cimeli dell’Unione Sovietica di cui possedeva una vasta collezione, è uscito di casa con una delle sue pistole e ha sparato “a caso” a una persona che per uno scherzo del destino era un immigrato senegalese. E, peraltro, i magistrati gli hanno pure creduto, nonostante le decine di testimonianze raccolte da Controradio e da altri organi fiorentini di informazione di persone che quella mattina avevano incontrato il signor Pirrone ma che erano ancora vivi. Ma questa, come si dice, è un’altra storia…

Nicolò , detto anche Nicola o Nicolino, fu nel 1921 uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia, firmando l’atto notarile che ne attestava la nascita insieme ad altri cinque persone tra cui Amadeo Bordiga,Umberto Terracini ed Antonio Gramsci. Del gruppo era il più noto e popolare: ex vicesegretario e poi segretario del Partito Socialista Italiano durante gli anni Dieci, era rimasto fulminato da Lenin e dalla rivoluzione d’ottobre ed era stato tra i primi a lanciare l’idea di fondare un partito “bolscevico” che si contrapponesse a sinistra tanto ai socialisti troppo moderati quanto agli anarchici che ormai in Unione Sovietica erano considerati parte del fronte controrivoluzionario dopo la rivolta libertaria di Kronstadt sanguinosamente repressa nel sangue dal Feldmaresciallo Trotzskj agli ordine dell’Imperatore Lenin (1) . Dopo la nascita del PCI fece numerosi viaggi in Unione Sovietica, tanto da meritarsi la nomea di “ambasciatore di Lenin” che se ne serviva per trasmettere “la linea” al neonato PCI e per mantenere rapporti informali con Mussolini, con cui era in stretti rapporti d’amicizia (mai interrotti neanche dopo la nascita del PCI e del PNF) fin dal 1906, quando entrambi erano maestri elementari. In particolare si fece portavoce dell’idea “entrista” dei dirigenti bolscevichi secondo cui i comunisti avrebbero dovuto aderire ai sindacati nazionali fascisti per tentare di “imporre dall’interno la volontà del proletariato” col progetto di “unificare le due rivoluzioni”. Queste posizioni non furono però condivise dagli altri dirigenti comunisti (in particolare da Gramsci e da Terraccini) e solo la stretta vicinanza con Lenin e con Zinoiev salvò dall’espulsione per indegnità politica. L’ambasciatore di Lenin continuò comunque la sua attività e fu grazie alle sue intercessioni che il 5 dicembre 1922 il ministro per il commercio sovietico si incontrava con Mussolini in quello che fu il primo contatto istituzionale del governo bolscevico col governo di un’altra nazione e che fu seguito il 30 novembre del 1923 dal riconoscimento ufficiale dell’Unione Sovietica da parte dell’Italia fascista. Nel 1924 fondò la prima associazione di amicizia italo-sovietica (tra due popoli “affratellati” dalle “rivoluzioni sociali”) e una cooperativa di import-export con l’Unione Sovietica, ma entrambe le iniziative non ebbero alcun successo e, dopo la morte di Lenin e Zinoiev, nel 1927 venne espulso dal PCI. Vi furono poi alcuni anni di apparente lontananza dalla vita politica, ma in cui rimase sempre in contatto con Mussolini (che nei momenti di difficoltà lo sosteneva finanziariamente) con un ruolo di consigliere “occulto” che secondo lo storico Renzo De Felice fu determinante per l’adozione della politica fascista dell’autarchia: Nell’aprile del 1936 fondò “La Verità” ( dalla traduzione italiana del titolo del quotidiano sovietico “Pravda”) una “rivista politica indipendente”, ma totalmente finanziata dal Miniculpop con una tiratura iniziale di 25 mila copie, a cui collaboravano svariati altri ex-socialisti (tra cui Arturo Labriola) e comunisti, e che continuò ad uscire fino all’estate del 1943. L’intento della rivista era esplicitamente quello, dichiarato nell’editoriale del primo numero, di portare “dalla parte del fascismo” che ha messo “in atto una grandiosa rivoluzione sociale” quelli che hanno “oggi come ieri lo stesso ideale: il trionfo del lavoro” e che, arrivata “l’ora della collettività”, hanno “dinanzi agli occhi l’esperimento di Mussolini” che “non è più soltanto una dottrina, è un ordine nuovo che si lancia audacemente sulla via maestra della giustizia sociale”. Per la Pravda italiana il vero ostacolo alla giustizia sociale erano gli antifascisti, “lontani dal popolo” e tutti – da Benedetto Croce ai suoi ex compagni socialisti e comunisti fino agli anarchici – compici delle “plutocrazie” e del “regime liberale”, mentre il regime fascista rappresentava “un’Italia proletaria in lotta contro l’imperialismo capitalistico”, impegnata in“una guerra proletaria per la giustizia sociale fra le nazioni”. Il patto di non aggressione stilato nel 1939 tra Germania e URSS riaccese le speranze di di vedere Roma, Mosca e Berlino “unite contro la plutocrazia occidentale”. Dopo lo scoppio delle ostilità tra Germania (cui si affiancò immediatamente l’Italia) e Unione Sovietica, nel giugno 1941, dichiarò in un editoriale che da allora in poi la sua “attività giornalistica” sarebbe stata “incentrata da ora in poi a cementificare nell’animo del popolo italiano l’idea di un fronte solo con la Germania rivoluzionaria e nazionalsocialista”, con cui condivideva “concezioni di ordine economico, morali e l’idea stessa dell’individuo nel rapporto con le collettività familiari, nazionali e mondiali” mentre “il bolscevismo e la plutocrazia erano l’effetto e la causa di tutte le ingiustizie e le crudeltà sociali che hanno avuto le loro storiche manifestazioni nell’affermarsi e nel progredire del capitalismo”. Dopo l’8 settembre, fuggì nel Nord e, quando Mussolini il18 settembre da Radio Monaco annunciò la nascita della Repubblica Sociale con l’obiettivo di “annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro la base infrangibile dello Stato”, aderì con entusiasmo alla RSI, prendendo anche la tessera del Partito Fascista Repubblicano (mentre non aveva mai avuto quella del PNF). Della Repubblica di Salò divenne rapidamente uno dei gerarchi più noti e rimase accanto a Mussolini fino all’ultimo, finendo catturato insieme al Duce e fucilato a Dongo. Pare che le sue ultime parole prima di essere fucilato siano state “Viva l’Italia! Viva il Socialismo!”. La mattina del 29 aprile finì appeso per i piedi al distributore di benzina di Piazzale Loreto, a Milano, insieme a Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti, con un cartello al collo con la scritta “Supertraditore”. Negli ultimi anni ha avuto una vera e propria riscoperta dell’estrema destra italiana. La sua tomba nel famigerato Campo X del Cimitero Maggiore di Milano (dove sono sepolti i repubblichini) è diventata meta di un vero e proprio pellegrinaggio, mentre on line sui siti fascisti si trovano moltissimi articoli su di lui. Le Historica edizioni hanno recentemente pubblicato un libro dal titolo “Nicola , tra Lenin e Mussolini” di Daniele Dell’orco dell’università di Tor Vergata con in copertina il tricolore svettante e al centro il fascio e la falce. A Piacenza è invece attivo ormai da diversi anni il circolo “Nicola ” che organizza spesso iniziative con la Lega. Più di tutti, però, piace ai fascisti del Terzo Millennio di Casa Pound che sulla loro rivista Primato Nazionale rivendicano per un ruolo fondamentale nella storia del PCI non solo come padre fondatore, ma anche per l’influenza che avrebbe avuto nel Dopoguerra, a partire dal carattere “nazionale” del Partito che nel proprio simbolo aveva la bandiera italiana insieme a quella con la falce e il martello. A garantire l’eredità di sarebbero stati i suoi seguaci e sodali che non avrebbero trovato spazio nel MSI (“dominato dal fascismo conservatore e intransigente”) e così “nel dopoguerra non pochi esponenti di quella “sinistra fascista” che aveva avuto mirabili esempi nei sindacati e nei Guf, confluirono nel Pci”.

