Anatomia di un’intelligenza artificiale

Anche per il mercato italiano è ora disponibile Echo, il terminale di Alexa, “l’assistente personale” prodotto . L’oggetto in sé altro non è una scatola nera, di un paio di fogge differenti, dotato di un microfono, di un paio di altoparlanti, qualche circuito e una scheda per la connessione senza fili ma tramite di esso è possibile fare direttamente ordini online – su , ovviamente – richiedere la riproduzione di contenuti multimediali – tramite Music e Prime Video – mandare messaggi ad altri utenti e gestire la domotica, ovvero illuminazione, elettrodomestici, impianti domestici automatizzati. Ma anche gestire agende personali, sveglie, liste della spesa. Un’assistente domestico, appunto.

La potenza di questo ordigno elettronico non risiede nelle sue – scarse – capacità computazionali o nella sua inesistente memoria ma bensì nel fatto di essere un terminale piuttosto semplice che è collegato a una potentissima rete di elaborazione dati. Tutte le informazioni che l’Echo raccoglie dall’ambiente circostante le invia tramite internet al sistema computazione di Amazon che le filtra, le processa, le restituisce all’utente – sotto forma di uno streaming video richiesto, di un’azione su di un servocomando su di un tapparella, di un promemoria vocale o sotto forma di un acquisto – e utilizza lo stesso feedback dell’utente per apprendere e migliorare le proprie capacità.

Lo stato dell’arte, insomma, di quanto il cloud computing – l’elaborazione dei dati a distanza dai dispositivi che li raccolgono – può offrire a livello di prodotti di consumo.

Lo si potrebbe definire una governante in outsourcing. Vi sono delle implicazioni, che non saltano immediatamente all’occhio, in questo prodotto. Intanto i dati vengono processati e immagazzinati da una società privata che potrà così accedere a un livello di conoscenza molto intimo dell’utente e dell’ambiente in cui questo vive, accumulando dati, ovvero materia prima dell’economia digitale, che potranno essere ulteriormente raffinati e venduti.

Se nel corso degli anni abbiamo potuto vedere come i a uso domestico siano diventati sempre più potenti – nell’esperienza di chi scrive si consideri che il che usa ora è trentadue volte più potente, e parliamo solamente di memoria di lavoro, la RAM, di quello che aveva a fine anni novanta – in quanto dovevano integrare nuove funzioni e memorizzare masse crescenti di dati ora siamo di fronte a una modifica di questa traiettoria. I dati – foto, video, documenti personali e no – vengono affidati sempre di più a servizi di conservazione dati esterni – Dropbox, GoogleDrive, Icloud – vi è stata l’esplosione dei servizi di video in streaming – , Amazon Prime Video, a breve FacebookTV e altri – che permettono di non dover più né riempirsi le librerie di VHS o di DVD né di dover scaricare via Torrent, Soulseeker o Emule i video. Stesso discorso per quanto riguarda la musica, basti pensare all’esplosione di una piattaforma come Spotify. Ovviamente stiamo parlando di piattaforme che sono a pagamento, o meglio che sfruttano l’esistenza di un account base gratuito, che permette di accedere a un servizio limitato, ma che permette all’azienda di farsi conoscere e di accumulare dati e metadati – ed è il motivo per cui queste aziende a volte lavorano in perdita per qualche anno – e poi a sistemi di account a pagamento, anche multilivello, che possono essere sfruttati a pieno quando l’azienda ha raggiunto una posizione di monopolio o di oligopolio nel suo settore. Il risultato è che adesso vengono utilizzati terminali relativamente stupidi, come gli smartphone, che necessitano di una connessione permanente a internet per accedere a dati e servizi che risiedono altrove, in uno o più datacenter nel globo. Sorge intanto un problema di privacy non indifferente – che dovrebbe saltare ancora più all’occhio ai militanti che si ostinano ad usare con leggerezza certi servizi – su piattaforme sempre più estese. Si pensi ad Alphabet: gestisce le mail con Gmail, le ricerche via web con , lo storage di file personali con GoogleDrive, la navigazione nel mondo fisico con GoogleMaps, il tutto con una piattaforma unificata dai cui dati si può desumere la vita intera di milioni di individui. O di intere organizzazioni, grazie al processo di outsourcing in cloud di risorse che fino a poco fa venivano gestite internamente: vi è in questi ultimi due anni una forte espansione di servizi di gestionali in cloud e di backup in cloud, per non parlare delle mail. Gestioni, queste in cloud, oscure e assolutamente incontrollabili da parte dell’utente, sia esso un singolo o un’organizzazione.

