100 miliardi di debito

Tito , presidente dell’, ha affermato che introdurre nel sistema previdenziale la quota 100 con un minimo di 62 anni di età e 38 di contributi insieme allo stop all’indicizzazione alla speranza di vita per i requisiti contributivi nella pensione anticipata porta a un “incremento del pensionistico destinato a gravare sulle generazioni future nell’ordine di 100 miliardi”[1].

Questa affermazione ha provocato la replica piccata di Salvini, attuale ministro dell’interno. Con il solito tono arrogante, il capo della Lega ha invitato Boeri a presentarsi alle elezioni e ha affermato di avere più a cuore le condizioni dei lavoratori prossimi alla pensione delle opinioni dei professori.

Senza avere le competenze di Salvini né la sua credibilità presso gli organi di informazione, cercherò di dimostrare l’inganno che si nasconde nelle parole di Boeri e se Salvini è così premuroso nei confronti degli sfruttati.

Diamo per scontato che i numeri citati da Boeri corrispondano ad un futuro credibile. Il debito a cui fa riferimento Boeri è quello generato dalla previsione di spesa per le pensioni erogate in più in conseguenza delle modifiche previste nel DEF. Non è quindi un debito reale, ma solo previsto e, soprattutto, su questo debito non si pagano interessi. Sì tratta in sostanza di maggiori uscite di cassa, alle quali dovrebbero corrispondere maggiori entrate, cioè un aumento dei contributi previdenziali. Se i contributi corrispondono alle uscite, non si genera alcun disavanzo e quindi il debito non esiste. La politica previdenziale seguita in questi anni dall’INPS su indicazione dei governi e delle istituzioni internazionali è stata quella di ridurre i contributi a carico dei datori di lavoro e quindi ridurre le prestazioni. Questo, dal punto di vista della critica dell’economia politica, si chiama riduzione del prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore. È chiaro che ogni aumento delle prestazioni senza un contemporaneo aumento dei contributi si trasforma in maggior debito .

Ma perché il debito dell’INPS incide sul debito pubblico? Il primo passo in questo senso fu compiuto dal regime fascista. Nel 1933 il governo Mussolini trasforma la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali, già obbligatoria per 12 milioni di lavoratori dal 1919, in Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale. Le ragioni di questa trasformazione sono da ricercarsi da una parte nel completamento del quadro totalitario e corporativo dello Stato fascista, dall’altra nella crisi finanziaria che aveva colpito anche l’Italia, dopo la crisi di Wall Street del 1929. Il governo fascista – anche allora! – aveva deciso di sostenere le banche sull’orlo della bancarotta e,per fare cassa, non aveva trovato di meglio che mettere le mani sui fondi della previdenza dei lavoratori. Furono costituiti così l’Istituto Mobiliare Italiano e l’Istituto per la Ricostruzione Industriale; secondo calcoli dello stesso IRI, il salvataggio bancario del 1933-34 causò una perdita di 5.797 milioni di lire correnti. Per dare un’idea della voragine, nello stesso periodo le entrate complessive dello Stato italiano furono di 18.046 milioni di lire.

Il governo fascista, che si era appropriato del salario differito dei lavoratori, fu costretto a garantire comunque le prestazioni future dell’ente di previdenza. La successiva perdita dell’aggettivo fascista, nel 1943, dal nome dell’istituto di previdenza non cambiò la situazione. Negli anni 70 del secolo scorso furono affidati all’Istituto compiti di assistenza (assegno sociale, integrazioni delle pensioni al minimo, invalidità civile) che sono gestiti al di fuori del rapporto assicurativo e vengono finanziati in gran parte dallo Stato attraverso trasferimenti all’INPS. Il regime di tesoreria unica, introdotto nel 1984, ha reso strutturale e permanente la manovra straordinaria compiuta nel 1933 dal governo fascista. Con il termine tesoreria unica si intende un insieme di regole e procedure che accentra presso la tesoreria statale le risorse liquide di enti e organismi pubblici diversi dallo Stato; lo scopo è quello di ridurre al minimo il ricorso al mercato monetario per reperire risorse: in altre parole, il governo mette le mani sui flussi di cassa generati dai versamenti contributivi, sopperendo così alla cronica mancanza di liquidità delle amministrazioni statali. Va da sé che le prestazioni previdenziali, garantite dai versamenti contributivi e dalla loro capitalizzazione, vengono garantite dallo Stato ed entrano a far parte del debito pubblico.

Ecco quindi dov’è l’inganno nelle parole di Boeri: lo squilibrio nei conti della previdenza e le conseguenze negative sul debito pubblico non sono conseguenze inevitabili dell’adeguamento delle prestazioni al fabbisogno minimo dei pensionati, ma conseguenze di scelte politiche, compiute successivamente e in continuità da governi di diverso colore politico. Cambiando queste scelte politiche, e quindi adeguando i versamenti contributivi alle pensioni e separando la cassa previdenziale dalla Tesoreria dello Stato, soprattutto impedendo al governo di usare l’INPS come un bancomat, è possibile mantenere in equilibrio i conti previdenziali e ridurre il debito pubblico.

Questa riflessione mette anche in evidenza che Salvini usa l’arroganza per nascondere la mancanza di concretezza delle sue promesse elettorali. Parlare di modifica dell’attuale normativa sulle pensioni, senza porre i problemi dell’aumento dei contributi a carico dei datori di lavoro, della separazione delle casse previdenziali dalla contabilità pubblica, ha l’unico scopo di creare le premesse di un nuovo inasprimento fiscale a danno dei ceti popolari. Tutta la nota di variazione al DEF, tolta la cortina fumogena della polemica con l’Europa, si riduce a questo: cercare risorse per far fronte al previsto aumento dei tassi d’interesse, all’aumento delle spese militari, ai finanziamenti all’organizzazione clericale e alle banche. Il reddito di cittadinanza, la modifica della Fornero sono misure a costo zero, perché saranno pagate con tagli ai servizi già esistenti e con la riduzione delle prestazioni pensionistiche. Il governo cerca di gettare fumo negli occhi fino alle elezioni europee: dopo è già pronto l’aumento dell’IVA.

[1]ANSA: http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/10/11/allarme-boeri-sulle-pensioni-con-quota-100-debito-cresce-100-miliardi_eb58f231-8562-456a-9d27-1aeaa8babfc2.html