La sinistra marxista, invece, Bombacci ha preferito per evidenti motivi metterlo nel dimenticatoio. Adesso, però, che con l’arrivo del Governo Lega-5 Stelle, i topi escono dalle fogne, sembra che ci sia una vera gara a raccoglierne l’eredità, difendendo le persecuzioni contro i profughi e i migranti portate avanti da Salvini e dal Governo del Rimbambimento. Ad aprire le danzi, pochi giorni dopo le elezioni è stato il ras televisivo Carlo Freccero che sul Manifesto ha scritto che a non essere preoccupati dell’aumento del numero degli stranieri sono gli abitanti di”piazza Navona o di via Montenapoleone a cui nessun immigrato minaccerà mai il posto di lavoro”. Per Luca Telese, noto opinionista televisivo “di sinistra” (che, in più occasioni, tra una lode a Renzi e una a Berlinguer, si è definito “socialista” e persino “libertario”) invece partecipanti ai presidi di protesta e di solidarietà coi migranti che si sono tenuti a Catania durante il sequestro della nave Diciotti “avrebbero fatto meglio ad andare a Genova ai funerali delle vittime del Ponte Morandi”, facendosi 1269 chilometri e un piccolo viaggio indietro nel tempo di qualche giorno per andare a dare man forte alla claque grillina e leghista. Anche Stefano Fassina, presentando la neonata associazione Patria E Costituzione non ha trovato di meglio da fare che prendersela con chi aveva partecipato al presidio al porto di Catania e alla manifestazione tenutasi a Milano durante l’incontro Salvini-Orban stigmatizzandoli come “liberalprogressisti”. Poi ci sono quelli del Partito Comunista di Marco che si sono premurati di scrivere a decine di giornali – dai quotidiani locali al settimanale Left – per dire che loro stanno “dalla parte dei lavoratori italiani” e che quindi “non è vero che la sinistra difende gli immigrati”. Lo dice anche l cantante pop Eros Ramazzotti, che ha avuto “un papà comunista” e che adesso sta con Salvini che ha “svelato l’ipocrisia” perché ha detto che quelli che sono favorevoli ai migranti se li dovrebbero prendere in casa (che è una di quelle cose intelligentissime tipo dire chi vuole gli ospedali dovrebbe mettersi una camera operatoria in cucina – chi vuole le scuole una lavagna in salotto – chi vuole la polizia una volante in garage etc). Insomma, per essere “veramente” di sinistra bisognerebbe far proprio lo slogan “prima gli italiani”, inventato da Casa Pound (che ne detiene ancora l’uso esclusivo per le schede elettorali) e riciclato con grande successo da Salvini. D’altra parte è una tendenza internazionale, nella Linke tedesca sta per avvenire una scissione ad opera dell’ala legata ad Oskar Lafontaine che giudica troppo permissive e “ostili agli interessi dei lavoratori tedeschi” le rigide politiche d’accoglienza della Merkel, mentre per Melanchon, il maximo leader di France Insoumis i migranti “rubano il pane” agli operai d’Oltralpe.