Ma torniamo alla scatolina magica di Amazon. Esiste un ottimo progetto di analisi di quanto c’è dietro a questo apparecchio: anatomyof.ai, sito web curato da alcuni ricercatori dell’economia digitale che fornisce, purtroppo solo in inglese, un’analisi complessiva di Alexa.

E che ci ricorda come l’empireo digitale del cloud computing, a uso aziendale o a uso domestico, si basi sulla materialità fisica di ciò che ne permette la concreta realizzazione. Catene di approvvigionamento delle materie prime necessarie che si estendono a livello globale, spesso talmente complesse che neanche le stesse aziende che agiscono in posizione di oligopolio hanno idea da chi è che stia effettivamente comprando cosa. Figure lavorative che vanno dai responsabili tecnici delle multinazionali del digitale, pagati anche decine di migliaia di dollari al mese, fino al lavoratore in condizioni semi schiavistiche che estrae i minerali necessari alla produzione di circuiti integrati in Congo. Passando per lavoratori impiegatizi, amministrativi, commerciali, tecnici infrastrutturali di medio livello, moderatori dei contenuti, o manuali, addetti alla posa di cavi, lavoratori della logistica – ricordiamoci che Amazon si è guadagnata la sua posizione tramite la vendita di prodotti fisici e le pessime condizioni di lavoro nei poli logistici han permesso la vendita al ribasso di merce – assemblatori hardware. E che nel capitalismo è dal lavoro umano che si estrae profitto. Anatomyof.ai offre un’interessante rappresentazione grafica di questa dinamica: il frattale a triangolo di Sierpinski. I frattali, come noto, sono oggetti geometrici che riproducono la propria forma su scala diverse, creando uno schema scalabile ma sempre ripetitivo. Ai due vertici alla base del triangolo si trovano il lavoro umano (il soggetto) e i mezzi di produzione (l’oggetto), al vertice il prodotto del lavoro (il soggetto-oggetto, ovvero il frutto della sintesi tra l’oggetto e il soggetto). Il triangolo complessivo di Alexa è dato da una miriade di altri triangoli al suo interno che rappresentano la miriade di rapporti di lavoro, per lo più nella forma di lavoro salariato ma che in alcuni casi sfociano nel lavoro servile e nelle economie informali, che permettono la realizzazione di questo prodotto e la messa a profitto dei dati che esso raccoglie.

Per anni in molti si sono crogiolati nell’idea che l’avvento dell’economia digitale avesse fatto brani della dialettica conflittuale tra classi sociali. Questa ricerca ricorda – a chi se lo fosse scordato, ovviamente – che non è così. L’economia digitale poggia su di un substrato materiale: infrastrutture di rete, server, terminali, edifici che permettono la conservazione in sicurezza di nodi delle infrastrutture in cui avviene l’elaborazione del dato-materia prima. Le nuvole del clouding sono nuvole molto pesanti per quanto ramificate e poco visibili. Un datacenter di una delle grandi piattaforme digitali dall’esterno altro non è che un grosso capannone ma al suo interno nasconde una miriade di sistemi complessi, da quelli che si occupano dell’incanalare e trattare la materia prima e i prodotti lavorati a quelli che permettono il funzionamento di tutto questo: complessi sistemi di raffredamento, sistemi di sicurezza, sistemi di alimentazione ridondanti e impianti antincendio. E questi sistemi sono creati e mantenuti dal lavoro umano, per quanto automatizzato possa essere in alcuni suoi aspetti (quale la produzione fisica di certi componenti, da parte della Foxconn, che comunque andranno spostati, generalmente via nave, testati, progettati, configurati).

L’avvento dell’economia digitale non ha segnato la scomparsa del lavoro umano: anzi. La piena automazione e l’emancipazione dal lavoro salariato potranno avvenire solamente con un cambio del modo di produzione, l’economia digitale potrà semplicemente cambiare alcuni modi in cui si lavora, creare alcune figure e cancellarne altre. Potrà far nascere nuove infrastrutture, così come la seconda rivoluzione industriale ha dato vita a petroliere e oleodotti, ma trascenderà proprio nulla. Certamente milioni di persone verranno spinte ai margini, o anche al di fuori, del mercato del lavoro in condizioni lavorative pessime, pensiamo ai già citati lavoratori della logistica, ma l’automazione sotto il capitalismo può solo disciplinare il lavoro umano, non abolirlo, pensiamo ai braccialetti usati nei centri logistici di Amazon, o meglio ancora alle gabbie/esoscheletro progettate dalla stessa azienda con lo scopo di “razionalizzare i movimenti dei lavoratori” ovvero di aumentarne la produttività nelle otto ore di lavoro salariato, ovvero di incrementare il valore estratto dal tempo di lavoro.

