Antimilitarismo: una questione femminista

Nel 2018 il militarismo sembra non essere un problema troppo impellente per chi si occupa di parità di genere e rivendicazioni identitarie, ma credo che invece debba esserlo per chi lotta da una prospettiva femminista o trans femminista.

Gli eserciti degli Stati occidentali sono un esempio di democrazia, almeno di facciata, per quel che riguarda il rispetto dei diritti civili.

Come dice Ursula von der Leyen, ministra della difesa tedesca, devono essere esempi di «tolleranza nei confronti dei gruppi marginali» e aprirsi «alle minoranze».
Ci viene raccontato che vertici delle forze armate USA si schierano contro l’attuale presidente che vorrebbe, ça va sans dire, ripristinare un modello di esercito precedente all’amministrazione Obama.

In Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti il cambio di sesso è accettato anche tra i militari: anche se ovviamente non si hanno ancora le stesse opportunità dei maschi abili e bianchi, non ci sono troppi ostacoli alla carriera, né per le donne né per le persone transgender; queste ultime sono state accolte solo di recente, ma il loro percorso lavorativo è abbastanza simile a quanto accade negli altri settori del mondo del lavoro.

Le forze armate degli stati nazionali del mondo occidentale hanno ampliato le loro fila seguendo lo sviluppo della mentalità, nella direzione della tolleranza del diverso, purché patriottico, purché certificabile come nazionalizzato.

Sono stati “superati” – quantomeno a livello formale – vari pregiudizi nel corso della storia delle guerre: ad esempio i primi reggimenti di soldati di colore li troviamo già nella civile americana. Durante la seconda mondiale poi, alcune nazioni (Gran Bretagna, USA, URSS), impegnarono donne in vari ruoli, seppur ausiliari. Con Clinton, il pregiudizio “superato” fu quello nei confronti dell’omosessualità, purché non sbandierata (il famigerato “don’t ask, don’t tell”), ed ora è il tempo del mondo LGBT nel suo complesso.

C’è chi sostiene che l’ingresso delle donne nelle forze armate abbia contribuito ad abbattere gli stereotipi che sono alla base del patriarcato.

L’inferiorità delle donne in quanto esseri umani incapaci fisicamente e moralmente di difendersi e di provvedere a se stesse viene superato, dicono, anche attraverso il loro arruolamento che ne fa dei soldati tenaci e motivati, dovendo dimostrare che possono resistere quanto e più degli uomini: chi si è dimenticata del soldato Jane!
Chi la pensa così da una prospettiva femminista, commette a mio avviso un enorme torto nei confronti delle lotte femministe stesse: il torto di non essere in grado di pensare ad una società basata su meccanismi altri rispetto a quelli della sopraffazione e del dominio del più debole. Se nell’immaginario propagandistico infatti è vero che i militari sarebbero i garanti delle “sacre democrazie”, nei fatti gli eserciti servono a proteggere o conquistare gli interessi di pochi, gli interessi politici e – soprattutto – economici di chi ha come unico obbiettivo lo sfruttamento delle risorse del pianeta, siano esse persone o elementi della natura.

Le forze armate degli stati nazionali devono poter essere comandate e usate all’occorrenza dai governi a capo delle varie nazioni e questo significa che ciò che conta sopra ogni cosa è l’obbedienza agli ordini e quindi la strutturazione gerarchica, la capacità di ammazzare altri esseri umani, la capacità di stabilire una gerarchia che consenta di sovrastare, di dominare.

Le forze armate sono uno strumento, un servizio, sono la spada.

Se penso che la mia azione – sul campo di battaglia, su un confine di stato o dietro ad una postazione telematica controllando un arma a distanza poco importa – avrà delle conseguenze reali, lascerà morire persone che migrano in cerca di un posto migliore, truciderà individui fatti di sangue e ossa come me, non posso se non arrendermi alla costruzione di un “altro da me” inferiore, abietto, un essere umano nel quale non posso in alcun modo identificarmi, pena la mia incapacità di essere efficace su larga scala.

Storicamente, le donne sono da sempre state considerate terreno di conquista – come si diceva un tempo – alla stregua delle case, delle vacche e dei tesori presenti nel territorio del nemico. Le donne poi avevano qualcosa in più che si poteva sottrarre nel corso della guerra: la loro capacità riproduttiva. Le donne potevano, anzi dovevano, essere violate sessualmente. Lo è stato ed è ancora un arma di guerra, è il mezzo attraverso il quale il soldato completa il suo dovere di conquistatore, contaminando fisicamente, ma soprattutto simbolicamente, la progenie futura di quei territori conquistati, di quei territori i cui maschi suoi nemici si troveranno ad allevare figli non loro o a ripudiare le femmine rovinate per sempre.

Secondo questa prospettiva, le donne dovrebbero ricordare cosa significa essere state in quella condizione ed esserlo ancora in molte parti del mondo. Le femministe che parlano di decostruzione dall’interno della prospettiva patriarcale delle forze armate attraverso la partecipazione al funzionamento e alla costituzione dell’esercito non dovrebbero mai dimenticarsi di come facilmente potranno ritornare ad essere messe al loro posto, non dovrebbero mai dimenticarsi di chi proprio a partire da una prospettiva femminista cercava e cerca di costruire un mondo basato su altri sistemi, sistemi che non prevedano la sopraffazione ma l’orizzontalità, sistemi che non prevedano la definizione di una identità su base nazionale o di censo, sistemi che sono ancora da pensare e definire ma che partono dal riconoscimento e non dalla distinzione o dalla distruzione.

Per queste ragioni credo che la lotta al militarismo sia centrale in una prospettiva femminista. E’ centrale come lo è la nostra capacità di elaborare relazioni politiche e sociali davvero inclusive e trasparenti secondo una prospettiva che non è pacificata e nemmeno pacifista ma antigerarchica, antidogmatica, no border, antirazzista, anarchica.