Per tornare al Belpaese, il campione della categoria è sicuramente il filosofo-fighetto, noto protagonista di talk show televisivi e grande sostenitore del Governo del Rimbambimento Diego che dopo essersi diplomato al prestigioso liceo classico “Vittorio Alfieri” di Torino, s’è laureato in filosofia e dopo un dottorato di ricerca e alcuni anni come ricercatore presso l’Università Vita-Salute San Raffaele è adesso professore presso lo IASSP (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) di Milano“che – come si legge sul sito di – «aspira a creare una élite pensante che possa ricoprire ruoli di primo piano nello sviluppo non solo culturale del Paese», una nuova classe dirigente «in rivendicata antitesi con i principali spazi di formazione e addestramento al pensiero unico politicamente corretto liberale, liberista e libertario», ponendo invece «in primo piano l’interesse nazionale». Per come per Bombacci l’interesse nazionale è primario mentre “le sinistre mondialiste, fucsia e traditrici di Marx, utilizzano l’antirazzismo in assenza di razzismo”. Per questo, lui preferisce i fasci e oltre a scrivere sul Fatto Quotidiano da maggio tiene una rubrica settimanale “La ragion populista” sul Primato Nazionale. Con Casa Pound peraltro collabora da tempo. Nel 2014 è stato ospite della casa madre dove il suo intervento è stato molto applaudito soprattutto quando ha detto che “fascisti del terzo millennio” e “comunisti sans phrase” dovrebbe combattere uniti contro “il fascismo del capitale e della finanza”, invece di “beccarsi come i polli di Renzo”. E’ quello che hanno sempre detto i rosso-bruni di tutte le epoche, lo dicevano alla fine degli anni ’60 “avanguardisti” come Stefano Delle Chiaie o Mario Merlino. E prima di loro le diceva Bombacci, il fondatore del PCI appeso a Piazzale Loreto.

NOTE

(1) “Lenin ha detto che il comunismo è il potere dei soviet più l’elettricità, ma a Kronstadt il popolo ha capito che il comunismo è la commissariocrazia più le fucilazioni” (dall’ultimo numero dell’Izvestia di Kronstadt, 9 marzo 1921)