Altro dato da tenere in considerazione è il modo in cui molte di queste piattaforme sono nate. Facebook e Google sono progetti profondamente legati al complesso militare-industriale statunitense, per chi volesse approfondire consiglio la lettura dell’articolo di “Washington e Silicon Valley non si amano ma spiano il mondo insieme” di Luca Mainoldi, pubblicato sul numero di Novembre 2018 di Limes, che offre una buona panoramica dei legami tra lo Stato Profondo USA e i giganti della Silicon valley. Le grandi piattaforme digitali cinesi, prima fra tutti la mastodontica e tentacolare WeChat, sono a loro volta legate a doppio filo allo Stato-Partito cinese e costituiscono la base per la costruzione di un ecosistema informatico chiuso in Cina (o al più aperto a quelle borghesie nazionali che si vorranno legare al Dragone). I progetti di fornitura di connessioni a banda larga, infrastruttura fondamentale per l’espansione dell’economia digitale, sono ovunque finanziati in modo ingente dagli stati. In questo periodo in alcune città italiane si può assistere ai lavori per portare la fibra ottica in centinaia di migliaia di edifici, ammodernando l’intera rete telematica e permettendo connessioni domestiche da 1gb/s, velocità che fino a pochi anni fa erano possibili solo con spese di migliaia di euro per l’utente. Questo progetto permetterà ai provider, Telecom in primis, di offrire a prezzi accessibili connessioni che sono fondamentali per l’espansione dei settori digitali dell’economia: se la connessione non è buona il cloud computing è inutile. Il progetto, OpenFiber, ovviamente non è stato commissionato da qualche singola azienda telematica e neanche da un consorzio di provider: mancano della capacità di spesa e le singole aziende sono incapaci di una simile capacità di progettazione a medio-lungo termine. Infatti OpenFiber è creazione della Cassa Depositi e Presiti e dell’ENEL, anche essa controllata statale.

Alla faccia del libero mercato, con cui si esercitano in voli pindarici certi ammiratori di Musk o di Jobs, si dimostra ancora una volta come lo stato, essendo questo l’organizzazione territoriale della borghesia, sia fondamentale per la creazione di economie di scala.

E non è neanche un caso che nei paesi europei i grandi colossi delle telecomunicazioni, quelli che controllano fisicamente la rete, siano tutti dei controllati statali: sarebbe insensato lasciare un settore strategico all’anomia della singola azienda privata, soprattutto quando su quelle reti passano dati estremamente sensibili e il cui controllo garantisce anche la capacità di controllo su individui e comunità. Sarà mica un caso che in occasioni di ondate di mobilitazioni come quelle avvenute negli anni scorsi con le così dette Primavere Arabe, o come quelle avvenute ad Hong Kong o in Iran, per prima cosa la classe dominante si sia premurata di porre sotto ulteriore controllo le reti telematiche, in alcuni casi chiudendole direttamente?

Come ci può porre di fronte a questo? Lasciando da parte le ipotesi reazionarie proprie del primitivismo e delle sue varianti, che quando non sono abominevoli sono semplicemente fallimentari, è necessario rilanciare la capacità di appropriazione, o meglio di riappriopriazione, delle tecnologie. Tra gli anni novanta e duemila vi fu un fiorire di progetti autogestiti che attuavano in pratica il riappropriarsi delle tecnologie per utilizzarle per l’emancipazione sociale e per supportare le lotte sociale. Esperienze come riseup.net, /Inventati, ECN, han costituito l’ossatura di progetti come Indymedia. L’open source si è espanso dal software all’hardware, pensiamo a progetti come Arduino o RaspberryPi e alle miriade di schede multifunzione che sono usate da milioni di hobbysti e professionisti in tutto il mondo. Esistono progetti tesi a fornire gratuitamente l’accesso a internet ad aree che sono stata ignorate in quanto poco appetibili da un punto di vista commerciale, tramite le reti mesh. Senza stare ad attendere l’ora che volge è possibile, insomma, fin da ora costruire da noi e per noi le nostre infrastrutture, sfruttando quelle che già vengono create laddove necessario, ampliarle e popolarle di servizi, per uscire gradualmente dalla gabbia imposta dai grandi attori digitali, siano essi statali e aziendali.